Acque reflue in agricoltura: una risorsa da valorizzare

In risposta alla crescente scarsità idrica, il recupero delle acque reflue emerge come strumento tecnico di adattamento per l’agricoltura. Ma quali sono oggi le reali potenzialità di questa risorsa?

da Donato Liberto
acque reflue

Secondo il World Water Development Report dell’UNESCO, il consumo globale di acqua è aumentato di circa sei volte nel corso dell’ultimo secolo e continua a crescere a un ritmo annuo dell’1%. La crescita demografica e l’intensificazione delle attività produttive non sono gli unici responsabili: la crisi climatica ha reso la distribuzione delle precipitazioni sempre più irregolare, con periodi prolungati di siccità alternati a piogge concentrate e difficili da gestire. In questo scenario, l’agricoltura – che da sola rappresenta oltre il 70% del consumo di acqua dolce a livello globale – si trova a operare in condizioni sempre più complesse. I sistemi irrigui tradizionali faticano a garantire continuità idrica, e l’accesso a fonti stabili e sicure diventa un fattore di competitività oltre che di sostenibilità. Il riutilizzo delle acque reflue trattate, quindi, emerge oggi come una delle soluzioni più concrete e immediatamente disponibili. Non si tratta solo di recuperare acqua da fonti alternative: è un approccio integrato che consente di chiudere il ciclo idrico, ridurre la pressione sulle falde, migliorare l’efficienza complessiva dei sistemi agricoli e contribuire alla mitigazione degli impatti ambientali. Con l’evoluzione delle tecnologie di trattamento, il riuso in agricoltura è oggi tecnicamente sicuro, economicamente sostenibile e agronomicamente compatibile.

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Prelievi mondiali di acqua nel corso del secolo precedente – fonte: AQUASTAT (2010)

Acque reflue non trattate: tra spreco idrico e impatto climatico

Il mancato trattamento delle acque reflue rappresenta una criticità ambientale sotto due aspetti fondamentali. Il primo, più immediato, riguarda lo spreco di una risorsa idrica potenzialmente riutilizzabile. In un contesto di crescente scarsità, lasciare che milioni di metri cubi di acqua reflua vengano dispersi senza recupero equivale a rinunciare a una risorsa preziosa che, opportunamente trattata, potrebbe essere reimmessa in cicli produttivi agricoli, industriali o ambientali. Secondo il World Water Assessment Programme, oltre l’80% delle acque reflue globali viene scaricato nell’ambiente senza alcun tipo di trattamento. In alcuni Paesi in via di sviluppo questa percentuale supera il 90%.
Il secondo aspetto, meno immediato ma altrettanto rilevante, riguarda l’impatto climalterante. Le acque reflue non trattate, specie se ricche di sostanza organica, tendono a generare emissioni di gas serra come metano (CH₄) e ossido di diazoto (N₂O) in condizioni anaerobiche, ad esempio in lagune o scarichi aperti. Questi gas hanno un potere climalterante rispettivamente 25 e 298 volte superiore alla CO₂ su un orizzonte di 100 anni.

Si stima che nel 2005 circa il 13% delle emissioni globali non-CO₂ provenisse da sistemi di gestione inadeguata delle acque reflue e dei fanghi residui (EPA, 2012). La componente emissiva può inoltre aumentare indirettamente in presenza di eutrofizzazione nei corpi idrici ricettori, con conseguente rilascio di metano dai sedimenti. Affrontare la gestione dei reflui non è quindi soltanto una questione di trattamento ambientale o di qualità delle acque superficiali: significa recuperare una risorsa vitale e, al contempo, ridurre le emissioni.

Siccità e impronta idrica: la pressione crescente sul sistema agricolo

La siccità sta diventando sempre più frequente e intensa in molte aree, tra cui il bacino del Mediterraneo. Negli ultimi decenni, l’aumento delle temperature, la variabilità delle precipitazioni e l’evapotraspirazione accentuata hanno reso la gestione irrigua un’attività strategica e critica. In questo contesto, il concetto di impronta idrica (water footprint) si rivela particolarmente utile per misurare quanto l’agricoltura e l’intera filiera agroalimentare esercitino pressione sulle risorse idriche.

L’impronta idrica misura l’intero volume di acqua dolce impiegata per produrre beni e servizi, tenendo conto sia dell’acqua utilizzata direttamente (per irrigazione), sia di quella impiegata indirettamente lungo la filiera: trasformazione, trasporto e confezionamento. I valori di impronta idrica sono fortemente variabili in base al prodotto e al contesto geografico, ma alcuni dati rendono evidente la pressione esercitata sull’ambiente: secondo i dati globali del Water Footprint Network per produrre un chilogrammo di mais servono in media 900 litri d’acqua, che diventano oltre 1.600 per il riso e superano i 15.000 litri per un chilogrammo di carne bovina. Questi volumi riflettono un fenomeno noto: l’intensificazione produttiva e la crescita della domanda di prodotti a più elevata impronta idrica hanno determinato un incremento costante dei consumi idrici lungo tutta la catena agroalimentare.

In questo contesto, il riutilizzo delle acque reflue trattate si propone come un’alternativa tecnica concreta. Una volta depurate secondo parametri microbiologici e chimici adeguati, queste acque possono essere impiegate in sicurezza per scopi irrigui, contribuendo a ridurre la pressione sulle fonti convenzionali e offrendo una risorsa prevedibile anche in condizioni di deficit idrico. Oltre al vantaggio in termini di disponibilità, i reflui trattati possono apportare nutrienti residui – in particolare azoto e fosforo – con un potenziale effetto fertilizzante, riducendo il fabbisogno di concimi minerali in alcune situazioni. Esperienze consolidate in Paesi come Israele e Spagna, così come in alcune regioni italiane, dimostrano che l’integrazione del riuso nei sistemi irrigui è non solo possibile, ma efficace nel rafforzare la resilienza idrica e climatica dell’agricoltura.

Murcia: l’esempio che trasforma le acque reflue in risorsa agricola

In una delle aree più aride d’Europa, la Regione di Murcia – nel sud-est della Spagna – ha trasformato la gestione delle acque reflue in una strategia strutturale per garantire continuità irrigua all’agricoltura. Con precipitazioni sempre più scarse e trasferimenti idrici da altri bacini ridotti, la regione ha investito nella costruzione di un sistema capillare di trattamento e riuso che oggi copre una parte significativa del fabbisogno agricolo.

Il modello è basato su oltre 100 impianti di depurazione, coordinati dall’ente pubblico Esamur, che integrano fasi di disinfezione avanzata tramite filtri a sabbia e raggi UV, garantendo l’assenza di contaminazioni microbiologiche nei reflui destinati all’irrigazione. L’intera filiera è pensata per trasformare l’acqua fognaria in una risorsa sicura e riutilizzabile in campo. I risultati sono rilevanti: il 98% delle acque reflue trattate viene oggi riutilizzato, rispetto a una media nazionale del 9% e appena il 5% nell’Unione Europea. Grazie a questo sistema, circa il 15% dell’irrigazione agricola regionale si basa su reflui trattati, con benefici evidenti in termini di resilienza climatica.

L’acqua riciclata garantisce una disponibilità costante, indipendente dall’andamento stagionale delle piogge. Per molti agricoltori, come nel caso di José Peñalver – produttore di albicocche nella zona collinare di Campos del Río – rappresenta una fonte insostituibile: “senza l’acqua riciclata, qui sarebbe tutto secco”, ha dichiarato. Il successo del modello ha spinto il governo spagnolo a investire 1,4 miliardi di euro per replicarlo su scala nazionale, con un’attenzione specifica ai piccoli comuni. L’esperienza di Murcia è oggi osservata con interesse da altri Paesi europei e mediterranei, proprio per la sua capacità di garantire un approvvigionamento irriguo stabile e tecnicamente sicuro in un contesto di crisi climatica.

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L’Italia può fare di più: il ruolo della normativa 

In Italia, solo il 4% delle acque reflue depurate viene effettivamente riutilizzato, nonostante il potenziale stimato possa arrivare a coprire fino al 45% del fabbisogno irriguo nazionale (fonte: ARERA, Joint Research Centre). Si tratta di un dato che evidenzia con chiarezza quanto il riuso sia ancora marginale e sottoutilizzato nel contesto italiano, pur rappresentando una leva strategica per l’adattamento ai cambiamenti climatici e la gestione sostenibile delle risorse idriche.

Per colmare questo divario, il quadro normativo nazionale è oggi al centro di un processo di aggiornamento. Il DM 185/2003, che regola il riutilizzo a fini irrigui, è in fase di revisione per recepire pienamente il Regolamento (UE) 2020/741, il quale introduce requisiti minimi armonizzati e un approccio innovativo basato sulla gestione del rischio. Inoltre, a supporto di questo percorso, tra il 2024 e il 2027 sono attivi contributi a fondo perduto e agevolazioni fiscali promossi da Europa, Ministero dello Sviluppo Economico e Regioni. Tali incentivi sono destinati alle aziende agricole e industriali che intendono dotarsi di impianti di depurazione avanzati, conformi alla normativa vigente, per favorire una diffusione più capillare e sicura del riutilizzo delle acque reflue.

Il riuso delle acque reflue in agricoltura, in Italia passa dunque attraverso un aggiornamento normativo coerente con gli standard europei, una governance più efficace e strumenti economici mirati. Le condizioni per ampliare questa pratica ci sono: trasformarle in realtà operativa è la sfida attuale.

 

Donato Liberto
©fruitjournal.com

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