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Settembre è il mese dei buoni propositi: finita l’estate, tra chi torna in palestra e chi riprende la routine lavorativa, cresce anche l’attenzione verso un’alimentazione più sana. E nei carrelli della spesa entrano con forza le brassicacee: cavoli, broccoli, cime di rapa, ma anche rucola, che grazie alla percezione salutistica e al loro profilo nutrizionale hanno conquistato un posto fisso negli scaffali della grande distribuzione.
Ma quali sono le 5 brassicacee più vendute nei supermercati italiani? E, soprattutto, come si confrontano con quelle più coltivate nei nostri campi? Dal divario tra domanda e offerta possono nascere spunti interessanti per i produttori che guardano a nuove opportunità di mercato.
Le brassicacee più presenti nei supermercati italiani
Secondo un’indagine condotta sugli assortimenti di diverse insegne della GDO italiana, le brassicacee hanno ormai conquistato un posto stabile tra le verdure più presenti sugli scaffali.
A guidare la classifica delle 5 brassicacee più diffuse nei supermercati italiani ci sono i broccoli e il cavolo cappuccio, che restano referenze costanti da Nord a Sud. Subito dopo troviamo il cavolfiore bianco, mentre le cime di rapa, un tempo legate quasi esclusivamente alle tavole meridionali, stanno conquistando spazio anche sugli scaffali del Nord. E tra le protagoniste non può mancare la rucola, che chiude il gruppo delle “big five”, pur seguendo un percorso commerciale molto diverso rispetto alle altre.
Accanto a queste, si affacciano con sempre maggiore frequenza prodotti che fino a pochi anni fa erano considerati di nicchia: cavolo romanesco, cavolo nero e cavolini di Bruxelles. Oggi non sono più una curiosità stagionale, ma vere e proprie referenze di base, a conferma di una domanda che si è ormai consolidata.
Interessante è anche il modo in cui questi ortaggi vengono proposti. Nel caso delle brassicacee, infatti, prevale la vendita sfusa, che rappresenta circa il 54% delle referenze totali, mentre solo il restante 46% viene offerto confezionato. È un dato che rovescia la tendenza osservata in altre categorie orticole, dove il confezionato domina e lo sfuso è residuale. Questa scelta risponde a due logiche: da un lato il consumatore percepisce il prodotto come fresco; dall’altro, lo sfuso permette al punto vendita di ridurre l’incidenza dei costi di packaging e di adattare meglio l’offerta alla stagionalità.
La rucola (Eruca sativa), invece, merita un discorso a parte. Pur appartenendo a pieno titolo alla famiglia delle brassicacee, non domina il banco dello sfuso ma quello della IV gamma. In questo segmento la rucola è una delle verdure confezionate più vendute in assoluto, seconda solo alle insalate miste e al lattughino, con un fatturato che sfiora il 10% del mercato complessivo della IV gamma.
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Le brassicacee più coltivate in Italia
Se lo scaffale del supermercato racconta le preferenze dei consumatori, i campi italiani offrono una prospettiva diversa. Qui a guidare le scelte non sono soltanto i trend di mercato, ma anche la vocazionalità dei territori, la tradizione agricola e, non da ultimo, la possibilità di mantenere competitività in termini di prezzo.
Secondo i dati più recenti (ISTAT), le superfici destinate alle brassicacee in Italia superano i 36.000 ettari, con una produzione annua di circa 750 milioni di kg. Un comparto che vale complessivamente oltre 800 milioni di euro, concentrato soprattutto in tre regioni: Puglia, Campania e Abruzzo, che insieme coprono più del 60% del totale nazionale.
A guidare la classifica delle coltivazioni troviamo il cavolfiore (o cavolo broccolo), che nel 2025 occupa una superficie di oltre 14.500 ettari, con una produzione stimata intorno alle 360.000 tonnellate. Subito dietro si colloca il broccolo, pilastro delle produzioni meridionali, con una superficie coltivata di circa 10.000 e una produzione stimata di circa 170.000 tonnellate. Dopo queste due colture principali, il quadro produttivo si ridimensiona. Le cime di rapa, pur rappresentando una coltura simbolo del Sud Italia e coprendo circa 8.000 ettari, restano più distanziate in termini di volumi. Ancora più contenuti i numeri dei cavoli a foglia – verza e cappuccio in primis – che insieme si attestano intorno a 5.000 ettari, mentre varietà come il cavolo romanesco o il cavolo nero rimangono circoscritte a superfici ridotte, spesso legate a mercati locali.
Scaffali e campi: un confronto che fa riflettere
Mettere a confronto i dati della GDO con quelli della produzione evidenzia un aspetto cruciale: ciò che domina i banchi non coincide sempre con ciò che occupa i campi. Rucola e cavolo cappuccio, ad esempio, sono tra i prodotti più venduti ma non hanno la stessa incidenza in termini di superficie coltivata. Al contrario, il cavolfiore si conferma campione assoluto per estensione e volumi, pur non detenendo la leadership sugli scaffali.
Per i produttori, la riflessione è chiara: osservare i trend della distribuzione può offrire spunti utili per programmare nuovi impianti, ma ogni scelta deve essere calibrata sulla compatibilità pedoclimatica e soprattutto sulla capacità di posizionarsi sul mercato con un prezzo competitivo.
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Donato Liberto
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