Il suolo è a rischio: preoccupano i nuovi dati FAO

Erosione in aumento, fertilità in calo e territori più fragili, secondo il dossier internazionale Secure Soil, Save Life fino al 70% dei suoli europei è già in stato di degradazione

da Ilaria De Marinis
il suolo 1

In Italia ne parliamo troppo poco, eppure il suolo è la prima infrastruttura del Paese. Senza, non c’è cibo, non c’è acqua, non c’è clima stabile. E i segnali d’allarme ci sono tutti: erosione in crescita, desertificazione che avanza soprattutto al Sud, calo della sostanza organica e una pressione climatica che accelera processi già critici. Ma ciò che accade tra Sicilia, Basilicata e Puglia non è un’anomalia isolata: è un tassello di una crisi globale che, stando a quanto emerso dal report Secure Soil, Save Life può determinare “la condizione stessa del nostro futuro”.

Realizzato dall’Aroura Soil Security Think Tank, dalla IUCN World Commission on Environmental Law (WCEL) e da Save Soil, il quadro – che ha coinvolto esperti internazionali provenienti dal mondo della scienza, del diritto e della politica – è così chiaro da richiedere un cambio di paradigma: il suolo non è un semplice supporto agricolo, ma una risorsa strategica, al pari dell’acqua o dell’energia. E oggi è in pericolo.

Cede anche il suolo italiano

L’Italia è uno dei Paesi europei più esposti ai processi di erosione. Come riportato nel dossier, l’erosione media nazionale raggiunge circa 8,8 tonnellate per ettaro all’anno nelle aree agricole, con punte critiche in regioni come Sicilia, Basilicata e Puglia. Una perdita che in molte aree supera la capacità naturale di rigenerazione del suolo.

Non è solo una questione ambientale. Gli effetti sono già economici e produttivi: perdita di fertilità, minore capacità produttiva, maggiore vulnerabilità alla siccità e necessità crescente di input esterni. E mentre l’Italia punta su transizioni ecologiche e filiere ad alto valore aggiunto, la base fisica – il suolo – si sta rapidamente indebolendo.

Il report ricorda che per formare 2,5 cm di suolo fertile possono servire fino a 500 anni, mentre “equivalenti a un campo da calcio di suolo vengono erosi ogni cinque secondi” a livello globale. Anche in Italia la velocità di perdita supera di gran lunga quella di rigenerazione naturale.

Europa: il continente che perde la sua base fertile

Allargando lo sguardo all’Europa, il quadro non migliora. I dati del report rivelano che tra il 60 e il 70% dei suoli europei è degradato a causa di erosione, compattazione, salinizzazione e perdita di carbonio organico.

Secondo il materiale analizzato, l’UE perde ogni anno 1 miliardo di tonnellate di suolo, mentre 74% delle superfici agricole soffre di squilibri nutritivi. Anche Paesi ad alto sviluppo agricolo mostrano criticità. In Germania, per esempio, almeno il 20% dei terreni agricoli è colpito da erosione severa. Mentre in Francia si stima una perdita annuale pari a 8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente dai suoli agricoli per calo di sostanza organica. E non va meglio in Spagna, dove fino al 75% del territorio è vulnerabile alla desertificazione, con erosione media di 3,9 t/ha/anno.
Come evidenziato dall’IUCN, queste dinamiche minano la capacità dei sistemi produttivi europei di resistere a shock climatici e volatilità dei mercati.

La crisi si allarga

La pressione sul suolo è particolarmente acuta nell’area mediterranea. Le condizioni climatiche – alternanza di eventi estremi, aumento delle temperature, riduzione della copertura vegetale – accelerano desertificazione e perdita di carbonio organico.

E se l’Italia rappresenta un punto caldo europeo, la crisi si estende molto più a sud. Un recente studio della FAO ha rivelato che nella regione araba oltre 46 milioni di ettari di terreni agricoli sono già colpiti da degrado indotto dall’uomo, pari a due terzi dei 70 milioni di ettari degradati complessivamente. Pubblicato su Agriculture (MDPI), lo studio sottolinea la necessità urgente di ripristinare i terreni degradati per garantire sicurezza alimentare in un’area estremamente dipendente da importazioni e terreni irrigui ad alto rischio.

Il pianeta fragile: una crisi sotto i nostri piedi

Come emerge dal report, tra il 20 e il 40% delle terre emerse è già degradato e la proiezione – se non si interviene – potrebbe raggiungere il 90% entro il 2050. Ogni anno, nel mondo, si perdono 100 milioni di ettari di terreni produttivi, un’area grande quanto l’Egitto. E la crisi non riguarda solo l’agricoltura. Il suolo rappresenta infatti l’infrastruttura invisibile che filtra l’acqua; immagazzina più carbonio dell’atmosfera; sostiene il 95% del cibo mondiale e ospita il 59% della biodiversità del pianeta.

Ancora, i dati evidenziano che il suolo contiene fino a 2400 gigatonnellate di carbonio, due o tre volte di più dell’atmosfera, e che una sua perdita può trasformarlo da “serbatoio” a “emettitore” di gas climalteranti. L’erosione – ricorda infatti lo studio – rilascia ogni anno circa 0,97 petagrammi di carbonio, con proiezioni in aumento del 35% entro il 2070. Un impatto che non compare pienamente nei calcoli globali sulle emissioni.

il suolo grafico

Il problema del degrado del suolo oggi e la proiezione catastrofica per il futuro – mappe realizzate da Save Soil, utilizzando dati della UNCCD (2019) e una stima del GEF (2024))

il suolo grafico 2

Rigenerare il suolo: oggi o mai più

Spesso sottovalutata, la salute del suolo si conferma la linea di confine tra resilienza e collasso. Stando a quanto emerso dal panel internazionale coordinato da Aroura e IUCN, per invertire la traiettoria della degradazione serve dunque un cambio sistemico, una trasformazione profonda dei modelli produttivi e delle politiche pubbliche. Le soluzioni sono note, ma richiedono volontà collettiva: adottare pratiche di agricoltura rigenerativa, ridurre al minimo la lavorazione del terreno, mantenere coperture vegetali permanenti, diversificare le rotazioni, investire in ricerca, monitoraggio e formazione, e soprattutto introdurre nuove norme capaci di tutelare il suolo come risorsa strategica.

Fortunatamente il percorso si sta delineando. L’IUCN ha approvato la Resolution 007, primo passo verso uno strumento giuridico globale per la Soil Security, mentre l’Unione Europea ha adottato la Soil Monitoring Law, che introduce per la prima volta un quadro comune per valutare e proteggere lo stato dei suoli. Ma le regole, da sole, non bastano. Senza consapevolezza pubblica, senza la percezione che il suolo sia un capitale vivo e fragile, nessuna strategia può funzionare. È qui che il report lancia il suo avvertimento più potente: “Il suolo è la pelle viva del pianeta, e senza di esso non abbiamo futuro”. 

Fermare la crisi

La crisi del suolo è silenziosa, ma già misurabile nei suoi effetti. Dalla Sicilia alle regioni arabe, dalle praterie statunitensi alle steppe australiane, il degrado sta rimodellando i sistemi produttivi, alterando la geografia agricola e incidendo sulla stabilità economica e climatica dei territori. Eppure, nonostante la portata globale del fenomeno, il tema rimane marginale nel dibattito pubblico.

I dati analizzati nel report mostrano con chiarezza che la protezione del suolo non è una questione settoriale: significa tutelare la capacità di infiltrazione e di ritenzione idrica, preservare gli stock di carbonio organico, sostenere la biodiversità microbica e, in definitiva, mantenere operative le funzioni ecologiche da cui dipendono agricoltura, sicurezza alimentare e resilienza climatica. In assenza di un intervento deciso – fondato su monitoraggio continuo, gestione conservativa, pratiche rigenerative e una governance che riconosca il suolo come infrastruttura strategica – i processi di degradazione rischiano di diventare irreversibili.

Ripensare le priorità quindi non è più un’opzione, ma una necessità tecnica e politica. Proteggere il suolo significa proteggere l’intero sistema su cui si regge il nostro futuro produttivo e ambientale. Ma solo riconoscendo questo nesso, e agendo di conseguenza, sarà possibile invertire la traiettoria attuale.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

Articoli Correlati