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La presenza e la diffusione dei parassiti in agricoltura è da sempre soggetta a variazioni, determinate da una molteplicità di fattori ambientali e agronomici. In questo contesto, non è raro che insetti un tempo considerati secondari, o limitati a specifiche aree geografiche, trovino oggi condizioni favorevoli per espandere il proprio areale o intensificare la propria presenza anche in nuovi territori. Un caso emblematico è quello della cecidomia dell’olivo (Dasineura oleae), un insetto appartenente all’ordine dei Ditteri che, pur essendo noto da diversi anni per la sua presenza nelle regioni centro-settentrionali – in particolare in Emilia-Romagna, Toscana, Liguria e Marche – è stato osservato negli ultimi tempi in modo sempre più ricorrente anche in alcune aree del Sud Italia, tra cui la Puglia. In particolare, nella provincia di Brindisi, nei comprensori olivicoli di Fasano e Ostuni, si registra un aumento della densità delle popolazioni in campo. Tra i fattori che potrebbero contribuire a questa diffusione rientrano i cambiamenti nella gestione colturale, l’andamento delle temperature stagionali e anche l’effetto indiretto della riduzione dei principi attivi a largo spettro, il cui impiego in passato contribuiva – anche senza una finalità specifica – a contenere la presenza di questo insetto parassita, ma anche l’abuso di altre sostanze attive come i peretroidi, quasi per niente selettive selettive nei confronti dell’entomofauna utile.
Per tenere sotto controllo le popolazioni di questo fitofago dell’olivo, il primo passo è conoscerlo da vicino: comprendere il suo ciclo biologico, capire come interagisce con la coltura e quali danni è in grado di provocare. Solo dopo un’analisi attenta di questi aspetti è possibile valutare quali strategie risultano efficaci per contenere la presenza della cecidomia dell’olivo in campo.
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Tipiche galle provocate dalle larve di cecidomia dell’olivo – Fonte: Antonio Guario
Ciclo biologico della cecidomia dell’olivo
La cecidomia dell’olivo (Dasineura oleae) è un fitofago specifico dell’olivo, sul quale completa l’intero ciclo biologico. La sua presenza è strettamente legata alla fenologia della pianta e alle condizioni climatiche dell’ambiente in cui si sviluppa.
L’attività biologica dell’insetto ha inizio generalmente alla fine dell’inverno, quando le larve svernanti di seconda età, presenti nei tessuti fogliari, riprendono lo sviluppo. Con l’aumento delle temperature, tra fine febbraio e marzo, queste larve passano allo stadio successivo e si impupano, dando origine al primo volo di adulti, che si concentra tra aprile e metà maggio.
Le femmine, dopo l’accoppiamento, depongono fino a 100 uova di colore arancione su foglie e germogli della pianta. Dopo circa una settimana dalle uova fuoriesce una larva che penetra nei tessuti fogliari formando una piccola galleria. La pianta viene stimolata da tale intrusione reagendo con la formazione delle tipiche galle. All’interno di queste strutture ipertrofiche, le larve proseguono lo sviluppo fino al completamento dello stadio larvale, per poi impuparsi e dare inizio a un nuovo ciclo.
Per lungo tempo la cecidomia dell’olivo è stata considerata una specie univoltina, in grado cioè di compiere una sola generazione all’anno. Tuttavia, in alcuni areali a clima mite, in particolare lungo le fasce costiere, osservazioni recenti hanno documentato la possibilità che la specie completi una seconda generazione all’interno dello stesso anno. In questi casi, una parte della popolazione anziché arrestare lo sviluppo allo stadio larvale e svernare, completa un nuovo ciclo tra settembre e ottobre, con un secondo volo di adulti che vanno a ovideporre sui ricacci vegetativi autunnali. Questo comportamento bivoltino, seppure ancora considerato eccezionale o localizzato, suggerisce un’evoluzione della dinamica della specie in risposta alle condizioni climatiche più favorevoli, e impone una maggiore attenzione da parte dei tecnici nella pianificazione dei monitoraggi.
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Gallerie scavate da larve di cecidomia nei tessuti fogliari dell’olivo – Fonte: Antonio Guario
Sintomi e danni sulla vegetazione
I danni causati dalla cecidomia dell’olivo sono il risultato dell’attività trofica delle larve sui tessuti più teneri. I sintomi più evidenti si localizzano sui germogli apicali, prevalentemente sulla nervatura principale e laterale della foglia, anche se, in caso di alta infestazione, si possono ritrovare anche su giovani rametti in accrescimento e sulle infiorescenze. La vegetazione appare deformata, con foglie arrotolate o con escrescenze anomale (galle), spesso necrotizzate. Queste alterazioni compromettono lo sviluppo vegetativo della pianta e possono, nei casi più gravi, causare un rallentamento della crescita o la perdita della dominanza apicale. Sulle infiorescenze i danni sono diretti: l’attacco larvale può interferire con l’allegagione, determinando l’aborto dei fiori e una conseguente riduzione del numero di frutti.
L’intensità dei danni varia in funzione di diversi fattori: età della pianta, sensibilità varietale, stato nutrizionale, densità della chioma e condizioni microclimatiche. In contesti in cui l’insetto è presente da pochi anni, i sintomi possono essere facilmente confusi con altre fisiopatie o danni meccanici, rendendo necessaria una diagnosi accurata.

Presenza delle tipiche galle da cecidomia e necrosi su foglia di olivo – Fonte: Antonio Guario
Monitoraggio e strategie di contenimento
Per il contenimento della cecidomia dell’olivo, le strategie di difesa possono essere articolate su due fronti distinti ma complementari: da un lato, ridurre la popolazione del fitofago in oliveto; dall’altro, rafforzare la capacità della pianta di reagire all’attacco, limitando l’impatto sullo sviluppo vegetativo.
Nel primo caso, secondo quanto indicato nel Disciplinare di produzione integrata 2025 della Regione Puglia, sono attualmente tre le sostanze attive autorizzate per il controllo di Dasineura oleae: Azadiractina, Acetamiprid e Flupyradifurone. Questi principi possono essere utilizzati con trattamenti mirati, da effettuare a partire dalla fase di prefioritura, periodo che coincide con l’inizio dell’attività ovidepositiva degli adulti.
In ambito di agricoltura biologica, una valida alternativa è rappresentata dal caolino, un prodotto da applicare per via fogliare prima della comparsa delle larve, poiché funge da barriera fisica, ostacolando la penetrazione delle larve nei tessuti fogliari. Un ulteriore supporto può derivare dall’attività di insetti parassitoidi naturali, in particolare Imenotteri capaci di parassitizzare le larve della cecidomia, contribuendo in modo significativo al contenimento biologico del fitofago. Tra le specie identificate più attive figurano esponenti dei generi Mesopolobus spp. e Platygaster spp.
Il secondo fronte d’intervento riguarda invece le pratiche agronomiche, in particolare la potatura dell’olivo. Se eseguita – per quanto possibile compatibilmente con le esigenze aziendali – nella seconda metà di aprile, in seguito all’ovideposizione e alla schiusa delle uova, può stimolare la pianta a emettere nuova vegetazione non infestata, contribuendo così a ridurre indirettamente la pressione del fitofago. Questa pratica si integra efficacemente nelle strategie a basso impatto e aiuta a ristabilire l’equilibrio vegetativo della pianta dopo l’infestazione.
In conclusione, il caso della cecidomia dell’olivo dimostra come anche i fitofagi generalmente considerati “secondari” possano acquisire rilevanza in funzione del contesto climatico, agronomico e gestionale. La sua crescente diffusione in Puglia non rappresenta soltanto una sfida tecnica, ma richiama l’attenzione sulla necessità di affinare le modalità di osservazione e diagnosi in campo.
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Si ringrazia Pietro Sumerano per le segnalazioni.
Donato Liberto
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