Decreto flussi, nuove braccia all’agricoltura

Il governo apre all’ingresso regolare di quasi 500mila lavoratori stranieri nei prossimi tre anni. Ma il click day continua a frenare aziende agricole e produttori

da Ilaria De Marinis
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Con l’approvazione del nuovo decreto flussi, il governo italiano ha autorizzato l’ingresso regolare di quasi mezzo milione di lavoratori stranieri (497.550 per la precisione) nei prossimi tre anni. Solo per il 2026, il decreto prevede 164.850 unità autorizzate, confermando la più ampia programmazione migratoria degli ultimi vent’anni. Una fetta consistente di questi ingressi – oltre 40.000 solo nel 2025 – sarà destinata all’agricoltura stagionale, il settore dove più di ogni altro la manodopera straniera non è una scelta, ma una necessità.

In filiere come quella della frutta e della verdura, in cui i tempi del raccolto non aspettano, la disponibilità di lavoratori stagionali può fare la differenza tra una campagna salvata e una persa. Per questo molti produttori hanno accolto con favore l’ampliamento delle quote, ma con la consapevolezza che i numeri, da soli, non bastano.

Un passo per volta: cosa dice il decreto

Il nuovo decreto flussi 2025, previsto dal DPCM 27 settembre 2023 e attuato nei primi mesi di quest’anno, autorizza 165mila ingressi regolari di lavoratori stranieri non comunitari. Si tratta della quota più alta mai programmata in un singolo anno. Le domande saranno distribuite tra lavoro stagionale, subordinato non stagionale e autonomo, con quote riservate a specifici settori – come agricoltura, edilizia, autotrasporto, turismo e assistenza familiare – e a lavoratori provenienti da Paesi con accordi di cooperazione migratoria. Una parte dei posti è destinata a chi ha già seguito percorsi di formazione nei paesi d’origine, finanziati da fondi italiani o europei. Le domande potranno essere inviate solo online, nei giorni fissati dal Ministero dell’Interno, con il solito meccanismo del click day.

Decreto flussi e agricoltura: un bisogno strutturale, non emergenziale

Secondo Coldiretti, il settore agricolo impiega già oltre 360.000 lavoratori stranieri ogni anno, il 36% della forza lavoro totale. La maggioranza arriva per brevi periodi, in base alla stagionalità delle colture. Ma i flussi irregolari, la precarietà delle procedure e l’insufficienza dei canali legali hanno spinto per anni molte aziende a rivolgersi a intermediazioni informali o addirittura al lavoro nero.

Con questo decreto, il governo riconosce finalmente che l’agricoltura ha bisogno di ingressi programmati e continui, non solo nei momenti di crisi o di sanatoria. Non si tratta solo di numeri, ma di ripensare il modo in cui l’Italia gestisce il rapporto tra produzione agricola e lavoro migrante.

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Decreto flussi e click day: una corsa poco trasparente

Il problema, però, è che anche quest’anno l’assegnazione delle quote avverrà attraverso il contestato sistema del “click day”. Ogni anno, in poche ore, migliaia di aziende tentano di registrarsi su un portale spesso sovraccarico per ottenere uno dei posti disponibili. È un sistema che favorisce chi ha accesso a consulenti esperti, software automatizzati o reti opache, e penalizza le imprese più piccole o meno digitalizzate come molte di quelle che operano in campo agricolo.

Il risultato? Anche se il governo aumenta le quote, molti posti rimangono di fatto inaccessibili, perché le domande si esauriscono in minuti e la burocrazia scoraggia chi ne avrebbe davvero bisogno. Il meccanismo è simile a quello di una svendita online: chi ha la connessione più veloce e il dito più pronto si porta a casa tutto, gli altri restano a guardare.

Più accordi con i Paesi d’origine, ma tempi ancora lunghi

Come anticipato, il decreto punta anche a rafforzare la collaborazione con i Paesi di origine, come Tunisia, India, Bangladesh, Marocco, con programmi di formazione mirata nei luoghi di partenza. L’idea è buona: fornire alle aziende lavoratori già formati e pronti all’impiego, riducendo tempi e imprevisti. Ma nella pratica, molti di questi canali non sono ancora pienamente operativi e richiedono tempi incompatibili con le esigenze di un settore come quello agricolo.

Tra irregolarità e sanatorie implicite

Molti dei lavoratori che beneficeranno del nuovo decreto sono già in Italia, spesso impiegati in nero, in condizioni di precarietà o invisibilità. Il decreto diventa così anche una forma di regolarizzazione indiretta, più che un reale ingresso dall’estero. È un modo per dare dignità a ciò che già accade: molti raccolti italiani sono da anni sulle spalle di persone formalmente “non esistenti”.

Ma regolarizzare a posteriori non è una strategia strutturale. L’alternativa sarebbe quella di garantire canali stabili, accessibili e trasparenti, in modo che le aziende possano pianificare e assumere con certezza, e i lavoratori possano contribuire in modo regolare.

Il nodo politico

Il decreto flussi è una risposta necessaria, ma ancora troppo condizionata da logiche emergenziali e digitalizzazioni difettose. Le organizzazioni agricole, come Confagricoltura e CIA, hanno chiesto più volte l’abolizione del click day in favore di un sistema di quote aperto, continuo e verificabile, gestito su base regionale. Ma per ora prevale l’approccio quantitativo, non quello qualitativo.

L’agricoltura italiana si trova così a metà del guado: riconosciuta come settore prioritario nei numeri, ma ancora lasciata sola nella gestione delle complessità reali. Il decreto flussi 2025 è un’occasione, ma serve coraggio politico per trasformarla in riforma duratura.

 

Ilaria De Marinis
©fruitjournal.com

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