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Tra primavera ed estate, la gestione fitosanitaria dell’olivo entra in una delle fasi più delicate dell’anno. L’aumento delle temperature e la crescita attiva degli organi vegetativi creano condizioni favorevoli non solo allo sviluppo della pianta, ma anche alla proliferazione di fitofagi potenzialmente dannosi. In questo contesto, l’attenzione di tecnici e produttori è spesso concentrata sui principali agenti fitofagi dell’olivo, come la mosca dell’olivo  (Bactrocera oleae) o la tignola dell’olivo (Prays oleae), dall’altro però rischia di passare inosservata la presenza di fitofagi considerati – almeno un tempo – secondari, tra questi la cosiddetta margaronia dell’olivo (Palpita unionalis), un lepidottero ormai diffuso nelle zone mediterranee che in specifiche condizioni può causare danni significativi.
Un tempo considerata un parassita secondario, la margaronia sta oggi guadagnando attenzione per l’incremento delle popolazioni osservate e l’intensificazione dei danni, soprattutto in nuovi impianti olivicoli, dove le larve possono compromettere lo sviluppo della vegetazione e danneggiare anche le drupe. Ma come si può riconoscere tempestivamente questo parassita? E quali strategie di lotta possono essere messe in atto per contrastarlo?
Margaronia dell’olivo: morfologia e riconoscimento
La margaronia dell’olivo (Palpita unionalis), è un lepidottero facilmente riconoscibile allo stadio adulto per le ali bianco perlaceo e l’apertura alare compresa tra i 20 e i 30 mm. Un dettaglio distintivo risiede nella bordatura delle ali anteriori: una sottile fascia color nocciola chiaro lungo il margine costale, utile per il riconoscimento anche a occhio nudo. Nei maschi, un altro elemento morfologico facilita la distinzione: un piccolo ciuffo di squame allungate situato all’estremità dell’addome, non presente nelle femmine.
Il ciclo vitale comincia con la deposizione delle uova, generalmente isolate o in piccoli gruppi. Di forma ellittica e colore bianco-giallastro, queste misurano meno di un millimetro e vengono deposte con preferenza sui germogli e le foglie giovani delle piante ospiti. Alla schiusa, le larve si presentano di colore giallo tenue, ma col procedere dello sviluppo virano progressivamente verso il verde, acquisendo una pigmentazione più intensa e facilmente riconoscibile.Â
Man mano che crescono, le larve iniziano a erodere i tessuti fogliari più teneri, causando danni evidenti soprattutto nei giovani impianti. Al termine dello sviluppo, quando raggiungono circa 20 mm di lunghezza, costruiscono un rifugio sericeo legando tra loro le foglie danneggiate, all’interno del quale avviene l’impupamento. È proprio in questo stadio che il fitofago si prepara a dare origine a una nuova generazione, in un ciclo che può ripetersi più volte nel corso dell’anno, specie in annate climaticamente favorevoli.
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Ciclo biologico e dinamica stagionale
La margaronia è un fitofago che in condizioni favorevoli può compiere fino a 4-5 generazioni l’anno. Gli adulti compaiono in primavera inoltrata e sono attivi durante le ore notturne. Le femmine depongono fino a 500 uova durante il loro ciclo vitale, preferibilmente all’esterno della vegetazione, con particolare interesse per i giovani germogli.
Le larve – più attive nel periodo di giugno e settembre – si alimentano inizialmente degli strati superficiali delle foglie, per poi passare a rodere interamente il lembo fogliare e i germogli più teneri, compromettendo lo sviluppo vegetativo delle piante. Nelle generazioni tardive, inoltre, le larve possono attaccare anche le drupe, in particolare tra fine estate e autunno, nutrendosi della polpa e provocando lesioni che ne compromettono l’integrità fino a ottobre, con conseguente rischio di cascola. A maturità , realizzano un rifugio sericeo all’interno del quale si trasformano in crisalidi. Lo svernamento della specie avviene principalmente allo stadio larvale di II e III età , interrompendo il suo sviluppo con temperature al di sotto dei 10 °C.
La sovrapposizione delle generazioni e la variabilità degli stadi presenti rende difficile l’individuazione di un solo momento di intervento ottimale, imponendo monitoraggi costanti. per intervenire in modo tempestivo alla comparsa dei primi segni di rosure visibili sulla vegetazione.

Adulto di Palpita unionalis
Danni in oliveto
Nei vecchi oliveti ben strutturati e già in equilibrio vegeto-produttivo, le infestazioni di margaronia difficilmente raggiungono soglie critiche tali da giustificare interventi specifici. La maggiore robustezza delle piante e la minore incidenza di germogli teneri, unita alla presenza di nemici naturali già stabilizzati nell’agroecosistema, tende infatti a contenere naturalmente la popolazione del fitofago. Diverso è il discorso per gli impianti giovani o i vivai, dove la margaronia dell’olivo può rappresentare una seria minaccia. In questi contesti, le larve si concentrano sui germogli apicali, compromettendo la formazione della chioma e rallentando l’accrescimento delle piante. Il danno è particolarmente rilevante nei sistemi di allevamento monocauli, dove la perdita o la deformazione del germoglio principale può compromettere in modo permanente l’architettura della pianta.
Oltre agli effetti sulla vegetazione, nelle generazioni tardive – tra fine estate e inizio autunno – le larve possono attaccare direttamente anche le drupe. La penetrazione nella buccia crea piccole lesioni che facilitano l’ingresso di microrganismi patogeni, con conseguente insorgenza di marcescenze e rischi di cascola anticipata. In caso di infestazioni prolungate e non gestite, il danno cumulativo alla chioma e ai frutti può influenzare negativamente anche la stagione successiva: la defogliazione estiva, infatti, riduce le riserve disponibili per la ripresa vegetativa primaverile, con ricadute potenziali sulla ripresa vegetativa delle piante nella primavera successiva.
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Difesa: strategie di contenimento e mezzi disponibili
La gestione di Palpita unionalis richiede un approccio differenziato in base alla tipologia di impianto. Negli oliveti adulti, spesso non si rende necessario alcun intervento diretto, poiché la margaronia dell’olivo viene efficacemente contenuta da diversi fattori indiretti, tra cui i trattamenti fitosanitari già previsti per altri fitofagi di primaria importanza, come la mosca dell’olivo. Un ruolo importante è svolto anche dalle pratiche colturali, in particolare la spollonatura che, oltre a ridurre le possibilità di infestazione attraverso la rimozione dei germogli basali, contribuisce a distruggere eventuali focolai larvali nei primi stadi.
Situazione ben diversa si presenta nei vivai o nei giovani impianti, dove la maggiore presenza di tessuti vegetativi teneri e la bassa tolleranza allo stress rendono l’intervento tempestivo più spesso necessario. In questi casi, la strategia di difesa dovrebbe privilegiare prodotti a basso impatto ambientale, efficaci soprattutto contro le larve nei primi stadi di sviluppo. A tal proposito, una delle soluzioni più utilizzate è Bacillus thuringiensis, impiegato con successo in trattamenti mirati alla comparsa dei primi sintomi. La sua efficacia, tuttavia, è strettamente legata alla tempestività dell’intervento: quando la popolazione è composta principalmente da larve di III o IV età che ingeriscono facilmente le spore del batterio irrorate sulle foglie. In alternativa, possono essere utilizzati l’olio minerale paraffinico o le piretrine, in linea con il disciplinare di produzione integrata 2025.
In presenza di infestazioni persistenti o ricorrenti, possono essere anche impiegati insetticidi di sintesi a contatto e ingestione, sebbene il loro impiego sia oggi più limitato per ragioni ambientali e normative.Â
Un ulteriore elemento chiave nella strategia di contenimento è rappresentato dagli antagonisti naturali. In ambiente mediterraneo, numerosi antagonisti svolgono un’azione significativa sulla margaronia. Tra i più efficaci si segnalano il braconide Apanteles xanthostigmus, capace di parassitizzare fino al 40–50% delle larve in alcune condizioni, e il tachinide Nemorilla maculosa, entrambi attivi nei confronti degli stadi larvali.
In sintesi, quindi, gestire efficacemente Palpita unionalis significa adottare un approccio integrato, capace di combinare pratiche agronomiche, monitoraggio mirato e valorizzazione dei nemici naturali. Nei vivai e nei giovani impianti, dove i danni possono essere più gravi, la tempestività degli interventi è fondamentale. Una difesa efficace e sostenibile non può prescindere dalla conoscenza del ciclo del fitofago per garantire interventi mirati e realmente efficaci nel lungo periodo.
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Donato Liberto
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