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Con l’estate che avanza e le prime grandi ondate di caldo, negli ultimi mesi, si è tornato a parlare molto di emergenza siccità, soprattutto nel Sud Italia. Le prime piogge di primavera, infatti, non sono bastate a cancellare una crisi idrica che si trascina da anni e che, nel 2025, si è manifestata con una gravità inedita. In Puglia, Basilicata e Sicilia, la situazione è diventata talmente difficile da minacciare direttamente la tenuta economica e sociale delle aree rurali. Colture sottoposte a stress, dighe quasi vuote, pozzi a secco e raccolti compromessi. Non è un episodio eccezionale: è un nuovo clima che non smette di diventare più estremo. E che, con l’arrivo dell’estate, minaccia nuovamente l’agricoltura del Mezzogiorno.
Emergenza siccità in Puglia: senz’acqua e senza illusioni
Secondo gli ultimi dati diffusi da Coldiretti Puglia, nella regione si è già perso un terzo dei raccolti. I danni maggiori si stanno registrando nelle province di Foggia e Bari, dove il Tavoliere – storicamente il “granaio d’Italia” – è sempre meno un mare di spighe e sempre più un deserto grigiastro e screpolato. La crisi, però, è trasversale: riguarda i cereali, certo, ma anche l’ortofrutta, la vite e l’ulivo, già provato da anni di Xylella.
A rendere ancora più allarmante la situazione sono i dati sulle riserve idriche. Il sistema delle dighe pugliesi è ormai al limite, con invasi che trattengono appena il 40% della loro capacità media. A maggio, la diga di Occhito – una delle principali fonti idriche del Tavoliere – conteneva circa 120 milioni di metri cubi d’acqua, contro i 180 milioni dell’anno scorso nello stesso periodo. Il calo è del 30% e il trend non mostra inversioni.
E la scarsità d’acqua ha conseguenze dirette sui sistemi irrigui: la pressione nelle condotte cala, le turnazioni per l’irrigazione si fanno più lunghe, e in molte aree l’acqua semplicemente non arriva più. Chi può si attrezza scavando pozzi, ma il livello della falda è in discesa e i costi energetici per il pompaggio aumentano. Per i piccoli produttori, è un circolo vizioso difficile da spezzare.
In questo contesto, le parole delle istituzioni suonano stanche. “È tempo di scelte coraggiose e di una vera pianificazione per l’acqua. Non possiamo più rincorrere l’emergenza, serve una regia chiara e permanente” – sono state le parole del presidente di Confagricoltura Puglia, Luca Lazzàro. Analogamente, il presidente della Regione Michele Emiliano, in un incontro con i sindaci del foggiano, ha ammesso che “servono infrastrutture nuove e rapide, e non possiamo più perdere tempo con la burocrazia”.
Ma le soluzioni strutturali annunciate negli ultimi anni sono ancora sulla carta. I Consorzi di bonifica, commissariati da oltre un decennio, continuano a funzionare a scartamento ridotto, e in alcune aree sono praticamente assenti. Il PNRR aveva previsto fondi per l’efficientamento della rete irrigua, ma i cantieri stentano a partire, e nessuno sa con precisione quando – e se – i progetti diventeranno realtà.
Nel frattempo, le campagne pugliesi si svuotano. Non solo d’acqua, ma anche di persone: i braccianti stagionali non tornano e sempre più giovani lasciano l’agricoltura per cercare alternative. In un paesaggio dove i pozzi si seccano e le dighe si svuotano, anche la fiducia evapora.
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Diga di Occhito completamente a secco
Basilicata: le dighe si svuotano
Anche in Basilicata l’acqua sta finendo, e non è solo colpa del clima. I dati ufficiali parlano chiaro: al 3 giugno 2025, negli invasi lucani mancano quasi 38 milioni di metri cubi d’acqua rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La diga di Monte Cotugno – una delle più grandi d’Europa in terra battuta – contiene oggi 140 milioni di metri cubi, ma la sua capacità supera i 400. Quella di San Giuliano, nel materano, è sotto il 40% della soglia di sicurezza. In totale, le riserve regionali ammontano a circa 192 milioni di metri cubi: non sono numeri da allarme rosso, ma siamo in pieno giallo tendente all’arancione, e l’estate è appena iniziata.
La situazione è ancora più difficile perché la Basilicata è una regione che vive una doppia contraddizione: è una delle aree più ricche d’acqua del Mezzogiorno, ma gran parte di quella risorsa è esportata per usi agricoli in Puglia o industriali (come le centrali ENI in Val d’Agri). Così l’agricoltura lucana resta in fondo alla fila. Lo ha detto chiaramente Franco D’Onofrio, direttore dell’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale: “I numeri non vanno letti solo come quantità assoluta, ma come disponibilità effettiva per l’irrigazione. Alcuni invasi sono pieni solo sulla carta”. Il problema, infatti, non è solo quanto piove, ma quanto si riesce a trattenere e distribuire in modo efficiente.
E qui iniziano i guai. Le condotte sono vecchie, i canali maltenuti, le perdite altissime: in alcuni tratti della rete idrica si disperde fino al 50% dell’acqua. Gli agricoltori del metapontino, una delle aree più produttive della regione, denunciano disservizi continui e turnazioni irrigue che non vengono rispettate. In molti casi si è passati da irrigazioni settimanali a cadenze mensili, con effetti devastanti per ortaggi e frutta estiva.
Il presidente della Coldiretti Basilicata, Francesco Paolo Di Noia, ha parlato di “una crisi che non è più gestibile con provvedimenti-tampone”. Le aziende agricole più esposte stanno già calcolando le perdite, e in alcuni casi – come accaduto con i cereali – si sta valutando se valga la pena raccogliere. Tradotto: costa più mietere che lasciare tutto sul campo.
A peggiorare il quadro c’è la mancanza di una regia unica. La gestione delle risorse idriche è spezzata tra enti diversi, ciascuno con una porzione di competenza, nessuno con un piano coerente. E mentre le istituzioni discutono di dighe “strategiche” e nuovi impianti “da progettare”, il rischio è che la Basilicata diventi un territorio dove l’acqua passa, ma non si ferma.
Emergenza siccità in Sicilia: un paradosso made in Sud
La situazione più paradossale si registra in Sicilia. Qui, la crisi idrica è ormai cronica. L’inizio di maggio aveva fatto sperare in un parziale recupero: una serie di piogge improvvise ha riportato un po’ d’acqua nei bacini più vuoti. Ma non è stato abbastanza. E soprattutto non ha riguardato tutti.
Secondo i dati aggiornati della Regione, gli invasi siciliani trattengono attualmente circa 260 milioni di metri cubi d’acqua, una quantità leggermente superiore rispetto ad aprile, ma del 25% inferiore rispetto alla media degli ultimi dieci anni. La pioggia è caduta prevalentemente sulla parte orientale dell’Isola: nei bacini del catanese e dell’ennese l’acqua è tornata, seppur in misura modesta. Ma la situazione nell’ovest – da Trapani ad Agrigento – è drammatica. L’invaso Garcia, ad esempio, nel palermitano, è ai minimi storici. Quello di Rubino, nel trapanese, è tecnicamente inutilizzabile.
L’assessore regionale all’Agricoltura, Luca Sammartino, ha detto che “le precipitazioni sono state importanti, ma purtroppo non dove serviva di più”. In altre parole: ha piovuto, ma nei posti sbagliati. E la rete di raccolta e distribuzione, antiquata e inefficiente, non ha certo aiutato a spostare l’acqua dove sarebbe servita. Molti invasi non sono collegati tra loro, e alcuni sono pieni ma inutilizzabili per problemi di manutenzione.
Nel frattempo, l’agricoltura siciliana perde pezzi. In provincia di Trapani, l’associazione Altragricoltura ha stimato che oltre il 70% delle colture ortive estive è compromesso, e anche gli agrumeti e i vigneti mostrano segnali preoccupanti. Nella Valle del Belice, gli allevatori sono costretti ad acquistare foraggio da fuori regione, perché i pascoli sono ormai secchi.
L’altra metà del problema è strutturale. La Sicilia è una delle regioni italiane con il più alto tasso di dispersione idrica: secondo Istat, oltre il 52% dell’acqua immessa in rete viene persa prima di arrivare a destinazione. E il Piano di gestione delle risorse idriche regionale, pur approvato nel 2023, è ancora in gran parte inattuato. I fondi del PNRR sono stati destinati a una manciata di interventi, spesso mal coordinati con i bisogni reali del territorio.
Nel frattempo, la Regione ha proclamato lo stato di calamità in diversi comuni agricoli, ma le misure adottate restano di corto respiro: sconti sui canoni irrigui, deroghe per l’utilizzo di pozzi, e la solita trafila per ottenere indennizzi che – storicamente – arrivano tardi e mai a tutti. Aiuti importanti, certo, ma ancora insufficienti.
Una crisi prevedibile
Quello che colpisce, leggendo questi dati, è la prevedibilità della crisi. Il Sud Italia soffre di siccità da anni, e gli scenari climatici parlano chiaro: sarà sempre peggio. Eppure, ogni volta sembra che ci si trovi impreparati. Nessun piano di lungo periodo, nessuna visione complessiva, nessuna vera politica idrica.
La gestione delle risorse idriche nel Sud Italia è ancora affidata a un mosaico di enti poco coordinati, con competenze sovrapposte e capacità operative limitate. I fondi del PNRR, pur previsti per modernizzare reti idriche e invasi, faticano a tradursi in cantieri attivi: mancano progetti esecutivi, personale tecnico e una regia locale in grado di adattare le soluzioni alle esigenze reali. In molti casi, gli interventi finanziati risultano generici o scollegati dal contesto agricolo effettivo.
Rivedere l’“emergenza”
Se il clima cambia, anche l’agricoltura deve cambiare. Ma non può farlo da sola. Servono scelte politiche coraggiose: rivedere il sistema dei sussidi, favorire l’irrigazione intelligente, investire in invasi piccoli e distribuiti, ristrutturare la rete idrica, incentivare colture resistenti alla siccità. Servono ricerca, formazione, strumenti assicurativi. E soprattutto serve abbandonare la logica emergenziale. Perché questa non è più un’emergenza, è la regola.
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Ilaria De Marinis
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