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Dall’inizio degli anni 2010, il comparto italiano delle pere ha vissuto un declino senza precedenti. Circa 15.000 ettari sono stati riconvertiti o estirpati tra il 2011 e il 2023 (immagine 1), mentre il potenziale produttivo è crollato in quindici anni da 920.000 a 500.000 tonnellate. I costi di produzione per ettaro sono diventati sempre più elevati, fino ad assestarsi attorno ai 20-25.000 euro l’anno, a fronte di una Produzione Lorda Vendibile compresa tra 12.000 e 18.000 €/ha. Il rendimento medio, che fino al 2018 si aggirava sui 248 q.li/ha, è precipitato dal 2019 a 143.
Fra le province più colpite, il Ferrarese: qui, a partire dalla campagna 2019/2020, la produzione di pere della varietà Abate Fétel è scesa da 25-30 ton/ha a 8-10 ton/ha; quella della Williams da 30-40 ton/ha a 10-15 ton/ha, mentre le varietà Decana e Conference sono quasi scomparse.
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Pere in Italia: superfici in calo ma qualità e produttività in ripresa
Lo scenario che si presentava a fine 2023 non era tra i più ottimistici per la pericoltura italiana. Il comparto veniva da cinque annate produttive difficili: da una parte, a causa dell’incremento di problematiche fitosanitarie come maculatura bruna e marciume calicino – soprattutto su pere Abate Fétel e Conference – e della diffusione ormai incontrollata della cimice asiatica, che nel complesso hanno aumentato sensibilmente i costi di produzione e abbassato la qualità. Dall’altra, per via degli effetti del cambiamento climatico: frequenti gelate, siccità, alluvioni, eccessi termici e sbalzi di temperatura hanno notevolmente ridotto il potenziale produttivo, trovando gli agricoltori spesso privi di mezzi tecnici adeguati per contrastarli.
Come risposta a questi anni di crisi, a partire dal 2021, le importazioni sono aumentate del 70%, con frutti provenienti da Olanda, Spagna, Argentina, Cile e Sudafrica. Al contrario, le esportazioni – che nel 2018 si aggiravano intorno alle 92.000 tonnellate, principalmente verso Francia e Germania – hanno registrato un calo del 62% in volume nei quattro anni successivi. Il calo delle superfici è proseguito anche nel 2024: -11% a livello nazionale, con un -14% in Emilia-Romagna e una certa controtendenza nelle regioni del Centro e Sud Italia, dove le superfici coltivate a pero hanno mantenuto una relativa stabilità.
Tuttavia, nonostante la contrazione delle superfici, la scorsa campagna ha visto il prodotto italiano raggiungere il mercato con calibri elevati, un’ottima qualità organolettica e buone caratteristiche di conservabilità, tali da coprire l’intera stagione commerciale. In particolare, le pere italiane hanno dominato la seconda parte della campagna.
Con una produttività in crescita del +120% rispetto al 2023, l’Italia si è distinta dagli altri areali produttivi europei, dove invece si è osservato un calo: -26% in Belgio, -15% in Spagna e -9% nei Paesi Bassi. Dei 21.000 ettari attualmente coltivati, il 64% si trova nel Nord Italia, con l’Emilia-Romagna che detiene il primato per superficie (11.300 ha), seguita da Veneto (1.600 ha), Lombardia (550 ha) e Friuli (100 ha). Al Centro e Sud, le regioni che contribuiscono maggiormente al restante 35% sono Toscana, Sicilia e Puglia.
In Emilia-Romagna, le province di Ferrara (4.000 ha) e Modena (3.700 ha) coprono oggi il 68% degli ettari coltivati a pero nella regione, nonostante il drastico calo rispetto al 2011, quando le superfici erano rispettivamente di 9.500 e 6.300 ettari. Focalizzando l’attenzione sulla Abate Fétel – simbolo per eccellenza del comparto italiano delle pere – nel 2025 si contano circa 2.300 ettari in Emilia-Romagna, con una produzione pari a 100.000 tonnellate, contro le 440.000 registrate sei anni fa.

Raccolta di pere della varietà Abate Fètel agevolata da bins posti su binari in serie
La situazione varietale
Il panorama varietale è rimasto pressoché invariato negli ultimi tredici anni: Abate Fétel resta la varietà più coltivata in Italia (44%), seguita da Williams (28%) e Kaiser. L’unica variazione significativa riguarda la pera Conference, la cui coltivazione è scesa dal 12 al 4% in dieci anni. Nonostante le sue ottime qualità organolettiche e gustative, questa varietà soffre particolarmente il caldo e gli sbalzi termici, arrivando in casi estremi a perdere completamente le foglie: un fenomeno che riduce la pezzatura dei frutti e impedisce spesso il completamento della maturazione.
Nel Sud Italia, la varietà più diffusa è la Coscia, apprezzata per la sua precocità. Con un peso medio di circa 200 g, questa cultivar presenta una sovraccolorazione rossastra, sapore intenso e buona croccantezza. Vanta un buon mercato interno, soprattutto dopo l’istituzione del consorzio IGP “Pera Coscia di Ribera e della Valle del Platani” in Sicilia.
In generale, tuttavia, l’offerta interna resta piuttosto limitata, il che permette una certa tenuta dei prezzi al chilo. I valori di mercato delle pere in Italia variano a seconda della varietà, della zona di produzione e del canale di vendita (all’origine o al dettaglio). Per informazioni più precise è tuttavia necessario specificare la varietà e l’area di riferimento. Indicativamente, i prezzi medi si aggirano attorno a 1,08-1,18 euro/kg, con possibilità di variazioni significative.
Le cause della crisi
Come già accennato, negli ultimi anni una serie di eventi avversi ha avuto un impatto particolarmente negativo sulla pericoltura italiana. Nel 2019, ad esempio, si è registrata un’impennata delle popolazioni di cimice asiatica nel Modenese. Nel 2021, una gelata tardiva verificatasi tra il 7 e l’8 aprile ha causato gravi danni ai frutti (immagine 2), successivamente colpiti da forti attacchi di alternaria, maculatura bruna (Stemphylium vesicarium) e ancora cimice asiatica. Nel 2022 la produzione è risultata molto limitata a causa delle problematiche agronomiche ereditate dalla stagione precedente, alle quali si è aggiunta la siccità, che ha reso difficile soddisfare il fabbisogno idrico della coltura (compreso tra 5.000 e 7.000 m³/ha/anno).
Proseguendo, nel 2023, una nuova gelata tardiva unita ai danni provocati dall’alluvione ha causato perdite fino all’80% della produzione. Nel 2024, gli attacchi di alternaria e Stemphylium hanno provocato ulteriori perdite produttive, sebbene la qualità del prodotto residuo fosse buona, fattore che ha favorito un buon prezzo al chilo.
Il fattore più determinante – e senz’altro il più difficile da controllare – resta il cambiamento climatico. Un esempio emblematico è rappresentato proprio dall’annata in corso: a pochi giorni dall’inizio della raccolta delle varietà precoci, in quasi tutti gli areali produttivi del Nord si è verificata un’anomala cascola dei frutti, in particolare delle varietà Abate e Decana. L’ipotesi oggi più accreditata è che le abbondanti piogge primaverili abbiano causato fenomeni diffusi di asfissia radicale, con conseguente indebolimento delle piante, incapaci poi di sostenere il carico produttivo. Fenomeni simili possono sommarsi a una fioritura già compromessa da ritorni di freddo e gelate tardive, come avvenuto nelle campagne 2021 e 2023. La soluzione? Difficile da individuare.
Le varietà più resistenti al cambiamento climatico sono spesso anche quelle meno apprezzate dal mercato, risultando così meno remunerative e sostenibili dal punto di vista economico. La gestione del cotico erboso può contribuire a mitigare i danni delle piogge abbondanti; mentre per le gelate tardive, una possibile risposta è l’impiego di impianti antibrina, che tuttavia comportano elevati consumi idrici e un impegno economico non sostenibile da tutte le aziende.
Ad aggravare ulteriormente i costi per le aziende vi è il controllo dei parassiti (cimice asiatica, psilla del pero, carpocapsa) e dei patogeni (maculatura bruna, ticchiolatura, colpo di fuoco batterico).
Negli ambienti mediterranei, la maculatura bruna (Stemphylium vesicarium) (immagine 3) rappresenta senza dubbio la malattia fungina più pericolosa del pero, poiché il fungo è particolarmente attivo in climi caldo-umidi. In un pereto commerciale, tra fioritura e raccolta, si effettuano da 15 a 25 trattamenti specifici per mantenere i danni entro soglie economicamente sostenibili. In assenza di trattamenti tempestivi, le perdite possono arrivare fino al 90% del raccolto.
Nei pereti condotti in biologico giocano un ruolo chiave pratiche agronomiche come la gestione della chioma (arieggiamento e rimozione delle parti infette, compresi i frutti caduti) e un’irrigazione razionale, fondamentale per contenere l’umidità.
Nel sistema di difesa integrata, tuttavia, il controllo della malattia resta tutt’altro che semplice: negli ultimi sei anni è stato abolito circa il 70% delle sostanze attive disponibili. Oggi i principi attivi autorizzati sono 17, ma solo alcuni risultano effettivamente efficaci. Difenoconazolo e tebuconazolo, ad esempio, non sono più performanti, essendo molecole datate; inoltre, l’UE prosegue nella sua strategia di riduzione: nel prossimo anno è attesa l’abolizione del ciprodinil. A questo si aggiungono le richieste sempre più stringenti della GDO: massimo uno o due residui per prodotto, con divieto assoluto di principi attivi come fosetil-Al, fosfonati di potassio e kresoxim-metile. Tutto ciò rende sempre più difficile un controllo efficace della malattia e aumenta il rischio di insorgenza di resistenze in campo. A complicare ulteriormente la situazione è il fatto che alcune delle poche sostanze ancora disponibili, come rame e ditiocarbammati, provocano danni estetici significativi ai frutti.

A sinistra frutto di Abate Fètel con sintomi di maculatura bruna, a destra frutto sano
La sfida della pericoltura tra cimice asiatica e psilla
Tra i fitofagi più dannosi si segnalano la cimice asiatica (Halyomorpha halys) e la psilla del pero (Cacopsylla pyri). Il danno più grave causato dalla cimice è legato alle punture: i frutti colpiti smettono di crescere regolarmente, si deformano (immagine 4) e non possono più essere destinati al mercato del fresco, subendo un pesante deprezzamento.
Dal 2020, nei principali comprensori pericoli del Nord Italia, i Servizi Fitosanitari Regionali hanno effettuato dai 20 ai 30 lanci annui dell’antagonista naturale della cimice, il Trissolcus japonicus, comunemente noto come vespa samurai. Questi lanci hanno dato risultati incoraggianti su altre colture (mele, pesche, kiwi), ma non sulle pere, che sembrano essere particolarmente attrattive per l’insetto.
Anche i produttori si sono attivati, effettuando lanci nei propri pereti e ricorrendo a trattamenti chimici per contenere le popolazioni. Tuttavia, restano numerose criticità:
- il costo elevato dei prodotti,
- la scarsità di principi attivi disponibili (appena 9),
- i limiti residuali sempre più stringenti,
- e soprattutto l’incertezza sul momento ottimale di intervento, che compromette l’efficacia dei trattamenti.
Tutta questa serie di criticità si può riassumere in un dato emblematico: è stata di fatto persa un’intera classe merceologica. La GDO ha iniziato ad accettare un calibro 55+ come se fosse un 65+, con un abbassamento delle soglie minime di qualità commerciale.
A cura di: Stefano Marullo – Floema Consulting; Lauro Simeoni – Fruit Net System
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