Dazi, le ricadute dell’accordo UE-USA sull’agricoltura

Entrerà in vigore dal 1° agosto e prevede un dazio uniforme del 15% che riguarderà una vastissima gamma di prodotti europei diretti verso il mercato americano: a rischio olio d'oliva e vino

da Ilaria De Marinis
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All’inizio doveva essere solo un’intesa tecnica. Ma il 27 luglio, l’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea ha fatto ben altro: ha riacceso le tensioni sul fronte dei dazi  e sollevato nuove incertezze sul futuro dell’export europeo. Dietro il linguaggio rassicurante della “soluzione responsabile” si cela un provvedimento che impone un dazio uniforme del 15% su una vastissima gamma di prodotti europei diretti verso il mercato americano, compresi molti agricoli. E mentre Bruxelles e Washington lo raccontano in modi divergenti, cresce il sospetto che questo sia solo l’inizio di un nuovo scontro commerciale.  

Cosa prevede l’accordo sui dazi

L’accordo, raggiunto in extremis durante un vertice a Edimburgo, stabilisce un dazio fisso del 15% su circa il 70% dei beni europei esportati negli Stati Uniti. È stato pensato per evitare l’introduzione di tariffe punitive al 30% annunciate da Donald Trump, che avrebbe potuto applicarle unilateralmente dal primo agosto.

L’intesa riguarda settori strategici – auto, farmaci, semiconduttori – ma include anche il settore agricolo, almeno in parte. Come sottolinea il Corriere della Sera nella sua guida completa, il 15% sostituisce i precedenti dazi, spesso più bassi (tra l’1 e il 2%), ma senza cumuli. È una soglia massima, sì, ma rappresenta comunque un salto sensibile per molti settori. E infatti non tutti ne escono sorridenti.

Agricoltura e i rischi dell’accordo sui dazi americani

Il settore agroalimentare europeo – e italiano in particolare – è tra i più esposti agli effetti del nuovo accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea. Secondo le prime valutazioni tecniche, il nuovo dazio potrebbe colpire una fetta consistente dell’export italiano verso gli USA – che nel 2024 ha sfiorato quota 8 miliardi di euro. Tra i prodotti potenzialmente più colpiti ci sono vino, formaggi, olio d’oliva, conserve e carni trasformate.

Organizzazioni come Confagricoltura e Coldiretti segnalano un pericolo concreto di perdita di competitività rispetto a fornitori terzi – come Canada o Argentina – che beneficiano di accordi bilaterali più vantaggiosi con Washington. In un contesto già segnato da un forte aumento dei costi di produzione (energia, logistica, materie prime e manodopera), l’introduzione di nuovi oneri doganali rischia di compromettere ulteriormente i margini di molte aziende agricole ed esportatrici, rendendo i prodotti europei meno competitivi sul piano dei prezzi.

Le ricadute occupazionali non sono trascurabili: secondo stime citate dal Corriere della Sera, un calo dell’export del 14% potrebbe mettere a rischio oltre 100 mila posti di lavoro in Europa. Una stima che riflette l’effetto moltiplicatore della filiera agroalimentare, dalla produzione primaria alla trasformazione e distribuzione.

A complicare il quadro, l’accordo fa solo generici riferimenti alla futura rimozione delle cosiddette “barriere non tariffarie” – come gli standard sanitari, le certificazioni fitosanitarie e le restrizioni legate alle indicazioni geografiche. Si tratta di questioni decisive per l’accesso effettivo ai mercati, ma che restano demandate a un tavolo tecnico ancora da convocare.

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Due versioni dello stesso trattato

Qui sta uno dei punti più discussi. Perché le versioni dell’accordo diffuse da Washington e Bruxelles non sono esattamente sovrapponibili. Gli Stati Uniti – con un comunicato dalla Casa Bianca molto dettagliato – parlano di un accordo vincolante già operativo: dazi al 15% dal 1° agosto, impegni reciproci su investimenti (600 miliardi di dollari previsti dall’UE negli USA entro il 2029) e acquisti di energia americana (750 miliardi entro il 2028).

Ma l’Unione Europea frena: la Commissione ha infatti chiarito che quelle cifre non sono vincolanti, ma “rappresentano intenzioni del settore privato”. E che l’accordo è una base di lavoro, non un testo giuridicamente vincolante. Tradotto: i dettagli vanno ancora scritti, discussi, approvati dai 27 Stati membri. Quindi non è detto che tutto ciò che Washington ha annunciato diventi realtà nei termini prospettati.

In sostanza sono “due verità” sull’accordo: una, statunitense, celebrativa e immediata; l’altra, europea, prudente e interlocutoria.

La reazione italiana all’accordo  

In risposta alle potenziali conseguenze dell’accordo sui dazi tra Unione Europea e Stati Uniti, il governo italiano ha istituito una task force interministeriale con sede operativa presso la Farnesina, incaricata di monitorare l’impatto sulle filiere agroalimentari nazionali. Tra i comparti più a rischio figura quello vitivinicolo, già penalizzato in passato da misure tariffarie analoghe imposte durante la presidenza Trump.

Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha definito la portata dei danni come “contenuta, ma da prevenire”, sottolineando l’importanza di un intervento tempestivo per evitare che settori chiave del Made in Italy subiscano contraccolpi strutturali. Più netta la posizione del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, che ha chiesto formalmente di escludere dall’accordo finale tutti i prodotti a indicazione geografica protetta, considerati patrimonio distintivo dell’identità agricola e commerciale italiana. Una questione tutt’altro che marginale se si considera che le indicazioni geografiche rappresentano non solo un asset economico, ma anche un nodo geopolitico, oggetto di tensione nei negoziati internazionali.

Nel frattempo, l’Italia ha già avviato un confronto con Bruxelles per ottenere strumenti di supporto alle imprese maggiormente esposte all’impatto dei nuovi dazi. Sul tavolo ci sono diverse opzioni: l’introduzione temporanea di un regime più flessibile in materia di aiuti di Stato, l’erogazione di fondi europei con un criterio di filiera anziché su base nazionale, e il possibile impiego delle risorse residue del Pnrr. In ogni caso, sarà necessario un coordinamento a livello comunitario, poiché molti Stati membri – Italia inclusa, vincolata dalle regole del Patto di Stabilità – non dispongono di margini di spesa paragonabili a quelli di altri Paesi per intervenire a sostegno del proprio sistema produttivo.

E adesso?  

L’accordo dovrà ora essere tradotto in un documento attuativo. I cosiddetti “pari livello tecnici” – ovvero i funzionari commerciali di Bruxelles e Washington – sono al lavoro per definire l’elenco completo dei beni soggetti al dazio e di quelli eventualmente esclusi. Tra questi ultimi potrebbero rientrare alcuni comparti come quello dei distillati e, forse, il vino.

Nel frattempo, resta il fatto che il nuovo dazio entrerà in vigore de facto dal 1° agosto, almeno secondo l’interpretazione americana. Le aziende europee, da parte loro, si stanno già muovendo per adattare le proprie strategie di esportazione, con timori diffusi in particolare tra i produttori di beni ad alto valore aggiunto.

Se da un lato l’accordo ha permesso di scongiurare un’escalation tariffaria con dazi fino al 30%, dall’altro ha prodotto un equilibrio provvisorio, in cui i costi per l’export europeo sono immediati, mentre i benefici restano legati a promesse ancora da formalizzare. Per l’agricoltura europea, più che un nuovo inizio, si profila una tregua fragile. E finché le due sponde dell’Atlantico continueranno a fornire letture divergenti dello stesso accordo, sarà difficile capire se si tratta davvero di un compromesso sostenibile o solo di un’intesa sbilanciata, accettata da Bruxelles per guadagnare tempo.

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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