Xylella fastidiosa: biocontrollo, vettori e nodi reali

A più di dieci anni dall’emergenza esplosa in Puglia, Xylella fastidiosa resta un caso-limite della fitopatologia europea. Dall'Università di Bari arriva una review delle principali direttrici di lavoro oggi considerate più concrete nel contrasto al batterio

da Ilaria De Marinis
xylella fastidiosa review

Triggiano chiude il monitoraggio 2026 su Xylella fastidiosa fastidiosa con un esito che, in una partita di contenimento, vale quanto un raccolto salvato: il focolaio non risulta in espansione. Il dato è stato presentato lo scorso 28 febbraio durante un sopralluogo istituzionale nell’area interessata dalle misure, al termine di due anni di attività continuative tra verifiche e interventi mirati. A prendervi parte anche l’Assessore regionale all’Agricoltura Francesco Paolicelli che ha parlato di un risultato “che incoraggia” e indicato la fase successiva: intervenire sugli appezzamenti abbandonati, evitando che diventino punti deboli della tenuta territoriale.

Un focolaio che non avanza, però, non coincide con la fine dell’emergenza: indica che il contenimento sta funzionando a patto di restare continuo, perché basta un calo di sorveglianza o la presenza di appezzamenti trascurati per ricreare condizioni favorevoli alla circolazione del batterio. Il nodo è biologico oltre che operativo: una volta entrata nello xilema, Xylella diventa difficile da intercettare e ancora più difficile da gestire con strumenti a basso impatto. Da qui l’importanza si capire quali strategie, oggi, la ricerca considera realistiche per ridurre colonizzazione e pressione epidemica nel medio periodo.

Il lavoro dell’Università di Bari

A questo proposito, una recente review firmata da ricercatori del Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti dell’Università di Bari Aldo Moro fa ordine tra le principali direttrici di lavoro oggi considerate più concrete: dal contenimento e dalla gestione dei vettori – con Philaenus spumarius al centro – alla scelta di cultivar tolleranti; dai trattamenti a basso impatto alle strategie di biocontrollo, fino agli approcci più mirati, dai batteriofagi ai peptidi antimicrobici. Il filo conduttore è uno: ridurre la capacità del batterio di colonizzare lo xilema e abbassare la pressione epidemica, così da rendere più stabile il contenimento nel tempo.

Dallo xilema alla trasmissione: la logica del contenimento

Come riportato dai ricercatori, una volta insediata nello xilema, Xylella fastidiosa opera in un comparto che è, per definizione, poco accessibile e funzionalmente sensibile: i vasi di conduzione non sono una superficie trattabile, ma un sistema interno in cui adesione, aggregazione e biofilm possono stabilizzare la presenza del batterio e contribuire all’alterazione del flusso idrico. Di conseguenza – sottolineano gli autori – la gestione non si esaurisce nel singolo intervento, ma richiede continuità: ridurre la carica e la capacità di colonizzazione significa, sul piano epidemiologico, abbassare la pressione di inoculo e contenere la probabilità di nuove trasmissioni. In questa prospettiva, secondo i ricercatori, il controllo dei vettori e la gestione delle aree non presidiate (impianti abbandonati, piante non gestite) diventano elementi strutturali, perché incidono direttamente sulla possibilità che il patogeno trovi “ponti” di diffusione e mantenga un ciclo attivo nel territorio. 

L’apporto dei mezzi di biocontrollo

Secondo i ricercatori, la ricerca sulle strategie biologiche si muove lungo due direttrici complementari. La prima riguarda l’uso di microrganismi antagonisti (endofiti ed epifiti) e, più in generale, la gestione del microbioma come leva per rendere i tessuti meno favorevoli alla colonizzazione: competizione per nicchie e risorse, produzione di metaboliti, possibile interferenza con i processi di adesione e formazione del biofilm. La seconda direttrice riguarda approcci più mirati, come batteriocine, peptidi antimicrobici e batteriofagi, che puntano a un’azione selettiva sul patogeno. In entrambi i casi, come riportato dagli autori, la variabile decisiva resta la trasferibilità: efficacia e ripetibilità in condizioni di campo, stabilità degli agenti biologici e capacità di raggiungere il comparto xilematico in modo coerente. È su questi aspetti – più che sul “funziona/non funziona” in assoluto – che, secondo la review, si gioca la distanza tra risultati sperimentali e strumenti effettivamente utilizzabili in una strategia di contenimento. 

Cultivar tolleranti e interventi a basso impatto

Come riportato dai ricercatori, un secondo pilastro—accanto al biocontrollo—è la combinazione tra materiale vegetale più tollerante e interventi a basso impatto inseriti in una strategia continuativa. La tolleranza varietale, sottolineano gli autori, non va letta come “immunità”, ma come possibilità di ridurre l’intensità dei sintomi e la dinamica di colonizzazione, con effetti indiretti sulla pressione epidemica. In parallelo, i trattamenti a minore impatto ambientale vengono valutati soprattutto per il loro potenziale di incidere su passaggi chiave (stabilizzazione nello xilema, adesione/biofilm, carica batterica), ma sempre dentro un presupposto operativo: la gestione resta più efficace quando è integrata con il controllo dei vettori e con la manutenzione agronomica del territorio. In questa prospettiva, spiegano i ricercatori, la scelta varietale e gli interventi “soft” non sostituiscono le misure di contenimento, ma possono contribuire a renderle più robuste nel tempo, riducendo la vulnerabilità complessiva degli impianti e la probabilità di riattivazione del ciclo epidemico. 

Il vettore come variabile operativa

Secondo i ricercatori, il controllo di Xylella fastidiosa resta legato a una condizione preliminare: ridurre la probabilità di trasmissione. Per questo la gestione dei vettori—con Philaenus spumarius come riferimento principale—non viene trattata come un capitolo separato, ma come componente strutturale del contenimento. La logica è epidemiologica: anche quando si interviene sulla pianta (con cultivar tolleranti, approcci biologici o trattamenti a basso impatto), la pressione di inoculo può riportare rapidamente il sistema sopra soglia se non si interviene sulla mobilità del batterio nel territorio. Come riportato nella review, da qui deriva l’importanza di misure integrate: pratiche agronomiche che riducono habitat favorevoli alle forme giovanili, azioni tempestive nelle aree a rischio, continuità di monitoraggio e coordinamento locale. In questo quadro, osservano gli autori, anche gli appezzamenti abbandonati diventano una variabile operativa: non solo un problema di decoro o di gestione fondiaria, ma un elemento che può compromettere l’efficacia delle misure applicate nelle aziende presidiate.

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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