Afide lanigero del melo: Laimburg studia la difesa biologica

L’obiettivo è trovare soluzioni sostenibili, che permettano una gestione sostenibile ed efficace di questo insetto a tutela dei meleti altoatesini

da Federica Del Vecchio
afide lanigero

A prima vista sembra un problema marginale: un piccolo afide ricoperto da una lanugine cerosa, nascosto tra i rami dei meli. In realtà, l’Eriosoma lanigerum o afide lanigero del melo è oggi uno dei parassiti più insidiosi per i frutticoltori dell’Alto Adige. La sua crescente diffusione, favorita da inverni sempre più miti e dalla ridotta disponibilità di mezzi autorizzati in agricoltura biologica, sta mettendo sotto pressione l’intero comparto melicolo. Per affrontare la questione con un approccio scientifico e sistemico, il Centro di Sperimentazione Laimburg ha lanciato APPL-IPErio, un progetto di ricerca triennale interamente dedicato alla gestione sostenibile dell’afide lanigero. L’obiettivo è ambizioso: comprendere le dinamiche ecologiche del parassita e individuare soluzioni efficaci che siano compatibili con la produzione integrata e biologica. Il lavoro coinvolge più gruppi di ricerca e combina osservazione sul campo, prove in ambiente controllato e analisi di strategie già in uso, nella prospettiva di costruire un modello innovativo e replicabile di difesa fitosanitaria.

Afide lanigero del melo: un parassita antico, ma più attivo che mai

Presente in Europa fin dall’Ottocento, l’afide lanigero del melo non è certo una novità per i frutticoltori. Eppure, oggi rappresenta una delle sfide fitosanitarie più complesse nella difesa del melo, soprattutto in Alto Adige, regione che da sola produce oltre la metà delle mele italiane e che rappresenta un punto nevralgico per l’intera filiera melicola nazionale. Negli ultimi anni, complice l’aumento delle superfici condotte in biologico e l’effetto mitigante del cambiamento climatico sugli inverni, l’afide ha ampliato il proprio areale e aumentato la propria aggressività.

I danni non sono solo estetici: le colonie, visibili come piccoli ammassi cotonosi lungo i rami e alla base dei giovani germogli, si alimentano succhiando linfa e iniettando saliva fitotossica, provocando rigonfiamenti del tessuto, necrosi corticali, screpolature e distorsioni vegetative. In casi gravi, la crescita della pianta rallenta e si assiste alla formazione di cancri secondari e a un precoce deperimento delle branche. Ancora più insidiosa è la forma ipogea, che colonizza le radici indebolendo l’intero apparato radicale: un danno subdolo, difficile da diagnosticare, che può compromettere la produttività per più stagioni consecutive.

Per questo il monitoraggio precoce è diventato cruciale. La strategia di osservazione non si limita più a rilevare infestazioni conclamate, ma mira a intercettare le prime presenze già in primavera, mediante controlli visivi mirati e fasce collanti posizionate su tronchi e rami. Un’attenzione particolare viene rivolta alle forme svernanti che, sempre più frequentemente, riescono a superare l’inverno anche in alta quota, annidandosi nelle cavità del legno o nel colletto radicale. Questa capacità di persistenza, un tempo rara, rende oggi necessario un approccio più attento, mirato e territoriale, basato su dati fenologici e climatici locali da cui l’attività di ricerca promossa dal centro Laimburg.

afide lanigero

Colonie di afidi lanigeri del melo Fonte: Laimburg Research Centre

Ripensare la lotta all’afide lanigero del melo: le tre direttrici del progetto

Il cuore della strategia di difesa non è solo l’uso di insetticidi, ma un piano a tre direttrici che integra entomologia, microbiologia e tecniche agronomiche. Il Centro Laimburg ha messo in campo un team interdisciplinare con l’obiettivo di attaccare il problema da più fronti.

Il primo passo è sempre la conoscenza. Il gruppo di entomologia del centro, coordinato da Manfred Wolf, sta analizzando le dinamiche di popolazione dell’afide lanigero nei diversi areali dell’Alto Adige. Particolare attenzione è rivolta alla vespa parassitoide Aphelinus mali, antagonista naturale dell’afide, che però spesso non riesce a contenere le infestazioni da sola.

Il secondo fronte coinvolge il gruppo di lavoro Metodi Biologici di Protezione delle Piante: l’obiettivo è selezionare ceppi di funghi entomopatogeni in grado di infettare e uccidere l’afide senza danneggiare la pianta. Alcuni candidati promettenti sono i generi Metarhizium e Beauveria, già noti nel biocontrollo. Ma non basta sapere che funzionano: serve verificare l’efficacia in condizioni reali di campo, la compatibilità con altri trattamenti e l’adattabilità al clima alpino. Per questo i test si svolgono in laboratorio, in serra e in impianti sperimentali, dove i ricercatori valutano anche la persistenza dei microrganismi e il loro impatto sulla biodiversità.

Infine, c’è il versante operativo: capire quali prodotti oggi disponibili – sia in agricoltura biologica che integrata – riescano davvero a contenere l’afide lanigero. Tra i principi attivi in esame figurano oli vegetali, saponi potassici, flupyradifurone (autorizzato in integrato), oltre a soluzioni meno convenzionali come il caolino o formulati a base di silicio.

Ma non è solo questione di cosa usare, bensì quando e come. La potatura, la gestione dell’azoto, il tipo di portinnesto e la densità d’impianto influenzano la vulnerabilità degli alberi. Alcune varietà di melo, come Fuji o Cripps Pink, sono più sensibili. Per questo il progetto affianca alla ricerca chimica e biologica anche una revisione delle tecniche colturali, per ridurre la predisposizione delle piante all’infestazione.

Un modello per il futuro della frutticoltura

Oltre a contrastare l’afide, il progetto ha un’ambizione più ampia: trasformare la gestione dei parassiti in frutticoltura. I principi alla base – integrazione delle tecniche, uso mirato dei prodotti, valorizzazione degli antagonisti naturali – possono essere applicati anche ad altri problemi emergenti, dalla cocciniglia al mal secco. E soprattutto possono rendere sostenibili le produzioni su larga scala anche in un contesto climatico instabile.

L’obiettivo dichiarato del progetto è fornire ai tecnici una “toolbox” di soluzioni – biologiche, agronomiche, tecnologiche – adattabili alle diverse condizioni colturali. Una difesa personalizzata, più intelligente e meno dipendente dalla chimica.

Come sottolineato da Manfred Wolf: “Negli ultimi decenni sono stati condotti numerosi studi per comprendere la biologia dell’afide lanigero del melo e sperimentare strategie di controllo alternative e sostenibili. Con questa nuova ricerca multidisciplinare vogliamo fare un passo avanti, avviando sperimentazioni mirate sui principali fattori che influenzano l’epidemiologia del parassita e la sua gestione. L’obiettivo è affrontare il problema da diverse prospettive, per individuare soluzioni efficaci per i meleti dell’Alto Adige, che garantiscano un controllo duraturo e a basso impatto ambientale, sia nella produzione integrata che in quella biologica”.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

Photo in apertura: Koppert

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