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“L’Europa non è von der Leyen!”. È con questo grido, scandito sotto le finestre della Commissione europea, che martedì 16 luglio oltre cinquecento agricoltori hanno portato la protesta nel cuore delle istituzioni di Bruxelles. Non un corteo contro l’euro o contro l’Unione, ma contro il taglio del 20% ai fondi della Politica Agricola Comune (PAC) previsto dal bilancio UE 2028–2034. Una sforbiciata da oltre 80 miliardi di euro che ha mobilitato organizzazioni agricole da tutta Europa, riunite sotto la regia del Copa-Cogeca.
Partiti da Place du Luxembourg, i manifestanti hanno sfilato fino alla sede della Commissione, dove hanno ammassato stivali da campo come simbolo di una ruralità che si sente messa all’angolo. “Il fondo unico cancellerà la PAC per come la conosciamo”, ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. “Nel fondo unico tutto si mescola: si dirà che le risorse sono invariate, ma non sarà così”.
Politica agricola comune a rischio: il fondo unico divide il mondo agricolo
La proposta della Commissione europea prevede l’unificazione dei fondi agricoli e di coesione in un maxi-fondo da 865 miliardi di euro, nell’ambito di un bilancio complessivo da circa 2.000 miliardi. La PAC conserverebbe una base giuridica separata, ma secondo molti osservatori – e secondo le principali associazioni di categoria – perderebbe peso politico e certezza finanziaria.
Alla PAC andrebbero 300 miliardi contro i 386 dell’attuale programmazione, con una riduzione reale ancor più pesante se si tiene conto dell’inflazione. Ursula von der Leyen ha parlato di “più integrazione, più flessibilità” e di “una doppia riserva agricola per tutelare il reddito degli agricoltori”. Ma molti agricoltori temono che, dietro il linguaggio tecnico, si celi una perdita di controllo sui fondi e una minore trasparenza nella distribuzione.
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“Non è questa l’Europa che ci avevano promesso”
La protesta ha toccato anche l’Italia, con Coldiretti, CIA, Copagri e Confagricoltura compatte nel rifiutare la proposta. Coldiretti ha annunciato una “mobilitazione permanente” per i prossimi due anni. CIA ha parlato di “vergognoso attacco all’agricoltura”, e il presidente Cristiano Fini ha dichiarato che “mai come ora serve una PAC forte, autonoma e ben finanziata”.
Anche Copagri ha duramente criticato il piano, giudicandolo “irricevibile” per via della “rinazionalizzazione strisciante” che potrebbe indebolire il mercato unico. A Roma, intanto, un centinaio di giovani agricoltori ha manifestato davanti a Palazzo Madama con magliette gialle e palloncini, in parallelo con la protesta di Bruxelles.

Il Parlamento europeo è tutt’altro che convinto
Anche nell’Europarlamento le critiche non sono mancate. I correlatori del bilancio, Siegfried Mureșan (PPE) e Carla Tavares (S&D), hanno espresso forti riserve. “La PAC e la coesione vanno allineate alle nuove esigenze, ma non indebolite”, ha dichiarato Mureșan. Tavares ha criticato la complessità dei nuovi piani nazionali e regionali: “Non offrono percorsi semplificati, ma più complicati e meno trasparenti”.
Il tema non è solo agricolo, ma politico. Secondo molti, la nuova architettura di bilancio riflette uno spostamento delle priorità europee: più fondi a difesa, digitalizzazione e competitività industriale, meno risorse ai settori tradizionali. Da qui l’amaro commento di Fini: “Più armi e meno cibo”.
La politica agricola comune come banco di prova della coerenza europea
Per molti operatori del settore, la PAC è uno dei pilastri originari dell’Unione. Non solo un meccanismo finanziario, ma uno strumento che incide ogni giorno sulla vita delle aree rurali europee, dalla Bretagna alla Puglia, dalla Galizia alla Slesia. “L’agricoltura è l’ultimo argine contro la desertificazione economica e sociale dei territori”, ha ricordato Prandini.
Il commissario all’Agricoltura Christophe Hansen ha difeso la proposta, sottolineando che la PAC “rimane una priorità“ e che sarà garantita “una base giuridica separata”. Ma ha anche ammesso che “ci sono ancora molte domande senza risposta” sui meccanismi operativi del fondo unico.
Il futuro si gioca ora, tra stivali e strategie geopolitiche
La Commissione europea ribadisce che l’agricoltura “non sarà dimenticata”, e che l’integrazione dei fondi consentirà maggiore coordinamento tra le politiche di sviluppo e quelle di coesione. “Stiamo stanziando 300 miliardi di euro per il sostegno al reddito degli agricoltori”, ha dichiarato Ursula von der Leyen, promettendo anche una “doppia riserva agricola” per garantire stabilità in caso di crisi.
Ma la tensione resta alta. Le rassicurazioni istituzionali, per ora, non bastano a colmare la distanza tra le intenzioni politiche e le percezioni del settore. Il mondo agricolo teme non solo la riduzione delle risorse, ma anche l’indebolimento di un modello che per decenni ha assicurato certezze, regole comuni e un quadro strategico europeo. La PAC non è mai stata solo una voce di bilancio: è stata una leva di coesione territoriale, una garanzia di sicurezza alimentare, uno strumento per affrontare le sfide ambientali e climatiche.
Ora, il rischio – secondo molti osservatori – è che venga diluita in un contenitore indistinto, con meno identità e più incertezza. “Una PAC annacquata – ha detto Cristiano Fini – farà l’Europa a brandelli”. Ma al di là degli slogan, ciò che emerge è la richiesta diffusa di una visione chiara sul ruolo strategico dell’agricoltura nella nuova agenda europea.
I prossimi mesi saranno decisivi. La proposta della Commissione dovrà passare attraverso un negoziato complesso con il Parlamento e gli Stati membri, in un momento segnato da transizioni multiple: energetica, digitale, ambientale, e – non ultima – geopolitica. In questo contesto, la PAC rappresenta anche una cartina di tornasole della coerenza europea.
Perché ogni scelta di bilancio è una dichiarazione di priorità. E in un’Europa che vuole essere più forte, più autonoma e più resiliente, la domanda resta aperta: quale posto si vuole riservare a chi, ogni giorno, coltiva il presente e semina il futuro?
Ilaria De Marinis
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