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Cosa succede quando un trincia a catena viene messo alla prova in condizioni reali, su substrati erbosi e su legno duro come i polloni di pioppo? È quello che ha voluto scoprire il CREA-IT sede di Monterotondo (RM), con una serie di prove sperimentali condotte su un modello TN190 dell’azienda Pellerano. Un banco di prova rigoroso, su cui si sono misurati potenza assorbita, consumo di carburante e comportamento della macchina. Ma anche una riflessione più ampia su quale tipo di trincia scegliere, in un contesto agricolo dove efficienza, versatilità e sostenibilità sono parole chiave.
Trincia a catena sotto esame
Nel mondo delle macchine per la gestione del verde, le trinciatrici sono strumenti essenziali, ma spesso sottovalutati nella loro varietà tecnica. A coltelli, mazze e catene corrispondono filosofie di taglio differenti, ciascuna con vantaggi e limiti. Se coltelli e mazze sono più noti e diffusi – i primi per i lavori leggeri e raffinati, i secondi per potature e stocchi robusti – la trincia a catena rimane una scelta meno comune, ma estremamente versatile. Per questo il CREA ha voluto testare le prestazioni reali di un modello a catena, il TN190 – come si diceva – mettendolo alla prova in due contesti opposti: erba alta spontanea e polloni legnosi di pioppo da impianti MRF, ovvero a rotazione media. L’obiettivo era duplice: verificare il comportamento della macchina in campo e raccogliere dati oggettivi su potenza richiesta, consumi, velocità di lavoro e produttività, sfruttando la sensoristica avanzata di bordo montata su un trattore. Un test completo, insomma, che permette anche di riflettere su quale macchina sia più adatta in funzione del contesto operativo.
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Trinciatura su erba: meno è meglio
La prima parte delle prove ha riguardato un cotico erboso particolarmente folto, con graminacee e leguminose spontanee alte circa un metro. La macchina è stata testata con due configurazioni di catena: una più robusta (maglie quadrate da 13 mm) e una più leggera (maglie tonde da 8 mm). A sorpresa, la catena più pesante ha fornito le migliori prestazioni complessive: velocità effettiva media di 1,36 km/h, consumo medio di 7,8 kg/h, tempo operativo di 3,6 h/ha e una richiesta di potenza contenuta (29,3 kW al motore, 24,4 alla PDP). Al contrario, la catena da 8 mm – che teoricamente avrebbe dovuto essere più adatta per l’erba – ha mostrato consumi più alti (8,3 kg/h), potenza maggiore richiesta (31,2 kW) e tempi più lunghi (3,8 h/ha), a fronte di una velocità leggermente inferiore. La spiegazione è tecnica: la maggiore massa della catena da 13 mm garantisce più inerzia, quindi una maggiore capacità di mantenere il regime anche in presenza di biomassa densa. La catena da 8 mm tende invece a rallentare, “perdendo colpi” sotto sforzo. In ambienti con vegetazione meno fitta potrebbe risultare più efficiente, ma nei contesti testati, il compromesso migliore è stato quello della catena pesante.
La vera prova di forza
Quando si è passati alla trinciatura dei polloni di pioppo, la sfida è cambiata radicalmente. Qui si trattava di abbattere vegetazione legnosa, con polloni fino a 7–8 cm di diametro, cresciuti su ceppaie vecchie fino a 12 anni. Una prova impegnativa, condotta solo con la catena da 13 mm, che ha richiesto una gestione molto attenta della velocità di avanzamento e della trazione. La velocità effettiva è scesa a 0,93 km/h, mentre lo slittamento è salito fino al 22,4%, segno di una trazione compromessa dalla durezza del materiale. Il consumo operativo ha toccato i 40,2 kg/ha e il tempo per ettaro è salito a 5,7 ore. Tuttavia, nonostante l’impegno richiesto, la trincia ha portato a termine il lavoro senza blocchi, dimostrando di poter affrontare materiali difficili con una richiesta di potenza (26,1 kW totali) relativamente contenuta. L’efficienza non è stata altissima, ma la funzionalità sì, e questo è un risultato tutt’altro che scontato in presenza di materiale legnoso irregolare.

Confronti, consumi e versatilità della trincia a catena
Un aspetto cruciale delle prove riguarda il confronto con altre tipologie di trincia testate in passato dal CREA. Anche se non sono stati effettuati test comparativi diretti nelle stesse condizioni, i dati raccolti mostrano che, in generale, la trincia a catena consuma meno: circa il 30% in meno su potature legnose e il 20% in meno su stocchi di mais e matrice erbacea, rispetto a trince a mazze e coltelli. Va anche detto che il trattore usato era sovradimensionato (145 CV contro i 60–130 richiesti), quindi usando una trattrice più adeguata i margini di efficienza potrebbero aumentare ulteriormente. Dove invece la trincia a catena paga qualcosa è nella velocità di avanzamento, più bassa rispetto ad altre soluzioni. Ma qui torna in gioco la versatilità: una sola macchina, cambiando semplicemente la catena, può affrontare materiali molto diversi – dall’erba alta agli arbusti, fino al legno compatto – senza rinunciare a robustezza e semplicità costruttiva.
Una macchina per l’agricoltura che cambia
In conclusione, le prove condotte dal CREA suggeriscono che la trincia a catena, e in particolare il modello Pellerano TN190, è uno strumento tecnico valido, robusto e con ottimi margini di efficienza. Non sarà la macchina perfetta per ogni contesto, ma in tutti i contesti misti – uliveti, frutteti, aree incolte, bordi stradali, appezzamenti pietrosi – può rappresentare una soluzione unica, economica e sostenibile. E lo diventa ancora di più se inserita nel quadro degli eco-schemi promossi dalla nuova PAC, che premiano la copertura vegetale permanente nei frutteti per preservare il suolo. In un’agricoltura che si muove sempre più tra efficienza, multifunzionalità e attenzione all’ambiente, strumenti come questi – semplici, ma intelligenti – meritano un posto nel parco macchine.
Ilaria De Marinis
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