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Il carrello degli italiani torna a riempirsi. Dopo la lunga frenata dei consumi, l’ortofrutta fresca recupera spazio nella spesa domestica e torna a dare un segnale che la filiera attendeva da tempo. A coglierlo CSO Italia, che per il 2025 ha registrato una crescita degli acquisti nella grande distribuzione del 5% in volume, raggiungendo 5,45 milioni di tonnellate, per un valore complessivo di 13,8 miliardi di euro.
La ripresa arriva mentre anche l’export riprende velocità. Le vendite italiane all’estero di prodotti ortofrutticoli freschi sono aumentate dell’11%, fino a 6,7 miliardi di euro, con la frutta a fare da motore principale e alcune categorie – mele, kiwi, uva da tavola – capaci di consolidare il proprio peso sui mercati internazionali. Il 2025, però, non consegna una fotografia uniforme: accanto ai comparti che crescono in volume e valore, altri mostrano margini più compressi, prezzi meno favorevoli o una dipendenza ancora evidente dalle oscillazioni produttive europee.
È qui che la lettura diventa più interessante. La domanda interna riparte, ma lo fa dentro un mercato profondamente cambiato: supermercati e discount concentrano quote sempre più ampie, il confezionato avanza, il biologico torna a crescere e il consumatore, pur acquistando di più, continua a muoversi con attenzione sul prezzo. Allo stesso tempo, le importazioni aumentano soprattutto in valore, segno che l’inflazione internazionale resta una variabile pesante nei conti della filiera.
Il 2025, quindi, non racconta soltanto una ripartenza dell’ortofrutta italiana. Racconta una selezione più netta tra chi riesce a trasformare i volumi in valore e chi, pur vendendo di più, fatica a difendere marginalità e posizionamento. La quantità torna a muoversi, ma occorre capire quanto valore resta poi lungo la filiera.
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Il ruolo della GDO
La ripresa della domanda interna non riporta semplicemente l’ortofrutta ai livelli precedenti alla crisi dei consumi: conferma il peso ormai dominante della distribuzione moderna. Sempre secondo CSO Italia, supermercati e discount assorbono oggi la parte più consistente degli acquisti di frutta e verdura fresca, con la GDO oltre l’80% delle vendite complessive. Un dato non solo commerciale, ma anche di filiera, perché sposta il baricentro delle scelte: assortimenti, formati, continuità di fornitura, standard qualitativi e gestione del prezzo dipendono sempre più dai grandi canali di vendita. I supermercati rappresentano il 48% dei volumi, i discount il 21%, mentre il dettaglio tradizionale si ferma al 15%. In dieci anni, quindi, il mercato non ha soltanto cambiato velocità: ha cambiato struttura.
Avanza il confezionato e cresce il bio
Dentro questa nuova geografia commerciale crescono due segmenti che raccontano bene l’evoluzione dei consumi. Il primo è il peso fisso: i prodotti confezionati rappresentano ormai il 39% dei volumi e il 47% del valore, avvicinandosi allo sfuso soprattutto in termini di spesa. Il prezzo medio resta più alto – 3,12 euro al chilo contro 2,23 euro – ma il differenziale non va letto solo come costo aggiuntivo: dentro quella distanza ci sono servizio, porzionatura, comunicazione, standardizzazione e maggiore leggibilità dell’offerta. Il secondo segnale arriva dal biologico, che nel 2025 torna a crescere più rapidamente del convenzionale: 593mila tonnellate vendute, +13%, per un valore di 1,45 miliardi di euro. Il bio non appare più come una nicchia laterale, ma come una componente sempre più integrata nell’offerta ordinaria della distribuzione moderna, anche grazie a un differenziale di prezzo meno marcato rispetto al passato.

Positivo anche l’export
Sul fronte estero, l’ortofrutta italiana chiude il 2025 con numeri solidi. Le esportazioni di prodotti freschi crescono dell’11% e raggiungono 6,7 miliardi di euro, sostenute soprattutto dalla frutta fresca, che registra un aumento del 13% in volume e del 15% in valore. Le mele restano il primo prodotto frutticolo esportato, con oltre un milione di tonnellate e quasi 1,2 miliardi di euro di vendite; il kiwi mostra una delle performance più brillanti, con +20% in quantità e +26% in valore; l’uva da tavola cresce del 16% nei volumi, ma solo dell’8% nel valore, segnale di una maggiore pressione sui prezzi medi. Pesche e nettarine, invece, raccontano una dinamica diversa: meno export in quantità, -7%, ma valore in aumento del 20%, spinto dalla minore disponibilità di prodotto nazionale ed europeo. La frutta, insomma, resta il motore dell’export italiano, ma i dati 2025 dimostrano che vendere di più non basta: è necessario difendere prezzo e posizionamento.
Il lato meno lineare della ripresa
La fotografia si complica quando si guarda alle importazioni. Nel 2025 la spesa complessiva per l’ortofrutta importata aumenta del 15%, mentre i volumi crescono del 7%: una forbice che conferma quanto l’inflazione e le tensioni sui prezzi internazionali continuino a incidere sui conti. La frutta secca è il caso più evidente, con prezzi medi in aumento di circa il 40%, anche per effetto di dazi e minore disponibilità produttiva in alcune aree, come la Turchia. Gli agrumi importati seguono la stessa traiettoria: +5% in volume, +23% in valore. In questo quadro, la bilancia commerciale italiana resta negativa in quantità, con un deficit di 195mila tonnellate, sebbene in riduzione dell’11%; in valore, invece, il saldo rimane positivo per circa 408 milioni di euro, ma arretra del 27% rispetto all’anno precedente. È il dato che più di altri ridimensiona ogni lettura trionfalistica: l’ortofrutta italiana riparte, ma dentro un mercato più costoso, concentrato e selettivo, dove la crescita produce effetti molto diversi lungo le singole filiere.
Ilaria De Marinis
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