Siccità in Sicilia: dichiarato lo stato di crisi

Il provvedimento, approvato formalmente ieri, arriva a colmare il vuoto normativo lasciato dalla scadenza del precedente stato di emergenza lo scorso 31 dicembre

da Federica Del Vecchio
siccità in sicilia

Nonostante le piogge sporadiche dei primi mesi del 2025, la siccità in Sicilia sembra non voler mollare la presa. I bacini idrici, soprattutto nella parte occidentale dell’Isola, non si sono riempiti a sufficienza, lasciando agricoltori e allevatori in balia di un clima sempre più imprevedibile. Le province di Palermo, Trapani e Agrigento sono tra le più colpite, con coltivazioni e allevamenti che lottano per sopravvivere. 

Ieri la svolta. Dopo mesi di pressioni da parte del mondo agricolo e degli enti locali, la Giunta regionale siciliana ha prorogato lo stato di crisi ed emergenza per l’intero settore agricolo e zootecnico fino al 2026. Il provvedimento, presentato dall’assessore all’Agricoltura Salvatore Barbagallo e approvato formalmente il 6 maggio, arriva a colmare il vuoto normativo lasciato dalla scadenza del precedente stato di emergenza lo scorso 31 dicembre. Un vuoto che, in pratica, ha congelato per mesi ogni possibilità di intervento straordinario.

Siccità in Sicilia, emergenza prorogata: soluzione o solo un palliativo?

Per gestire la fase attuativa è stato nominato commissario straordinario Fulvio Bellomo, già dirigente generale del Dipartimento regionale dell’Agricoltura: un profilo tecnico con esperienza, ma chiamato a operare in un contesto amministrativo pesante, dominato da ritardi cronici, sovrapposizioni di competenze e una macchina burocratica tutt’altro che agile.

Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Carmelo Pace, capogruppo della DC all’Assemblea Regionale Siciliana, ha salutato il provvedimento come “vitale per gli agricoltori e per l’economia dei nostri territori”, lodando l’“attenzione e la prontezza” del Presidente Schifani. Ma le dichiarazioni da aula consiliare cozzano con i racconti di chi, da mesi, si scontra con pozzi secchi e rubinetti a secco. Il “tempismo” evocato da Pace, se confrontato con i tempi della crisi, suona più come una consolazione postuma che una reale prova di lungimiranza politica.

Lo stesso assessore Barbagallo, pur provando a smorzare i toni trionfalistici, ha ammesso che le piogge registrate negli ultimi mesi sono state disomogenee e non sufficienti a rimettere in sesto i bacini. “Molte aree – ha dichiarato – sono ancora in condizioni critiche. Servono strumenti più veloci, più flessibili, più efficaci”. È una consapevolezza importante, certo, ma che arriva dopo mesi in cui poco o nulla è stato fatto per accelerare realmente la macchina degli aiuti.

E mentre la politica si autocelebra per un provvedimento che arriva a maggio – cinque mesi dopo la scadenza dello stato di emergenza – gli agricoltori si chiedono: quando inizieranno davvero i lavori sugli invasi, la digitalizzazione dei consorzi irrigui, la manutenzione dei canali e delle reti idriche? Perché prorogare un’emergenza non significa risolverla. E la Sicilia, da troppo tempo, vive in uno stato di emergenza permanente.

siccità in sicilia

Agricoltori in attesa: tra promesse e realtà

Mentre nei palazzi della politica si susseguono comunicati, decreti e dichiarazioni rassicuranti, nelle campagne siciliane si lavora – o meglio, si cerca di farlo – in condizioni che sfiorano l’assurdo. I pozzi si prosciugano, i turni di irrigazione vengono dilazionati o cancellati, e gli animali vengono alimentati con razioni ridotte perché i foraggi scarseggiano o hanno costi insostenibili.

A gennaio la Regione aveva annunciato uno stanziamento straordinario per il trasporto di acqua nelle aree rurali, ma molte aziende riferiscono che i fondi non sono ancora arrivati. Le misure tampone, come le autobotti e i contributi spot, risultano inefficaci se non inserite in un piano strutturale.

I Consorzi di bonifica, che dovrebbero garantire la distribuzione dell’acqua, sono al collasso organizzativo: tra debiti milionari e infrastrutture obsolete, faticano a gestire perfino l’ordinaria amministrazione. La burocrazia continua a rallentare ogni intervento e, paradossalmente, si è rivelata più resistente della siccità stessa.

Intanto, mentre i dati parlano di perdite che toccano il 70% in alcune aree cerealicole e vitivinicole, molti agricoltori stanno abbandonando interi ettari di coltivazioni, stanchi di sentirsi dire che la situazione è sotto controllo.

Il rischio reale, oltre alla crisi immediata, è quello di un esodo rurale silenzioso: senza interventi solidi, intere generazioni di agricoltori potrebbero lasciare la terra, trasformando l’attuale emergenza in un declino irreversibile del settore primario siciliano.

Emergenza siccità in Sicilia: è tempo di cambiare rotta

E mentre la politica si autocompiace per aver “ripristinato” uno stato di emergenza scaduto da mesi, nelle campagne siciliane si continua a seminare nel buio, letteralmente e metaforicamente. Il settore agricolo non può più permettersi interventi ritardati e misure-tampone: la mancanza di una visione strategica sta trasformando l’emergenza climatica in un collasso sistemico. Dove sono i piani per l’efficientamento delle reti idriche colabrodo? Perché i consorzi di bonifica non sono stati riformati, digitalizzati, messi in condizione di funzionare come in Emilia o in Veneto? Che fine hanno fatto gli investimenti promessi nei sistemi di irrigazione a goccia, nelle cisterne aziendali, nei bacini intercomunali?

L’agricoltura siciliana non è solo produzione: è presidio del territorio, economia locale, cultura rurale. Ma viene trattata come un problema da contenere anziché come un patrimonio da proteggere. E in questo contesto, prorogare lo stato di emergenza appare più come un alibi politico che una reale presa di responsabilità. Perché chiamarla “emergenza” ogni anno, quando è ormai la normalità, serve solo a deresponsabilizzare chi dovrebbe pianificare, intervenire e innovare. 

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

 

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