Protesta agricoltori, la Puglia si infiamma

Dal caro gasolio al crollo dei prezzi agricoli, cresce la rivolta nelle campagne pugliesi. Blocchi e presidi mettono in difficoltà trasporti, imprese e approvvigionamenti

da Ilaria De Marinis
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La protesta degli agricoltori in Puglia non è più soltanto una mobilitazione di categoria. Dai primi giorni di ottobre, e con un’intensificazione delle manifestazioni proprio in questi giorni, trattori, camion e presidi hanno interessato strade e snodi strategici della regione, mentre le difficoltà economiche delle imprese agricole si intrecciano con quelle dell’autotrasporto e, a Taranto, con la vertenza dei lavoratori dell’ex Ilva. Il risultato è una situazione sempre più complessa, che sta producendo conseguenze concrete anche per chi non partecipa alle manifestazioni: merci ferme, rifornimenti rallentati, distributori senza carburante e attività costrette a riorganizzare il lavoro. Al centro della protesta agricoltori c’è una questione che accomuna migliaia di imprese: produrre costa sempre di più, ma i ricavi non riescono a sostenere le spese. Il malcontento, alimentato da mesi di difficoltà, è esploso proprio mentre molte aziende agricole si preparano ad affrontare una fase decisiva della stagione produttiva.

Protesta agricoltori: dalle campagne alle strade

La mobilitazione ha coinvolto diversi territori pugliesi. Nel Foggiano, agricoltori e autotrasportatori hanno organizzato presidi lungo la statale 16, la statale 17 e nei pressi dei caselli autostradali di Candela e Poggio Imperiale. Sul Gargano, a Carpino, il 12 ottobre circa 200 trattori hanno partecipato alla manifestazione, denunciando le difficoltà del comparto olivicolo. A Bitonto, già il 5 ottobre, oltre 300 agricoltori erano scesi in strada per protestare contro il crollo delle quotazioni dell’olio e l’aumento dei costi. Il 14 ottobre, secondo Coldiretti, 5.000 agricoltori hanno manifestato a Bari chiedendo alla Regione Puglia il riconoscimento dello stato di crisi del settore.
Le iniziative non sono tutte riconducibili a un’unica organizzazione, ma condividono un disagio economico profondo e la richiesta di interventi urgenti.

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Costi alle stelle e redditi in calo: perché gli agricoltori protestano

Il caro gasolio è diventato il simbolo di una crisi che, in realtà, coinvolge l’intera gestione aziendale. Ai rincari del carburante si aggiungono quelli dei fertilizzanti, dell’energia e dell’acqua irrigua. Spese indispensabili per lavorare i terreni, alimentare gli impianti e portare a termine le operazioni colturali. Ma il problema non riguarda soltanto quanto costa produrre. Gli agricoltori denunciano anche la difficoltà di ottenere prezzi capaci di remunerare il lavoro e gli investimenti.
Emblematico il caso dell’olivicoltura: durante la protesta di Bitonto del 5 ottobre, i manifestanti hanno denunciato un calo del prezzo dell’olio da circa 9 a 4 euro al chilogrammo, a fronte di costi produttivi crescenti. Si tratta delle quotazioni richiamate dai manifestanti, non di un prezzo uniforme applicabile a tutte le categorie di olio.
Per molte aziende il rischio è affrontare la raccolta con margini estremamente ridotti, o addirittura insufficienti a coprire le spese. A questo si sommano le preoccupazioni per le importazioni, la tracciabilità dei prodotti e le pratiche commerciali ritenute penalizzanti per i produttori italiani.
La protesta, quindi, non nasce da una singola emergenza. È l’espressione di una fragilità economica che si trascina nel tempo e che ogni nuovo rincaro rischia di aggravare.

Taranto, la crisi dell’ex Ilva aggrava i disagi

A complicare ulteriormente la situazione è la mobilitazione dei lavoratori dell’ex Ilva di Taranto, una vertenza distinta da quella agricola, ma con ripercussioni su gran parte della Puglia. Da lunedì 12 ottobre, gli operai presidiano alcune delle principali arterie stradali, tra cui la statale 7 e la statale 106, chiedendo garanzie occupazionali e un futuro industriale per lo stabilimento.
I blocchi hanno ostacolato anche l’uscita delle autocisterne dalla raffineria Eni, causando difficoltà nell’approvvigionamento di carburante. Secondo Reuters, al 14 ottobre oltre 50 stazioni di servizio risultavano senza carburante, mentre criticità sono state segnalate anche negli aeroporti di Bari e Brindisi.
Le conseguenze coinvolgono anche altre attività produttive: lavoratori impossibilitati a raggiungere le aziende, organici ridotti e operazioni rallentate. Il disagio di chi protesta per difendere il proprio futuro finisce così per intrecciarsi con quello di chi, a causa dei blocchi, fatica a svolgere il proprio lavoro.

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Una crisi che coinvolge l’intera filiera

Anche gli autotrasportatori denunciano costi sempre meno sostenibili. Durante le proteste a Brindisi, alcuni operatori hanno riferito a RaiNews un aumento della spesa per il carburante da circa 1.500 a 2.500 euro ogni quattro giorni, evidenziando il peso dei rincari sulle attività.
I disagi non si fermano ai trasporti. Ritardi nelle consegne e difficoltà di approvvigionamento si ripercuotono su produttori, cooperative, magazzini di lavorazione e distributori, fino a raggiungere i consumatori.
La situazione mette in evidenza la fragilità di una filiera in cui ogni interruzione rischia di generare conseguenze a catena, aggravando le difficoltà economiche di imprese e lavoratori già alle prese con costi crescenti.

Protesta agricoltori: le richieste alle istituzioni e il futuro delle imprese

La richiesta di riconoscere lo stato di crisi del comparto agricolo è uno dei punti centrali della mobilitazione. Durante la manifestazione del 14 ottobre a Bari, Coldiretti Puglia ha sollecitato interventi sui costi energetici, sui fertilizzanti e sulle tariffe irrigue, oltre a misure per sostenere la redditività aziendale.
Nel Foggiano, il comitato degli agricoltori e trasportatori di Lucera ha avanzato anche proposte finanziarie specifiche, tra cui un fondo per sostenere le imprese, finanziamenti agevolati e un rafforzamento del contrasto alle pratiche commerciali sleali.
Le richieste vanno dunque oltre gli aiuti immediati. Gli operatori chiedono condizioni economiche che consentano di programmare gli investimenti, affrontare le campagne produttive e garantire continuità alle attività.
Resta però aperta anche la questione delle modalità di protesta. La necessità di dare voce a un settore in difficoltà deve confrontarsi con quella di tutelare la mobilità, i servizi essenziali e il lavoro delle altre imprese.

Ad oggi, la Puglia continua a confrontarsi con gli effetti di mobilitazioni che, pur nascendo da vertenze differenti, stanno mettendo in evidenza le fragilità del sistema produttivo regionale.
La sfida per le istituzioni sarà trovare risposte che non si limitino a contenere l’emergenza, ma intervengano sulle cause del malessere. Perché dietro i trattori in strada non ci sono soltanto richieste economiche: ci sono aziende che faticano a programmare il futuro, lavoratori preoccupati per il proprio reddito e territori nei quali l’agricoltura continua a rappresentare una componente fondamentale dell’economia. E mentre i presidi proseguono, cresce l’urgenza di evitare che una crisi nata dalla difficoltà di lavorare finisca per impedire ad altri di farlo.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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