A distanza di quasi due settimane dalla pubblicazione in Gazzetta del Decreto-Legge 18 marzo 2026, n. 33, il perimetro delle misure previste per il settore agricolo appare ormai definito con chiarezza. Se nella fase iniziale il provvedimento era stato letto come una risposta emergenziale al caro carburanti anche per i comparti produttivi più esposti, il testo vigente consente oggi una valutazione più precisa: per l’agricoltura il decreto produce un alleggerimento indiretto sul prezzo, ma non prevede quel credito d’imposta specifico che il comparto continua a chiedere. La misura interviene infatti sulla trasparenza della filiera, sulle accise e sul sostegno diretto ad autotrasporto e pesca, senza però includere le imprese agricole tra i beneficiari degli strumenti fiscali più incisivi.
Trasparenza e accise: un intervento che attenua, ma non riequilibra
Come già raccontato, sul piano regolatorio, il decreto prova anzitutto a presidiare la formazione dei prezzi. Le società petrolifere o i soggetti che assicurano l’approvvigionamento della rete di vendita per autotrazione civile sono tenuti a comunicare quotidianamente i prezzi consigliati, a pubblicarli con evidenza sui propri siti e a trasmetterli alle autorità competenti; contestualmente, agli esercenti viene impedito di modificare in aumento, nell’arco della stessa giornata, i prezzi già comunicati. A ciò si aggiunge uno speciale regime di controllo affidato al Garante per la sorveglianza dei prezzi, chiamato a individuare eventuali anomalie lungo la filiera e, nei casi più critici, a trasmettere gli esiti alla Guardia di finanza, all’Autorità garante della concorrenza e, se necessario, anche all’autorità giudiziaria .
Si tratta di un impianto normativo che risponde all’esigenza, tutt’altro che secondaria, di contenere possibili fenomeni speculativi in una fase di forte instabilità internazionale. Tuttavia, per il mondo agricolo, il cuore della questione resta un altro: il livello effettivo dei costi operativi. La riduzione temporanea delle accise, prevista per venti giorni a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione del decreto, può produrre un alleggerimento immediato sul prezzo dei carburanti, ma nel caso dell’agricoltura il beneficio tende a ridursi notevolmente, dal momento che il gasolio agricolo si colloca già in un regime fiscale differenziato. In altre parole, il decreto interviene sul margine più visibile del prezzo, senza però modificare in misura sostanziale la vulnerabilità economica di un comparto in cui il carburante continua a rappresentare una componente strutturale dei costi di produzione.

Il punto critico
È qui che la lettura del testo pubblicato in Gazzetta diventa decisiva. Il decreto riconosce infatti un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta alle imprese dell’autotrasporto, commisurato alla maggiore spesa sostenuta nei mesi di marzo, aprile e maggio rispetto al prezzo di febbraio; introduce inoltre, con una formulazione distinta, un credito d’imposta fino al 20% per le imprese della pesca, sempre in relazione agli acquisti di carburante effettuati nello stesso periodo. Per le imprese agricole, invece, una misura analoga non compare.
Il punto, per il settore primario, è tutt’altro che formale. Il gasolio non è una voce accessoria né un costo comprimibile nel breve termine: accompagna le lavorazioni meccaniche, la gestione ordinaria delle colture, il funzionamento delle macchine operatrici e, in molti casi, la stessa tenuta organizzativa dell’azienda. In una fase dell’anno in cui molte colture entrano nel pieno delle operazioni stagionali, l’assenza di un meccanismo diretto di compensazione lascia le imprese agricole esposte alla volatilità dei mercati energetici quasi esclusivamente attraverso un beneficio indiretto, insufficiente da solo a riequilibrare i conti aziendali. E il quadro si fa ancora più delicato se si osserva la copertura finanziaria del provvedimento: agli oneri derivanti dal decreto si provvede anche mediante riduzione degli stanziamenti ministeriali, tra cui quelli del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, chiamato a contribuire per 25,355 milioni di euro.
Più che una risposta risolutiva al caro carburanti, dunque, il decreto appare come un intervento tampone, utile a ridurre la pressione nell’immediato, ma ancora lontano dal fornire al comparto agricolo una protezione coerente con il suo grado di esposizione. Il tema non si esaurisce nella dinamica del prezzo alla pompa: riguarda, più in profondità, la capacità del sistema agricolo di assorbire shock energetici ripetuti senza compromettere continuità operativa, equilibrio economico e programmazione colturale. La pubblicazione in Gazzetta, da questo punto di vista, chiarisce ciò che il dibattito politico aveva lasciato più sfumato: per l’agricoltura, almeno allo stato attuale del testo, il decreto alleggerisce ma non compensa.
Ilaria De Marinis
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