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Nel corso della primavera, con il progressivo aumento delle temperature e il ristabilirsi di condizioni termo-igrometriche favorevoli, oltre alla ripresa vegetativa delle piante si assiste al ritorno in campo di numerosi fitofagi. Tra questi, Euphyllura olivina – comunemente noto come cotonello dell’olivo – rappresenta un parassita strettamente specializzato su questa coltura. La sua presenza è facilmente riconoscibile grazie alla comparsa di formazioni cotonose di colore bianco, soffici e appiccicose al tatto, da cui deriva il nome comune del fitofago. Si tratta di abbondanti secrezioni cerose prodotte dagli stadi giovanili dell’insetto, localizzate prevalentemente sui giovani germogli e sulle infiorescenze.
Sebbene il cotonello dell’olivo sia spesso considerato un parassita secondario, raramente associato a danni di rilievo, può in determinate condizioni superare soglie critiche e compromettere lo sviluppo vegetativo, la fioritura e l’allegagione con ripercussioni potenzialmente significative sulla resa produttiva. Per questa ragione, un monitoraggio regolare e una gestione agronomica oculata risultano fondamentali per contenere la popolazione del fitofago, intervenendo in modo tempestivo e mirato laddove necessario.
Conoscere a fondo morfologia, biologia e dinamiche ambientali che favoriscono lo sviluppo della Euphyllura olivina è il primo passo per impostare una strategia di difesa sostenibile, in linea con i principi della moderna olivicoltura integrata.
Cotonello dell’olivo: un identikit per riconoscerlo
Il cotonello è un insetto di piccole dimensioni appartenente all’ordine dei Rincoti. L’adulto presenta un corpo tozzo, lungo circa 2,5-3 mm, di colore marrone-verdastro, e ali trasparenti disposte a tetto sul dorso. Le ali anteriori sono caratterizzate da due piccole macchie scure, facilmente individuabili e utili per il riconoscimento della specie.
Le forme giovanili, neanidi e ninfe, si presentano di colore verde-azzurrognolo e sono sempre avvolte dalle abbondanti secrezioni cerose. È proprio questa copertura che protegge l’insetto dagli agenti atmosferici e dai predatori, favorendone la sopravvivenza e lo sviluppo.
E. olivina sverna come adulto, nascosto alla base dei piccioli fogliari o tra le fessure della corteccia. Con le prime giornate soleggiate di fine inverno, riprende l’attività trofica e inizia la fase riproduttiva. Le femmine, mediante l’ovopositore, depongono le uova direttamente nei tessuti teneri della pianta – come gemme, piccioli fogliari e bocci fiorali – da cui le uova assorbono l’umidità necessaria per completare lo sviluppo embrionale.
Dopo 10-15 giorni avviene la schiusa. Le giovani neanidi si nutrono in forma gregaria e completano lo sviluppo in circa un mese, dando origine alla prima generazione. A questa ne segue in genere una seconda, che si sviluppa prevalentemente sui frutticini appena allegati. In annate favorevoli, con clima mite e umido, possono completarsi anche più di due generazioni, sebbene le ultime risultino meno dense e di scarso impatto agronomico. In condizioni sfavorevoli, al contrario, l’insetto può arrestare lo sviluppo e compiere una sola generazione l’anno.

Quali danni provoca alla pianta?
I danni causati dal cotonello dell’olivo derivano principalmente dall’attività trofica delle neanidi e degli adulti, che si nutrono pungendo gemme, fiori e frutticini nelle fasi iniziali del loro sviluppo, compromettendo così i processi fisiologici della pianta. Le punture possono provocare aborti fiorali, deformazioni e disseccamento dei germogli, mentre le abbondanti secrezioni cerose che ricoprono i tessuti vegetali, possono ostacolare gli scambi gassosi e creare microambienti umidi favorevoli allo sviluppo del fitofago.
Le conseguenze più gravi si osservano nelle fasi fenologiche della fioritura e dell’allegagione, quando un’elevata densità di individui può determinare una riduzione sensibile della produttività . In condizioni normali, tuttavia, l’impatto dell’insetto è contenuto e limitato a pochi organi vegetativi. Le infestazioni più preoccupanti si riscontrano in oliveti trascurati, caratterizzati da chiome troppo fitte e squilibri nutrizionali, dove il parassita dell’olivo trova condizioni ideali per moltiplicarsi.
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Come difendere l’olivo dal cotonello
La gestione del cotonello si basa principalmente sulla prevenzione. Le pratiche agronomiche rappresentano il primo strumento per limitare l’insediamento del parassita e contenere eventuali focolai. Una potatura ben eseguita, che garantisca un’adeguata aerazione e penetrazione della luce all’interno della chioma, riduce sensibilmente l’umidità interna e crea un ambiente sfavorevole allo sviluppo di questa psilla.
Anche la nutrizione delle piante ha un ruolo cruciale, eccessi di azoto favoriscono fenomeni di lussureggiamento che rendono la vegetazione particolarmente appetibile per il cotonello. Una concimazione bilanciata, al contrario, rende la pianta più resistente agli attacchi e meno ospitale per il fitofago.
In aggiunta alle tecniche colturali, anche l’andamento climatico può influenzare significativamente la dinamica della popolazione. Piogge primaverili abbondanti, ad esempio, possono ridurre la vitalità delle forme giovanili lavando via le secrezioni cerose che le proteggono e aumentando l’esposizione a sbalzi termici e predazione. In questo contesto, la presenza di entomofauna utile riveste un ruolo chiave nel contenimento del fitofago. Tra i principali antagonisti si segnalano predatori generalisti come i crisopidi (Chrysoperla carnea), sirfidi, rincoti antocoridi (Anthocoris nemoralis) e diversi imenotteri parassitoidi, che contribuiscono a limitare le popolazioni nelle fasi più vulnerabili del ciclo vegetativo delle piante.
Data la presenza generalmente sporadica del parassita sulle piante, il ricorso a trattamenti chimici è raro e va riservato a casi eccezionali, per esempio quando il monitoraggio visivo evidenzia infestazioni gravi, soprattutto su piante giovani o in impianti soggetti a forte stress. Nel caso in cui la popolazione del fitofago superi la soglia di intervento, si può intervenire con l’uso di sostanze attive autorizzate, come il Flupyradifurone.
Insomma, più che temere il cotonello dell’olivo, è importante imparare a leggerne la presenza come un indicatore dello stato fitosanitario e agronomico dell’oliveto. La sua comparsa può essere il segnale di una gestione non ottimale della chioma o della nutrizione. Agire sulle condizioni che ne favoriscono lo sviluppo è spesso più efficace di qualsiasi trattamento diretto. Per questo, conoscere a fondo la biologia di Euphyllura olivina non serve solo a contenerlo, ma diventa parte integrante di una gestione consapevole dell’oliveto.
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Donato Liberto
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