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L’Italia entra nella stagione frutticola 2025/2026 con il freno tirato. Nei frutteti, le mele resistono, ma arrancano sotto la media storica; le pere invece crollano, segnando un drammatico -24,7% rispetto al 2024. Un tracollo che racconta un anno difficile: gelate fuori stagione, grandinate estive e impianti che portano il peso degli anni hanno lasciato interi filari vuoti. A darne contezza sono i dati presentati in occasione di Prognosfruit 2025 – la rassegna europea di riferimento per il settore, organizzata quest’anno ad Angers dalla World Apple and Pear Association (WAPA) in collaborazione con l’Association Nationale Pommes Poires (ANPP). Un appuntamento che, ogni anno, mette sul tavolo le previsioni produttive di mele e pere per l’intera UE, numeri che per gli operatori non sono semplici statistiche, ma la bussola per orientare strategie commerciali, contratti e investimenti.
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Mele stabili in Europa, ma sotto media
Secondo le stime WAPA, la produzione complessiva di mele nei principali Paesi produttori dell’Unione si attesterà a 10,5 milioni di tonnellate, appena lo 0,1% in meno rispetto al 2024, ma ben il 7,5% sotto la media degli ultimi tre e cinque anni.
Per l’Italia significa una tenuta apparente, dietro cui si nasconde un gap strutturale da colmare. A pesare, più che gli eventi climatici estremi – che hanno colpito con maggiore severità il comparto delle pere – sono le dinamiche di trasformazione varietale, saturazione di mercato e calo dei margini, in particolare nelle zone ad alta specializzazione. La stabilità dei volumi, infatti, non riflette un equilibrio solido: l’età avanzata degli impianti, l’erosione della competitività sui costi e la pressione sui prezzi alla produzione continuano a minare la redditività, soprattutto per le varietà più tradizionali.
Per questo, pur restando il secondo produttore europeo dopo la Polonia, l’Italia vede crescere la concorrenza da parte di altri player dell’Est Europa, dove il costo della manodopera è inferiore e dove i nuovi impianti – spesso finanziati con fondi strutturali europei – sono più moderni ed efficienti. La pressione si avverte soprattutto sui segmenti destinati alla trasformazione industriale, meno protetti dalle politiche di origine e qualità.In questo contesto, l’apparente stabilità del 2025 può risultare fuorviante. La ripresa dei volumi non basta a garantire la sostenibilità economica, né a rispondere alle nuove richieste del mercato: biodiversità varietale, riduzione dei residui, resistenza alle avversità climatiche e disponibilità di prodotto su lunghi periodi sono ormai prerequisiti per restare competitivi. La sfida, per i produttori italiani, sarà coniugare innovazione agronomica e strategie di mercato più robuste, senza perdere il presidio nei segmenti premium dove la mela italiana ha ancora molto da dire.
Pere: tracollo italiano, boom nel Nord Europa
Sul fronte delle pere, invece, il quadro europeo 2025 presenta due facce. Mentre Belgio (+32,1%) e Paesi Bassi (+8,1%) spingono in alto la produzione complessiva dell’UE fino a 1,79 milioni di tonnellate (+1,4%), l’Italia scivola ai minimi storici, con un calo del -24,7% rispetto al 2024. Un dato che conferma la perdita di centralità produttiva del nostro Paese, un tempo leader continentale nella pericoltura.
In realtà, il crollo non è un episodio isolato: è il risultato di un declino lungo oltre un decennio. Tra il 2011 e il 2023, l’Italia ha perso circa 15.000 ettari di superficie coltivata a pero, con un potenziale produttivo dimezzato (da 920.000 a 500.000 tonnellate). Le ragioni sono molteplici: fitopatie come la maculatura bruna, la psilla e il colpo di fuoco batterico, danni da cimice asiatica, aumenti dei costi di produzione, eventi climatici estremi (gelate, alluvioni, siccità) e l’obsolescenza di molti impianti.
In Emilia-Romagna, cuore della produzione nazionale, la situazione è drammatica e in tutto il Nord Italia, dove si concentra il 64% degli attuali 21.000 ettari coltivati, si è assistito a una produzione media crollata da 248 a 143 quintali per ettaro negli ultimi sei anni.
E il contesto internazionale rende ancora più evidente la fragilità italiana. Mentre Belgio e Paesi Bassi rafforzano la propria leadership con varietà come la Conference, l’Italia arranca nel tentativo di aggiornare il proprio modello produttivo, puntando oggi su nuove varietà più resistenti, impianti più efficienti, e tecnologie di precisione. Ma è una corsa contro il tempo.
Mele e pere: uno sguardo alle varietà
Tornando ai dati Prognosfruit, l’analisi varietale conferma che la Golden Delicious, regina indiscussa dei frutteti europei, subisce una leggera flessione (-0,9%, pari a 2,06 milioni di tonnellate), mentre la Gala si stabilizza a 1,43 milioni di tonnellate, consolidando la propria posizione nel mercato di alta gamma. Più pesanti invece le perdite per Red Delicious (-19,2%) e Idared (-8,8%), varietà storiche che pagano sia la minore resa in annate climaticamente difficili sia una domanda interna in progressiva trasformazione.
Per le pere, la fotografia è in chiaroscuro. Le Conference guadagnano un notevole +15,6%, arrivando a 857.368 tonnellate e rafforzando il loro ruolo di varietà “locomotiva” per i mercati nordeuropei. All’opposto, le William BC cedono il 16,7%, un segnale che colpisce anche i segmenti premium e la trasformazione di qualità, tradizionalmente legati a questa varietà.

Mercati globali: rischi e aperture
Sul piano internazionale, la stabilità produttiva europea si inserisce in un contesto globale in movimento. Mentre Stati Uniti e India si attendono raccolti leggermente superiori al 2024, Cina, Turchia, Serbia, Moldavia e Ucraina prevedono cali importanti. Un fattore che, se gestito con strategia commerciale e logistica, potrebbe aprire nuove opportunità per le esportazioni UE verso Medio Oriente, Asia centrale e Sud-est asiatico, mercati sempre più attenti alla qualità e alla continuità di approvvigionamento.
Ma la tenuta dei volumi non basta a cancellare le incertezze. Come ha ricordato Philippe Binard, Segretario Generale di WAPA, “nonostante una previsione di produzione stabile, il settore si trova ad affrontare preoccupanti incertezze. La variabilità climatica, una gamma limitata di strumenti per gestire le minacce alla biosicurezza, la carenza di manodopera, l’aumento dei costi non totalmente compensato dai prezzi di mercato, l’instabilità geopolitica, un contesto commerciale volatile e le fluttuazioni valutarie sono condizioni che offuscano la visibilità a lungo termine”. Parole che pesano come un bilancio in rosso e che richiamano la necessità di un’Europa agricola coesa, capace di evitare distorsioni di concorrenza tra Stati membri.
Meno burocrazia, più strumenti comuni
Dal fronte produttivo arriva anche la richiesta di una politica agricola chiara e lineare. Luc Vanoirbeek, presidente del gruppo di lavoro “Frutta e verdura” del COPA-COGECA, sintetizza così le priorità: “La semplificazione e la competitività potrebbero essere promosse in molti modi, dalla riduzione della burocrazia all’armonizzazione di strumenti come le valutazioni dell’impronta ambientale e al passaggio a un’autorizzazione paneuropea dei prodotti fitosanitari. Non ci sarà cibo senza agricoltura”.
Con un valore complessivo superiore ai 10 miliardi di euro, mele e pere restano tuttavia due pilastri dell’economia agricola europea. La stagione 2025/2026 si apre dunque come un banco di prova: mantenere la competitività in un contesto climatico e politico incerto, investire per rinnovare impianti e varietà, e sfruttare le finestre commerciali che il mercato globale può offrire. Per l’Italia, la sfida è doppia: arginare la crisi delle pere e rafforzare la propria posizione sulle mele, prima che lo slittamento dell’asse produttivo europeo diventi irreversibile.
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Ilaria De Marinis
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