Pomodoro pelato di Puglia, la Dop è quasi realtà

Dalla Regione è stato inviato al Ministero dell'Agricoltura il disciplinare per proseguire l'iter per il riconoscimento del marchio europeo

da Redazione FruitJournal.com
pomodoro pelato di puglia

Dopo ritardi e alcune difficoltà, la macchina dei lavori per il riconoscimento del marchio “Dop Pomodoro pelato di Puglia” sembra essersi rimessa in moto. È dei giorni scorsi, infatti, il passaggio della proposta dalla Regione Puglia sul tavolo del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste. Un iter che era partito ufficialmente il 20 gennaio 2023 e che ora finalmente è stato arricchito di un documento disciplinare per la valorizzazione del pomodoro e del suo comparto oltre al rilancio dell’economia foggiana e pugliese.

Adesso, il Ministero, con a capo Francesco Lollobrigida, avrà a disposizione sessanta giorni per accettare o respingere la richiesta. In caso di parere positivo da Roma la palla passerà all’Unione Europea. 

“Con il rincaro delle spese anche a causa della siccità grave che si è trasferito a valanga sui costi di produzione – ha affermato Mario de Matteo, presidente di Coldiretti Foggia – quest’anno produrre un ettaro di pomodoro lungo è costato agli agricoltori in media 3mila euro in più, mentre allo scaffale si paga più la bottiglia che il pomodoro”. Un punto su cui l’associazione di categoria sta puntando molto, a causa proprio di un’annata produttiva non proprio semplice, non solo per l’annosa questione della siccità che ha colpito la Puglia, ma anche a causa delle lentezze burocratiche per trovare l’accordo sul prezzo del pomodoro da industria al Centro-Sud.

Come risaputo, è in Capitanata che c’è la maggiore produzione di pomodoro da industria di tutta la Puglia. I numeri parlano chiaro. Gli ettari coltivati sono 19mila, concentrati per l’87% proprio nella sola provincia di Foggia, con una produzione di 20 milioni di quintali, il 40% di quella nazionale. “Il marchio Dop – si legge in una nota condivisa delle associazioni agricole – una volta ottenuto potrà dare valore aggiunto anche al prodotto industriale. Per questo spiace che ci siano ancora difficoltà a riconoscere agli agricoltori il giusto prezzo per questo prodotto di qualità”. 

Nel documento stilato dalla Regione Puglia sono tracciate le caratteristiche principali del “Pomodoro pelato di Puglia”, da seguire in caso dell’arrivo dell’ambito riconoscimento.

Si parte dalla definizione base: “Ci si riferisce ai frutti, tendenzialmente o decisamente allungati, della specie di Solanum lycopersicum dell’Italia meridionale, varietà San Marzano, Torrelama e Fiaschetta, sottoposti ad un processo di pelatura tramite il distacco dell’epicarpo dal mesocarpo”. 

pomodoro pelato di puglia

Il marchio del pomodoro pelato di Puglia DOP (Fonte: Regione Puglia)

Cosa prevede il disciplinare

Secondo il disciplinare della Regione la caratteristica che distingue il pomodoro pelato di Puglia dagli altri tipi di pomodori pelati risiede proprio nella maggiore freschezza e nella maggiore qualità organolettica. Questo a causa dei tempi ridotti (di massimo quindici ore) che intercorrono dalla raccolta alla trasformazione. Affinché avvenga una maturazione contemporanea e una colorazione uniforme delle stesse il fogliame delle piante deve coprire completamente le bacche. Una bacca matura, per essere idonea alla pelatura – si legge sempre nel documento della Regione – deve presentare due logge, una forma allungata cilindrica tendente al piramidale con una lunghezza da 60 a 80 mm, una sezione trasversale tondeggiante, l’assenza del peduncolo, una colorazione in gradi Gardner superiore al valore di 2,2, il facile distacco della cuticola e infine un pH non superiore a 4,5

Le zone di coltivazione 

Dal disciplinare emerge una mappa delle zone di produzione del pomodoro pelato di Puglia Dop. Si va dalla provincia di Foggia, che oltre al capoluogo conta anche altri quaranta Comuni, fino alla confinante provincia di Barletta-Andria-Trani (Andria, Barletta, Trani, Bisceglie, Canosa di Puglia, Trinitapoli, San Ferdinando di Puglia, Margherita di Savoia, Minervino Murge, Spinazzola). Per quanto riguarda la provincia di Brindisi, invece, si parla di una decina di territori, compreso il capoluogo. Un numero di comuni più esiguo invece per le altre province. Per la città metropolitana di Bari soltanto i territori dei comuni di Monopoli e Mola di Bari, per quella di Taranto l’intero territorio dei Comuni di Manduria, San Marzano di San Giuseppe e Sava. Infine, per la provincia di Lecce, oltre al capoluogo c’è anche il territorio di Nardò. 

pomodoro pelato di puglia

Dalla coltivazione alla raccolta

Il disciplinare stila le linee guida per il trapianto. Quest’ultimo dovrebbe essere eseguito tra i primi giorni di aprile fino alla prima metà di giugno, a fila singola o binata, per una densità che varia da 25mila a 35mila piante all’ettaro. Ci sono anche degli accorgimenti per quanto riguarda la coltivazione del pomodoro. Deve essere effettuata soltanto dopo tre anni dalla precedente coltivazione sullo stesso appezzamento, senza che siano state utilizzate piante della famiglia delle Solanacee nella rotazione culturale. 

La raccolta, invece, dev’essere effettuata nel periodo compreso tra il 15 luglio e il 30 settembre ed eseguita in un solo passaggio. Le bacche, appena raccolte, devono essere trasportate direttamente agli impianti di trasformazione entro quindici ore, per non disperdere le qualità organolettiche e ridurre i tempi. Il criterio di prossimità, infatti, è uno dei punti fondamentali del disciplinare. A proposito di questo, la Puglia è fornita di tre impianti principali, due in Capitanata e uno nel Brindisino, con i quali si trasformano annualmente oltre 3,6 milioni di pomodori pelati.

Un passo in avanti verso la Dop

La notizia del passaggio del disciplinare dai tavoli della Regione Puglia a quelli del Ministero non è soltanto una pratica burocatica, ma un grande passo per l’ottenimento del marchio Dop. Una realtà che, se andasse in porto, aiuterebbe un comparto sempre in bilico tra i prezzi variabili e le conseguenze del cambiamento climatico.

Silvio Detoma
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