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Nel Foggiano la conta delle piante di olivo risultate infette continua a salire – 153 ad oggi – e ogni nuovo aggiornamento rafforza tra produttori e tecnici la sensazione che la partita contro Xylella fastidiosa sia tutt’altro che chiusa.
Eppure, mentre la cronaca disegna giorno per giorno la geografia del contagio, esiste una storia parallela – meno visibile, lontana dai riflettori – che procede con la pazienza della ricerca: incroci programmati, semenzali osservati uno a uno, propagazioni controllate e verifiche che richiedono anni. È la storia del tentativo, scientifico prima ancora che agronomico, di costruire una nuova olivicoltura post-Xylella, basata su genotipi resistenti o tolleranti e, allo stesso tempo, validi sul piano morfologico e produttivo.
“Non è assolutamente semplice, né rapido” premette la dottoressa Maria Saponari, riferendosi proprio alla complessità del percorso necessario per ottenere nuove varietà che uniscano resistenza e produttività. Ricercatrice del CNR e coordinatrice di due progetti nazionali attualmente in corso, Reach-XY e Omibreed che affrontano lo sviluppo di programmi di miglioramento genetico, il primo includendo anche approcci innovativi biotecnologici, il secondo finanziato attraverso il bando 2023 del Ministero dell’Agricoltura, dedicato specificamente al breeding per la resistenza a Xylella con tecniche classiche di incrocio. “Un sostegno senza il quale – sottolinea – molti degli avanzamenti di oggi non sarebbero stati possibili“.
L’abbiamo intervistata per fare il punto su ciò che realmente sta accadendo nei laboratori e nei campi sperimentali: quali materiali stanno iniziando a mostrare i primi segnali di interesse, quali risultati appaiono più solidi e quale traiettoria sta prendendo la ricerca verso nuove cultivar di olivo resistenti e produttive.
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Leccino × Coratina: il genotipo ad oggi più promettente
Il programma di miglioramento genetico oggi in corso, racconta la professoressa Saponari, è frutto di un lavoro che procede “da almeno 4-5 anni in maniera sistematica”, con incroci programmati che coinvolgono parentali già conosciuti per la loro tolleranza o per le loro buone performance agronomiche.
Si tratta di combinazioni effettuate ogni anno grazie anche al supporto operativo delle aziende agricole che mettono a disposizione i propri appezzamenti per la sperimentazione. Tra queste figura quella di Giovanni Melcarne, agronomo e imprenditore agricolo, che ha consentito l’allestimento di un campo sperimentale nel cuore del Salento. Un contributo tutt’oggi indispensabile per mantenere oltre 2000 semenzali sotto osservazione e seguirne l’evoluzione nel tempo.
Tra i migliaia di semenzali oggi in osservazione, uno in particolare ha attirato l’attenzione dei ricercatori. Non perché rappresenti già una futura varietà, ma perché – più degli altri – sta mostrando un insieme di segnali incoraggianti: si tratta idi un indivisduo derivante dall’incrocio Leccino x Coratina.
“È entrato presto in produzione, ha un portamento compatto e, caso raro per piante ottenute da seme, si comporta già come una pianta coltivabile, non con il tipico aspetto selvatico che spesso osserviamo in questa fase” spiega la ricercatrice.
A differenza di molti altri semenzali osservati, non presenta foglie particolarmente piccole né un habitus disordinato: caratteristiche che lo rendono più vicino alla forma addomesticata e, almeno in linea teorica, potenzialmente adatto anche a futuri impianti più densi.
La pianta è stata propagata e su alcune repliche sono già state eseguite prove preliminari di inoculo, da cui è emersa una risposta coerente con la tolleranza attesa. Ma la stessa Saponari invita a leggere questi dati con cautela: “Parliamo pur sempre di un unico individuo, non ancora sufficiente a descrivere un comportamento varietale – spiega la professoressa – le prove produttive, derivano solo da quella pianta madre che ha superato la fase giovanile. Servono altre repliche, altri siti, e soprattutto il tempo perché la pianta mostri la sua reale produttività e le sue reali caratteristiche di resistenza al batterio”.
Nei prossimi mesi verranno messi a dimora nuovi cloni di questo e di altri incroci promettenti, entrando così nella fase in cui il programma inizia a “fare selezione”, scartando i profili meno convincenti e osservando con più rigore quelli che confermano i segnali iniziali.
Un inciso della ricercatrice chiarisce bene la prudenza con cui occorre procedere: “in passato abbiamo osservato selezioni che apparivano ottime nei primi anni, ma che poi hanno mostrato scarsa allegagione, o un habitus troppo selvatico, o una produttività incostante. Non possiamo permetterci di proporre agli agricoltori qualcosa che non sia realmente stabile e valido da un punto di vista produttivo”. Un richiamo fondamentale, soprattutto in un contesto in cui ogni nuova informazione viene spesso amplificata prima che venga verificata. In altre parole, l’incrocio Leccino x Coratina oggi in evidenza è una buona notizia, ma non ancora una varietà. È un candidato precoce, distinto dagli altri individui per vigoria equilibrata e comportamento produttivo iniziale, ma ancora a metà di un percorso che – soprattutto in una coltura arborea come lo è l’olivo – richiede inevitabilmente più tempo.
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ResiXO: due genotipi resistenti verso la registrazione
Se l’incrocio Leccino x Coratina rappresenta il volto più giovane del miglioramento genetico, ben più avanzato è invece il percorso dei due genotipi spontanei individuati nell’ambito del progetto ResiXO, finanziato dalla Regione Puglia e avviato nel 2019-2020.
In questo caso non si tratta di incroci programmati, ma di semenzali nati da impollinazione libera, poi selezionati in campo sulla base di criteri molto stringenti. Entrambi discendono dai parentali Leccino x Cipressino e mostrano una combinazione rara di caratteristiche:
- buona tolleranza a Xylella, confermata da anni di prove;
- produzioni stabili in diversi siti sperimentali;
- frutti di buona qualità, già valutati dal punto di vista pomologico;
- un habitus che, pur non pienamente compatibile con i sistemi ai superintensivi, mostra una conformazione della chioma più adeguata a impianti a più bassa densità d’impianto.
A differenza dell’incrocio più recente, questi genotipi hanno già superato diversi cicli produttivi in condizioni controllate. Hanno mostrato un’accettabile regolarità nell’allegagione e non presentano quei comportamenti regressivi che spesso emergono nel passaggio dalla giovinezza alla fase adulta delle piante da seme. “Sono le selezioni su cui siamo più avanti” chiarisce la professoressa Saponari. “Abbiamo già diverse repliche, diversi siti, e i dati sono coerenti. Sono genotipi che hanno iniziato a produrre da tempo, e per i quali stiamo avviando le procedure di registrazione come possibili nuove varietà resistenti a Xylella”.
La presenza di un parentale resistente come Leccino era prevedibilmente un buon punto di partenza, ma il reale valore dei due individui si è manifestato soprattutto nella combinazione tra resistenza e qualità produttiva: una sintesi non banale e tutt’altro che garantita quando si incrociano piante di una specie con così alto grado di eterozigosi. La pianta selezionata da questo incrocio ha un portamento regolare, chioma ben strutturata e frutti con buona resa in olio e, se confermata nei prossimi anni, potrebbe rappresentare una risposta concreta, nell’ottica dell’ottenimento di nuove varietà di olivo resistenti a Xylella da aggiungere alle 4 ormai disponibili.
Non sono ancora varietà commerciali, ma rappresentano ad oggi il materiale più avanzato disponibile, più vicino al traguardo rispetto alle selezioni derivanti dagli incroci programmati di Reach-XY e Omibreed. “Una prospettiva che non segna un punto d’arrivo, ma una base più solida da cui continuare a selezionare, osservare e validare genotipi realmente affidabili, in un percorso che resta lungo, ma che oggi dispone di strumenti e conoscenze decisamente più robusti rispetto al passato” ha concluso l’esperta.
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Donato Liberto
Foto di anteprima di Agromillora Iberia
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