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Nelle campagne del Sud, l’allarme siccità era cronico già nel mese di giugno, con gli agricoltori costretti a razionare l’irrigazione, e in molti casi ad abbandonare produzioni e territori per mancanza d’acqua. Ma ora una novità potrebbe risollevare gli animi e soprattutto la gestione idrica agricola. L’Unione Europea ha infatti dato il via libera all’utilizzo dei fondi di coesione per finanziare la costruzione di bacini di accumulo idrico, infrastrutture capaci di trattenere l’acqua piovana per riutilizzarla nei periodi di siccità. Un’opzione che finora non era prevista, ma che potrà diventare concreta già nei prossimi mesi.
L’annuncio è stato dato durante il Forum Masseria di Manduria, in provincia di Taranto, da Ettore Prandini, presidente nazionale di Coldiretti, a valle di un confronto con Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea con delega alla coesione. L’iter dovrà ora proseguire con un negoziato formale con Bruxelles e gli Stati Membri, ma l’indirizzo politico è tracciato e arriva nel momento forse più critico per l’agricoltura italiana.
Cosa sono i fondi di coesione e perché questa apertura è significativa
I fondi di coesione (insieme ai Fondi strutturali) sono uno degli strumenti principali con cui l’Unione Europea cerca di ridurre le disparità economiche, sociali e territoriali tra le sue regioni. In pratica, sono risorse che finanziano infrastrutture, sviluppo sostenibile, innovazione e occupazione nei territori più svantaggiati.
Finora, tuttavia, la loro destinazione era concentrata su opere “classiche”: reti di trasporto, digitalizzazione, politiche del lavoro. L’inserimento della gestione idrica agricola tra le finalità ammissibili segna un cambio di paradigma: riconosce che la disponibilità d’acqua non è solo un problema ambientale o agricolo, ma un fattore di coesione territoriale e resilienza climatica. Soprattutto in Paesi come l’Italia, dove la distribuzione della risorsa idrica è già molto diseguale.
Trattenere l’acqua per usarla meglio
Non si parla di grandi dighe o opere mastodontiche, ma di bacini di accumulo diffusi, integrati nel paesaggio agricolo. Possono essere invasi artificiali, vasche interrate, piccoli laghetti collinari. L’obiettivo è intercettare l’acqua piovana nei periodi umidi e riutilizzarla nei mesi più secchi, riducendo la dipendenza da fiumi e falde sempre più instabili. A fronte di estati sempre più torride e siccitose, costruire capacità di stoccaggio idrico è una necessità infrastrutturale. Non una soluzione-tampone, ma una forma di adattamento climatico su scala territoriale.
A riguardo, come riportano le stime della Coldiretti, i danni causati dai cambiamenti climatici all’agricoltura italiana hanno superato i 20 miliardi di euro negli ultimi tre anni. Gelate tardive, grandinate violente, periodi di siccità prolungata e ondate di calore hanno colpito quasi tutte le filiere, dalla frutta al grano, dal latte al vino. L’acqua, o meglio la sua mancanza, è spesso il filo conduttore.
In questo contesto, allora, il riconoscimento da parte dell’Unione Europea del valore strategico dell’acqua non è solo simbolico. È un modo per rendere ammissibili a finanziamento interventi concreti, territoriali, che rafforzino la sicurezza alimentare e la tenuta economica delle zone rurali.

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Cosa succede ora
L’apertura dell’UE dovrà essere tradotta in modifiche formali ai regolamenti di programmazione 2021–2027. Serve l’accordo della Commissione, ma anche degli Stati Membri. Intanto, la palla passa alle Regioni, che dovranno produrre progetti credibili e realizzabili, capaci di utilizzare i fondi in tempi compatibili con l’emergenza.
La sfida è duplice: trasformare una svolta politica in soluzioni operative, e farlo in fretta. Perché ogni estate persa, ogni pioggia non trattenuta, significa acqua che va sprecata. E un’altra occasione mancata.
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Ilaria De Marinis
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