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La macchia nera degli agrumi torna a far parlare di sé. Quest’anno le spedizioni di agrumi provenienti dal Sudafrica hanno già fatto registrare 13 segnalazioni di Phyllosticta citricarpa, il fungo responsabile della malattia, con nuovi episodi segnalati ad agosto su mandarini e arance destinate al mercato europeo. Non si tratta però di un fenomeno isolato: secondo l’Associazione degli agricoltori valenciani (AVA-ASAJA), nei porti dell’Unione Europea continuano a essere intercettati organismi da quarantena anche su frutti provenienti dal Mercosur, il blocco economico che riunisce Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Solo ad agosto, nei porti europei sono stati individuati tre casi di cancro batterico (Xanthomonas citri) in limoni provenienti dall’Uruguay, due nei lime persiani dal Brasile e altre due intercettazioni di Phyllosticta citricarpa in limoni argentini.
Numeri che, presi singolarmente, possono sembrare limitati, ma che assumono un peso diverso se letti in sequenza: l’accumulo di segnalazioni conferma infatti la pressione costante sulla sicurezza fitosanitaria dell’UE, alimentando il timore che un giorno questi patogeni possano insediarsi stabilmente anche nel bacino del Mediterraneo.
Macchia nera degli agrumi: rischi e conseguenze per il Mediterraneo
Proprio la costanza con cui Phyllosticta citricarpa continua a comparire nelle importazioni da Paesi terzi rende necessario ricordare di cosa si tratta e perché desta tanta preoccupazione. La cosiddetta macchia nera degli agrumi (Citrus Black Spot, CBS) è infatti considerata una delle malattie più insidiose a livello globale per il comparto agrumicolo. Il fungo, inserito nella lista A1 dell’EPPO tra gli organismi da quarantena non ancora presenti in Europa, attacca foglie, giovani rami e soprattutto i frutti. Le macchie necrotiche e le lesioni che provoca non incidono soltanto sull’aspetto estetico della produzione – fondamentale per la commerciabilità – ma compromettono anche la conservabilità dei frutti e la loro idoneità all’esportazione. In molti casi, infatti, partite destinate ai mercati internazionali vengono respinte perché non conformi agli standard fitosanitari richiesti, con gravi ricadute economiche per i produttori.
Nei Paesi dove la malattia è endemica – come Sudafrica, Brasile e Argentina – le conseguenze sono già concrete: coltivatori costretti ad aumentare i trattamenti fitosanitari, con costi di produzione sempre più elevati, e interi lotti respinti all’export per non conformità ai requisiti fitosanitari dei Paesi importatori. Questo genera un doppio danno: da un lato la perdita diretta di competitività sui mercati, dall’altro la crescente difficoltà a collocare i frutti sui canali commerciali più remunerativi, tra cui l’Unione Europea. Se la macchia nera dovesse insediarsi stabilmente anche nel Mediterraneo – dove i cambiamenti climatici stanno creando condizioni sempre più favorevoli alla sua diffusione – le ricadute sarebbero ancora più pesanti. L’eventuale scoppio epidemico estenderebbe infatti il calendario dei trattamenti anche ai mesi primaverili ed estivi, incrementando il numero di interventi e i relativi costi fino a rendere, in determinati contesti, antieconomica la coltivazione degli agrumi. È proprio questa combinazione di impatto economico, complessità gestionale e rischio di esclusione dai mercati che rende CBS una minaccia tanto temuta anche nel Mediterraneo, dove l’agrumicoltura rappresenta non solo un pilastro produttivo e occupazionale, ma anche un elemento identitario del paesaggio e della cultura agricola.
- Leggi anche: Macchia nera degli agrumi: una panoramica

Patogeni emergenti: minacce oltre gli agrumi
Il caso della macchia nera non è isolato. Le importazioni da Paesi terzi si confermano un canale privilegiato per l’ingresso di parassiti e patogeni da quarantena che minacciano diverse filiere frutticole europee. Nel melograno, ad esempio, AVA-ASAJA ha segnalato 6 intercettazioni della falsa tignola (Thaumatotibia leucotreta) in spedizioni provenienti da Israele. Si tratta di un fitofago polifago, capace di attaccare numerose specie arboree – dagli agrumi alla vite, fino ad altre colture frutticole – e di ridurre sensibilmente la redditività degli impianti, tanto da essere anch’esso inserito nelle liste di quarantena internazionali.
Il problema, dunque, non riguarda esclusivamente gli agrumi ma tocca trasversalmente l’intero comparto frutticolo mediterraneo. In un contesto di crescente apertura dei mercati, la vulnerabilità delle produzioni locali aumenta: ogni nuovo organismo nocivo introdotto può tradursi in maggiori costi di difesa, perdita di competitività e, nei casi più gravi, nell’abbandono di coltivazioni che non risultano più economicamente sostenibili.
Fitopatie e importazioni: una questione di sicurezza
Il tema delle importazioni da Paesi terzi non riguarda soltanto la competitività del mercato, ma tocca direttamente la sicurezza fitosanitaria europea. Ogni nuova intercettazione di organismi da quarantena – che si tratti di macchia nera, cancro batterico o falsa tignola – conferma quanto sia reale la pressione esercitata sulle produzioni mediterranee. E in uno scenario in cui i cambiamenti climatici rendono sempre più favorevoli le condizioni per l’insediamento di nuovi patogeni, il rischio non può essere trascurato.
È in questo contesto che si inserisce l’allarme lanciato dal presidente di AVA-ASAJA, Cristóbal Aguado, che invita l’Unione Europea a sospendere le importazioni da Paesi che non garantiscono adeguati standard fitosanitari. Le intercettazioni registrate nel 2025 mostrano chiaramente che non si tratta di ipotesi astratte, ma di minacce già concrete, con conseguenze potenzialmente pesanti per i produttori europei.
Il paradosso è evidente: mentre agli agricoltori comunitari vengono imposte regole ambientali e fitosanitarie sempre più stringenti, l’Europa continua ad aprire i propri mercati a frutta proveniente da aree dove i patogeni sono endemici e i controlli meno rigorosi. Così facendo, il rischio non è solo economico, ma riguarda la possibilità di introdurre parassiti e malattie capaci di stravolgere interi comparti produttivi, come è già accaduto con la Xylella fastidiosa in Puglia. Per questo motivo diventa essenziale non abbassare la guardia: rafforzare i controlli fitosanitari e, se necessario, limitare le importazioni dai Paesi a rischio deve essere una priorità strategica. Non è solo una questione di mercato, ma di sicurezza per l’agricoltura mediterranea e per un patrimonio produttivo e culturale che rappresenta una delle eccellenze riconosciute a livello internazionale.
Donato Liberto
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