Moria del kiwi: tra difficoltà e rinascita

Presente in diverse regioni italiane, questa devastante fisiopatia ha già ridotto drasticamente la produttività italiana. Fortunatamente, però, non tutto è perduto.

da Ilaria De Marinis
moria del kiwi egidio (1)

La coltivazione del kiwi (Actinidia spp.), presente in diverse regioni italiane, ha una notevole importanza sia dal punto di vista economico, in quanto può garantire elevate performance produttive, sia dal punto di vista sociale, perché contribuisce notevolmente allo sviluppo di aree rurali e quindi anche al presidio del territorio, e alla creazione di filiere produttive. A livello mondiale, l’Italia è il terzo Paese produttore al mondo, con una superficie agricola investita di oltre 25mila ettari. Negli ultimi anni, però, la coltivazione di questa specie frutticola, è stata messa a rischio dall’insorgenza e dalla graduale diffusione di una seria problematica, che ha generato una diminuzione di circa il 30% della produzione totale italiana conosciuta come “Kiwifruit Vine Decline Syndrome” (KVDS) o più comunemente come “Moria del Kiwi”.

Cos’è la moria del kiwi? 

Studi degli ultimi anni riportano che la moria dell’actinidia è una fisiopatia multifattoriale, cioè trae origine da un complesso di fattori. In Italia è stata rilevata per la prima volta nel 2012, precisamente nella regione Veneto. D’altra parte, le manifestazioni di sintomi riconducibili a tale problematica sono state segnalate vent’anni prima in Nuova Zelanda nel 1989. Nel 2015 la sintomatologia è stata riscontrata anche in Piemonte e negli anni a seguire l’avversità si è estesa anche in Friuli-Venezia Giulia, Lazio e Calabria.

Le cause non sono del tutto note, ma recenti studi suggeriscono che i ristagni idrici, generati da piogge eccessive e/o da una gestione irrigua empirica, determinano situazioni di ridotta disponibilità di ossigeno. Condizione che, se perdura nel tempo, favorisce la destrutturazione del suolo e la variazione della sua componente microbiologica (disbiosi del suolo). La riduzione dei processi respiratori cellulari e quindi l’alterazione del bilancio energetico provoca ipossia del terreno che determina una disfunzione fisiologica dell’apparato radicale. Questo reagisce velocemente bloccando la crescita delle nuove radici assorbenti; si avviano quindi i processi di modifica anatomiche delle strutture fino al loro totale disfacimento (necrosi), a seguito del quale l’intera pianta entra in un declino fisiologico. La graduale diminuzione dell’attività radicale comincia a interessare anche la chioma, inducendo una diminuzione complessiva della crescita e influenzando quindi le prestazioni fisiologiche della pianta.

Talvolta, la quantità di acqua assorbita dalle radici non è in grado di compensare quella perduta per traspirazione fogliare, comportano la disidratazione e la necrotizzazione delle foglie (brusone) con caduta anticipata (filloptosi).

Pertanto, al fine di tutelare gli impianti di actinidia sul territorio nazionale e non solo, è fondamentale rivisitare i piani di gestione agronomica (in accordo e condivisione con tecnici esperti), anche servendosi delle nuove tecnologie disponibili sul mercato (software dedicati di calcolo del fabbisogno irriguo, sonde per il monitoraggio dell’umidità del suolo, della evapotraspirazione potenziale, ecc…), focalizzando l’attenzione sull’irrigazione e sul terreno. Tra corretta gestione irrigua e del suolo e sanità e benessere delle piante vige infatti uno stretto legame. 

Accorgimenti per una ottimale gestione agronomica

  • Valutazione di idoneità pedologica del sito e gestione del suolo

In fase di progettazione dei nuovi impianti frutticoli, è indispensabile, soprattutto per la specie actinidia, valutare l’idoneità pedologica del sito. L’actinidia predilige suoli ricchi di sostanza organica, di medio impasto, con pH compreso tra 6-7, non superiore a 8, con un ottimo drenaggio e con calcare attivo non superiore al 4%. La scelta del suolo, la profonda conoscenza delle sue caratteristiche chimiche, fisico-meccaniche, idrologiche e microbiologiche, la valutazione – tramite lo scavo di trincee – di una eventuale presenza di suole di lavorazione, di strati impermeabili, ecc., e la loro sistemazione (ad esempio il drenaggio sottosuperficiale) prima della messa a dimora dell’impianto sono di particolare importanza per poter evitare o eventualmente controllare la fisiopatia multifattoriale trattata in questo articolo. Al fine di realizzare e caratterizzare i diversi settori irrigui, risulta utile produrre una mappa di variabilità spaziale del suolo, la quale consente anche di individuare quali sono i punti strategici della superficie agricola (zone vulnerabili e/o rappresentative) dove installare, ad esempio, sonde multilivello che monitorano il contenuto idrico del suolo. Inoltre, è consigliabile adeguare l’impianto irriguo ai cambiamenti del terreno (frequenza e portata erogatori, numero, passo e portata dell’ala gocciolante, etc.). 

In seguito allo studio del sito, diventa cruciale, tramite un approccio olistico, la scelta delle tecniche agronomiche da adottare durante la conduzione dell’impianto. Si consiglia: 

  1. l’apporto di sostanza organica con compost e/o letame prima della messa a dimora delle piante; 
  2. l’inerbimento spontaneo o artificiale del terreno utilizzando miscugli selezionati di specie erbacee con funzione decompattante, permeante, promotori della microflora e della microfauna del suolo; 
  3. la scelta del sesto d’impianto adatto alle condizioni climatiche dell’area, al portinnesto, alla varietà;
  4. la gestione corretta del carico produttivo finalizzato all’equilibrio chioma-frutti-radici e il riutilizzo dei residui della potatura come strutturante e substrato.
actinidieto con moria (1)

Impianto di actinidia nell’areale metapontino caratterizzato da clima mediterraneo con bassa piovosità. Sono evidenti segni di moria dovuti agli elevati volumi irrigui apportati in modo sistematico negli anni di coltivazione. Credits: B. Dichio

  • Irrigazione

Tra tutte le specie arboree coltivate in ambito frutticolo, l’actinidia è la più esigente dal punto di vista idrico: non tollera né condizioni di eccesso, né condizioni di scarsa disponibilità idrica nel suolo. Nel corso del tempo, la gestione irrigua ha avuto principalmente lo scopo di ridurre condizioni di deficit idrico che, in ambienti con elevatissima domanda evapotraspirativa durante la stagione estiva (come quello mediterraneo, ad esempio l’Italia meridionale), ha rappresentato il principale problema per la coltura. Nel tentativo di limitare condizioni di stress idrico, si è preferito somministrare elevati volumi di adacquamento, così generando situazioni di eccesso idrico indesiderate, specialmente in terreni con scarsa capacità di drenaggio. Un’errata gestione dell’irrigazione, basata sulla determinazione empirica dei volumi irrigui, può indurre una sovrastima degli effettivi fabbisogni colturali, danneggiando il sistema agricolo e sprecando una ingente quantità di acqua, risorsa tra l’altro sempre meno disponibile per via di diverse cause, tra cui il cambiamento climatico. Sono pertanto doverose la definizione e l’adozione di una strategia irrigua di precisione che adegui i volumi agli effettivi fabbisogni della pianta e permetta di sincronizzare anche durante il giorno la disponibilità idrica con gli assorbimenti da parte della pianta, evitando così situazioni permanenti di eccesso idrico che possono innescare quei processi distruttivi e indesiderati descritti nel paragrafo precedente. Il punto di partenza per la gestione irrigua di precisione dell’actinidieto è la computazione del bilancio idrico. Questo consente di calcolare il volume di adacquamento che bisogna restituire all’agroecosistema e nei contesti in cui alcuni parametri del bilancio sono trascurabili. Il bilancio idrico è alla base di svariati decision support system (DSS), che tuttavia – a causa dell’elevato grado di incertezza delle informazioni derivanti, legato proprio a errori inevitabili nella stima delle diverse componenti – in frutticoltura non trovano ancora grande applicazione. 

Purtroppo, se i DSS non dispongono di un sistema di autoapprendimento e autocorrezione, gli errori commessi durante la computazione del bilancio idrico giornaliero si accumulano durante l’intera stagione irrigua, rendendo inevitabile un disallineamento tra le disponibilità idriche stimate dai modelli e quelle realmente presenti nel suolo. In queste condizioni accade che i volumi irrigui suggeriti dal DSS non corrispondono con quelli realmente necessari per la coltura e possono facilmente determinare situazioni di stress idrico nelle piante, con implicazioni negative sulle performance produttive dell’impianto arboreo. Queste situazioni, associate alla scarsa flessibilità degli strumenti (software chiusi e non modificabili) e alla scarsa conoscenza dei processi, inducono il tecnico/imprenditore agricolo a non ritenere affidabile lo strumento di supporto alla decisione irrigua.

Per un’irrigazione di precisione anche in frutticoltura, però, non può bastare solamente il bilancio idrico. Di estrema importanza risulta infatti anche considerare le specificità del sito, con le relative caratteristiche microclimatiche, pedologiche e fisiologiche della coltura. Nello specifico, è opportuno abbinare il monitoraggio dello stato idrico della pianta, anche se ancora oggi presenta svariati limiti, come la scarsa disponibilità di strumentazione affidabile, la difficoltà di individuare valori soglia utili per la gestione irrigua ecc…, e/o il monitoraggio dello stato idrico del suolo, più adatto ai fini della verifica della corretta gestione irrigua. Grazie anche all’avanzamento tecnologico del comparto e alla sensibile riduzione dei costi, sono oggi disponibili sul mercato diverse soluzioni (sensoristica) che permettono il monitoraggio in continuo dell’umidità nei vari profili di suolo. Pertanto, l’aggiustamento dei volumi irrigui determinati tramite il bilancio idrico può essere realizzato tramite la verifica del contenuto idrico del suolo.

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Impianto di actinidia del veronese con evidente eccesso idrico nel suolo e fenomeni di ristagni che causano deterioramento della funzionalità dell’apparato radicale. Credits: B Dichio

  • Innovazione tecnologia e automazione impianti 

I sistemi tecnologici per l’ottimizzazione della gestione irrigua sono ormai diffusi in ogni zona di coltivazione dell’actinidia. La richiesta di aggiornamento tecnologico da parte delle aziende agricole è in forte ascesa, soprattutto per alcuni motivi fondamentali:
– l’ottenimento delle notizie in real-time delle condizioni pedoclimatiche dei sistemi colturali aiuta l’imprenditore agricolo a prendere decisioni più rapidamente sulle operazioni colturali da realizzare, liberando tempo per se stesso e/o altro;
– il monitoraggio continuo del contenuto idrico del suolo permette di ottimizzare i volumi e dunque ridurre i costi per la risorsa idrica (elettricità, costi consortili, etc);
– la possibilità di essere precisi nell’erogazione degli elementi nutritivi in fertirrigazione riducendo i consumi dei fertilizzanti;
– il miglioramento del benessere generale delle piante che, grazie all’ottimizzazione dell’apporto idrico e dei fertilizzanti, riescono a raggiungere maggiori performance produttive per lungo periodo. 

Certo, per l’integrazione dei sistemi nei frutteti esistenti e nella progettazione dei nuovi impianti sono necessarie assistenza ed esperienza tecnica specialistica. In compenso, è bene sottolineare che i maggiori costi che si sostengono per l’acquisto dei sistemi tecnologici e per l’impegno in tempo in fase adeguamento e training vengono ammortizzati in poche annate produttive.  

Actinidieto interessato da moria del kiwi: si può recuperare?

In seguito a specifiche sperimentazioni realizzate negli ultimi anni dal gruppo di ricerca in frutticoltura dell’Università degli Studi della Basilicata, è possibile affermare che un impianto di actinidia colpito dalla KVDS è recuperabile, a patto che si intervenga in uno stadio precoce e cioè quando le radici presentano i primi sintomi di marcescenza e/o la pianta riduce l’attività vegetativa. Il forte potenziale rigenerativo dell’apparato radicale del kiwi rende infatti possibile il ripristino del sistema produttivo. 

Stabilito con osservazioni attente (scavi, misure) che il potenziale produttivo del frutteto non è compromesso, le operazioni tecniche che devono essere prese in considerazione per attuare un’opera di recupero sono diverse. In primo luogo, si procede con il drenaggio del suolo, con allontanamento dell’acqua in eccesso in particolar modo nei pressi del filare (0,3-0,5 m). Attraverso un miniescavatore si procede a realizzare almeno una trincia da un lato del filare, dal punto di colmo verso l’esterno (canale di bonifica e/o pozzetti collettori). Poi occorre effettuare la potatura dell’apparato radicale (lato opposto alla trincea), con lavorazione di arieggiamento tramite ripper (almeno 0,5-0,7 m di profondità). Segue il riequilibrio del rapporto chioma/radici con potature adeguate della parte aerea in base alla condizione della radice. In ultimo, tramite bilancio idrico, si procede con l’irrigazione di precisione. Indispensabile il monitoraggio del contenuto idrico del suolo che può essere condotto attraverso l’installazione di contalitri per conoscere esattamente la risorsa erogata e prove di portata degli erogatori in campo per stabilirne capacità reale e variabilità.

Bisogna considerare che nei primi anni dell’attività di recupero l’obiettivo è quello di ricostituire dapprima l’apparato radicale e quindi la chioma, riducendo al minimo il sink frutto. In tal senso, è quindi indispensabile mettere in conto il diradamento dei frutti.

In alcuni campi sperimentali colpiti da moria del kiwi, in seguito alle attività sopra descritte, è stato possibile accertare un recupero degli apparati radicali delle piante che hanno prodotto nuovo capillizio assorbente. Dopo 3 anni di attività l’impianto ha recuperato il suo potenziale produttivo.

Conclusioni e prospettive future

Per gli anni futuri, al fine di contenere questa fisiopatia che sta danneggiando gli actinidieti e tutelare gli interessi economici di tutti gli attori della filiera produttiva, è necessario che vi sia una svolta nella gestione agricola, passando dalle pratiche empiriche a quelle tecnico scientifiche che si basano sulla conoscenza profonda del sistema produttivo e sull’impiego di tutte le nuove tecnologie presenti sul mercato anche a prezzi piuttosto contenuti. 

Risulta altresì importante continuare a investire nella ricerca, ma anche in un serio e concreto trasferimento tecnologico verso il mondo imprenditoriale, perché non vi può essere un miglioramento dei contesti agricoli e uno sviluppo sostenibile senza un consapevole e preparato capitale umano.

 

A cura di: Egidio Lardo – direttore tecnico KARPOSIA, agronomo e amministratore della Società agricola Dimitra
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