Mosca mediterranea, insetti sterili per fermarne la diffusione

Una sperimentazione condotta su 25 ettari ha mostrato risultati promettenti contro Ceratitis capitata. Ora la tecnica dell’insetto sterile viene testata su una superficie molto più ampia, pari a 2.000 ettari

da Donato Liberto
mosca mediterranea

La mosca mediterranea della frutta (Ceratitis capitata) è uno dei fitofagi più difficili da gestire nei comprensori frutticoli. Estremamente polifaga, può svilupparsi su numerose specie e spostarsi tra colture e varietà che maturano in periodi differenti, trovando per diversi mesi frutti suscettibili sui quali completare il proprio ciclo.

Per contenerne le popolazioni, però, la ricerca sta lavorando anche su un approccio molto diverso rispetto alla difesa convenzionale, basato sulla liberazione nell’ambiente di grandi quantità di maschi sterili con l’obiettivo di ridurre progressivamente la capacità riproduttiva della popolazione selvatica.

È la cosiddetta Sterile Insect Technique (SIT), tornata al centro dell’attenzione dopo i risultati ottenuti in un progetto condotto nei pressi di İzmir, nella Turchia occidentale, dove circa un milione di maschi sterili è stato liberato tra il 2024 e il 2025 in un agrumeto semi-isolato di 25 ettari.

Secondo quanto comunicato dall’International Atomic Energy Agency (IAEA), al termine della sperimentazione la presenza delle femmine selvatiche è risultata ridotta del 95%. Un risultato che ora dovrà essere verificato su una scala decisamente più ampia, dato che i rilasci sono in corso su circa 2.000 ettari nella valle di Menderes, sempre nella provincia di İzmir, una superficie 80 volte superiore a quella del primo test.

Come funziona la tecnica dell’insetto sterile

Il principio della SIT è relativamente semplice. Gli insetti vengono allevati in grandi quantità in strutture specializzate e, allo stadio di pupa, sottoposti a una dose controllata di radiazioni ionizzanti, generalmente raggi X o gamma, sufficiente a renderli sterili.

Vengono quindi liberati prevalentemente i maschi, che una volta in campo continuano a competere con quelli selvatici per l’accoppiamento. Quando una femmina si accoppia con un maschio sterile, non viene generata progenie vitale. Ripetendo i rilasci e mantenendo un numero elevato di maschi sterili rispetto a quelli fertili presenti nell’ambiente, la popolazione del fitofago può progressivamente diminuire.

Non si tratta, quindi, di eliminare direttamente gli adulti presenti nel frutteto, ma di interferire con la generazione successiva.

Un aspetto importante riguarda proprio l’irradiazione. Gli insetti sottoposti al trattamento non diventano radioattivi. Le radiazioni vengono utilizzate esclusivamente per indurre la sterilità prima del rilascio.

La prova ora si allarga a 2.000 ettari

Il risultato ottenuto sui 25 ettari è significativo, ma va interpretato con cautela. L’agrumeto utilizzato per la prima fase era infatti semi-isolato, una condizione che limita l’ingresso continuo di nuovi individui provenienti dall’esterno e facilita il contenimento della popolazione.

Per questo l’estensione della sperimentazione ai 2.000 ettari di Menderes rappresenta un passaggio importante. Su un comprensorio così esteso bisognerà confrontarsi con una situazione molto più vicina a quella produttiva reale, con numerosi appezzamenti, diversi frutti ospiti, spostamenti degli adulti tra le aziende e ingresso di individui fertili dalle aree circostanti.

Non a caso la SIT viene generalmente considerata uno strumento da utilizzare secondo una logica area-wide, cioè attraverso programmi coordinati su superfici estese. La mosca mediterranea, come molti altri fitofagi mobili, non rispetta infatti i confini aziendali. Intervenire su un singolo frutteto può avere un’efficacia limitata se nelle aree circostanti rimangono popolazioni elevate.

Per sostenere il programma, il Bornova Plant Protection Research Institute dispone ora anche di una struttura di allevamento e irradiazione sviluppata con il supporto tecnico di IAEA e FAO, con una capacità dichiarata di circa 10 milioni di maschi sterili alla settimana.

mosca mediterranea 1

Foto: Bornova Plant Protection Research Institute – Ministry of Agriculture and Forestry of Türkiye

Non un’alternativa isolata, ma uno strumento di difesa integrata

Questo non significa che la SIT possa semplicemente sostituire ogni altro mezzo di difesa.

La tecnica tende infatti a essere tanto più efficiente quanto più contenuta è la popolazione selvatica iniziale. Se i maschi fertili presenti in campo sono numerosi, servono quantità molto elevate di insetti sterili affinché questi ultimi abbiano una probabilità sufficiente di accoppiarsi con le femmine.

Per questo la SIT viene inserita soprattutto in programmi di gestione integrata del fitofago, insieme al monitoraggio e, quando necessario, ad altre misure capaci di ridurre preventivamente la popolazione.

L’obiettivo è quindi diverso da quello di un normale trattamento. Si punta a ridurre nel tempo la capacità riproduttiva della specie agendo su un intero comprensorio.

Perché la sperimentazione interessa anche la frutticoltura italiana

Il tema riguarda da vicino anche il bacino mediterraneo. Ceratitis capitata è considerata da EPPO ampiamente presente in Italia e dispone di un numero molto elevato di piante ospiti.

Agrumi, pesco, fico, kaki, melograno, uva da tavola, melo e pero sono tra le colture sulle quali il fitofago può svilupparsi. La disponibilità di frutti maturi in successione durante la stagione può quindi favorire il mantenimento delle popolazioni e il loro spostamento tra colture differenti.

In questo quadro, la SIT presenta un interesse particolare perché permette di intervenire in maniera specifica sulla specie bersaglio, riducendo al tempo stesso la dipendenza dai trattamenti insetticidi e il conseguente rischio di residui sulle produzioni.

Il dato del 95% ottenuto sui 25 ettari rappresenta dunque un’indicazione promettente, non una soluzione già definitivamente validata per ogni contesto produttivo. Saranno soprattutto i risultati della sperimentazione su 2.000 ettari a indicare fino a che punto la tecnica possa mantenere la propria efficacia quando dal frutteto sperimentale si passa alla gestione di un vero comprensorio agricolo.

Ed è probabilmente proprio questo il passaggio da seguire con maggiore attenzione, per capire se milioni di insetti allevati e sterilizzati in laboratorio possano diventare, su scala territoriale, un nuovo strumento concreto nella gestione della mosca mediterranea della frutta.

 

Donato Liberto
© fruitjournal.com

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