Donne in agricoltura: leadership o facciata?

Quasi metà delle aziende ha donne ai vertici, ma il salto dimensionale e la debolezza delle assunzioni ne frenano la traiettoria. A fotografare i dati, il Rapporto 2025 - AGRIcoltura100

da Ilaria De Marinis
donne in agricoltura report

L’agricoltura italiana continua a restare, nei numeri di base, un settore a prevalenza maschile. Eppure, dentro quella cornice, c’è un dato che merita di essere letto con più attenzione del solito: nel 44,6% delle imprese agricole le donne occupano posizioni apicali, somma di un 25,8% di aziende con titolare donna e di un ulteriore 18,8% in cui l’impresa è guidata da un uomo, ma le donne hanno ruoli di responsabilità. A fotografare i dati AGRIcoltura100, iniziativa promossa da Reale Mutua e Confagricoltura. Giunto alla quinta edizione, il rapporto fornisce un quadro altamente dettagliato del settore primario italiano partendo dall’esperienza diretta delle aziende su alcuni asset. I principali sono l’innovazione come fattore di sostenibilità e l’impatto di quest’ultima sui risultati economici; la tecnologia e la ricerca applicata in campo, l’agricoltura 4.0, la gestione dei rischi idrogeologici, ma anche il lavoro e la manodopera, l’economia circolare e l’autosufficienza energetica. Una panoramica completa che quest’anno offre spunti interessanti anche sul tema delle donne in agricoltura. 

Una mappa frastagliata 

A riguardo, se si entra nel dettaglio territoriale, la mappa si frastaglia. La quota di imprese con titolare donna sale al Centro (31,8%) e si mantiene sopra media nel Nord-Est (26,4%); resta più bassa nel Nord-Ovest (23,7%) e nel Sud-Isole (23,6%). Ancora una volta, però, il nodo non riguarda i progressi delle donne in agricoltura, ma riconoscere che “opportunità” e “accesso” non sono distribuiti allo stesso modo lungo il Paese.

Per specializzazione produttiva, alcune filiere mostrano una conduzione femminile più marcata: olivicoltura (30,7%) e viticoltura (29,4%) guidano, seguite da fruttiferi e agrumi (26,6%). In controluce si intuisce un tratto comune: comparti dove la qualità, la gestione tecnica e la relazione con il mercato pesano quanto (se non più) dei volumi. 

La dimensione conta 

Un dato particolarmente interessante è quello dimensionale. Le imprese con fatturato sotto i 100 mila euro hanno una titolare donna nel 27,9% dei casi; oltre i 500 mila euro si scende al 19,6%. È la fotografia di un soffitto che non è solo culturale: è anche finanziario, organizzativo, di accesso al capitale e alla managerializzazione. E infatti, nelle aziende più grandi cresce l’altra metà del fenomeno: le donne in posizioni di responsabilità (25,3% oltre i 500 mila, contro 17,3% sotto i 100 mila). La leadership, insomma, cambia forma quando l’impresa scala.

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AGRIcoltura100 – Rapporto 2025

Qui arriva la frizione più netta. Nel lavoro agricolo “stabile” (esclusi gli stagionali), le donne sono il 24,4%: 208 mila su 854 mila addetti a fine 2024; ed è una quota in contrazione rispetto al 27,3% del 2015. Tradotto: la base su cui costruire carriera resta limitata, e si assottiglia. Nella rilevazione AGRIcoltura100, le imprese a maggioranza femminile sono il 15,3%; includendo quelle con una presenza tra il 25% e il 50% si arriva al 38%. Il resto è sotto soglia, spesso molto sotto.

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AGRIcoltura100 – Rapporto 2025

Una sostenibilità che valorizza le donne

Sulle assunzioni il quadro è ancora più “chirurgico”. Solo il 18,4% delle imprese ha inserito nuovi collaboratori in modo stabile negli ultimi tre anni; e appena il 9,4% ha inserito almeno una collaboratrice donna (quasi lo stesso delle imprese che hanno assunto solo uomini: 9,0%). Dentro quelle assunzioni, la quota femminile sul totale dei nuovi ingressi è del 28%: in media 2,1 nuove collaboratrici su 7,4 nuovi collaboratori per azienda (considerando solo chi ha assunto). Se guardiamo, invece, alle sole aziende che hanno inserito almeno una donna, la quota femminile sale (35,3%), ma resta lontana dal 50%. È un imbuto: si allarga un po’, ma non abbastanza da cambiare davvero la traiettoria.

Ed ecco il punto più interessante del Rapporto, perché sposta la discussione dalla rappresentanza ai modelli di impresa. La correlazione tra sostenibilità e valorizzazione delle donne è esplicita: nelle imprese ad alto livello di sostenibilità, la quota di aziende con titolare uomo e donne in posizioni di responsabilità arriva al 24,9%, contro il 13,7% delle imprese a livello base. Anche la quota di imprese che hanno assunto collaboratrici negli ultimi tre anni è più alta (13,0% nel livello alto vs 6,3% nel livello base). E cresce persino la presenza di imprese con donne oltre il 50% dei lavoratori (20,7% nel livello alto vs 10,4% nel livello base).

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Fonte: AGRIcoltura100 – Rapporto 2025

Come evidenzia il report, “la capacità di valorizzare il contributo delle donne è un fattore che contraddistingue le imprese più sostenibili”. Se la sostenibilità è anche (e soprattutto) competitività, allora l’equazione diventa scomoda per chi la riduce a “tema di immagine”. Le imprese ad alto livello di sostenibilità raggiungono circa 94mila euro di fatturato per addetto, quasi il doppio delle imprese a livello medio e base; e l’utile per addetto è 8.800 euro contro 4.600. Inoltre, mostrano una propensione all’export più che tripla e una quota maggiore di fatturato da attività connesse. Non è un rapporto causa-effetto “automatico” – il Rapporto stesso invita a non leggerlo così – ma è un segnale forte: la qualità della governance (anche sociale) convive con una migliore performance economica.

Rivoluzione rosa?  

Per quanto i dati siano incoraggianti, questa fotografia non racconta una “rivoluzione rosa”, né una stagnazione immobile. Dice, piuttosto, che l’agricoltura italiana ha già dentro di sé – in quasi metà delle imprese – una presenza femminile apicale che può diventare leva di crescita; ma che la base occupazionale resta stretta, e il salto dimensionale continua a penalizzare la conduzione femminile. 

Il punto, allora, è capire che cosa si sta misurando quando si parla di “presenza apicale”. Quanta parte di quel 44,6% coincide con una titolarità piena, con deleghe chiare, con potere di firma su investimenti, lavoro, innovazione? E quanta, invece, resta confinata in ruoli di facciata, senza reale incidenza sul baricentro delle decisioni? Perché i segnali di frizione ci sono, e non sono marginali. Quando l’impresa cresce, la conduzione femminile arretra. Quando si guarda al lavoro stabile, la quota di donne resta sotto un quarto. E nelle assunzioni la dinamica è ancora più netta: poche aziende assumono, e pochissime inseriscono figure femminili. Il rischio è che il sistema “veda” le donne in agricoltura ai vertici, ma non riesca a costruire una traiettoria che le accompagni dalla base.

E allora la vera questione è cosa serve perché quella presenza diventi guida anche nelle imprese che crescono? Più accesso al capitale e agli strumenti di sviluppo, certo. Ma anche governance, deleghe, percorsi professionali, formazione manageriale, e un mercato che non premi solo la dimensione, ma anche la qualità della gestione. Altrimenti, per quanto ben esposta, la fotografia rischia di restare un amarcord: a fuoco sul presente, ma senza prospettiva sul domani.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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