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Negli ultimi anni, il mondo agricolo ha rivolto crescente attenzione a una fitopatia relativamente recente che interessa le coltivazioni di patata e altre piante appartenenti alla famiglia delle Solanacee: il cosiddetto Zebra chip, nome comune di una malattia causata dal batterio Candidatus Liberibacter solanacearum (CaLsol). Si tratta di un microrganismo Gram-negativo, non coltivabile in vitro, che vive esclusivamente nei tessuti vascolari (floema) di alcune piante delle famiglie delle Solanacee – come patata e pomodoro – e Apiacee, tra cui carota, sedano e prezzemolo, oltre che nell’emolinfa delle psille, gli insetti che ne sono i principali vettori.
Seppur originariamente circoscritta in alcune aree, la diffusione della zebra chip è stata segnalata anche in Italia, in particolare in carote coltivate in Sicilia e in semi di carota, sedano e prezzemolo commercializzati su tutto il territorio nazionale. Nel 2018, nuove segnalazioni sono arrivate anche dalle regioni Emilia-Romagna e Marche.
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Origine e diffusione: vettori, ospiti e modalità di trasmissione
Il batterio è stato identificato per la prima volta nel 2008 da due gruppi di ricerca indipendenti: uno in Nuova Zelanda e l’altro negli Stati Uniti. Il team neozelandese individuò inizialmente il patogeno nel pomodoro e nel peperone, per poi riscontrarlo anche nella patata e in altre Solanacee, dando al batterio il nome di Liberibacter solanacearum in riferimento alle specie vegetali ospiti. Parallelamente, il gruppo statunitense rivelò lo stesso patogeno nel pomodoro e nella psilla Bactericera cockerelli, designandolo provvisoriamente come Candidatus Liberibacter psyllaurous, in relazione all’associazione con i giallumi trasmessi da questo insetto vettore. Da qui il nome Candidatus Liberibacter solanacearum, che racchiude entrambe le nomenclature utilizzate dai due team.
Ma come avviene la trasmissione di CaLsol? In natura in modo persistente e propagativo: il batterio si moltiplica all’interno degli insetti vettori, appartenenti al gruppo delle psille (ordine Homoptera, famiglia Psyllidae), e viene quindi trasmesso alle piante. I danni causati dalle psille infette possono portare a perdite di raccolto fino al 100%, soprattutto in condizioni climatiche favorevoli. La diffusione del batterio dipende infatti non solo dalla presenza degli insetti vettori, ma anche da temperature elevate: medie superiori ai 15 °C favoriscono l’insorgenza dei sintomi, mentre la temperatura ottimale per lo sviluppo del batterio si aggira intorno ai 28 °C, rendendolo particolarmente pericoloso nelle aree a clima temperato-caldo.
Oltre alla trasmissione tramite insetti, sono stati documentati altri canali di diffusione, come l’innesto tra piante infette e sane e il parassitismo tramite la cuscuta, una pianta infestante che connette i sistemi vascolari di ospiti diversi. Inoltre, il batterio può essere introdotto in nuove aree attraverso materiale vegetale infetto, come tuberi di patata o piantine di pomodoro.

Tuberi di patata fresca che presentano sintomi di infezione da CaLso (zebra chip) Fonte: Joseph E. Munyaneza/USDA-ARS
Sintomi dell’infezione da CaLsol: come riconoscere il zebra chip e gli altri segnali
L’infezione da Candidatus Liberibacter solanacearum (CaLsol) può manifestarsi con sintomi diversi, spesso difficili da distinguere da quelli causati da altri agenti patogeni. Le manifestazioni variano a seconda della specie colpita e possono interessare l’intera pianta oppure solo alcune sue parti. Nelle Solanacee, tra cui la patata, i sintomi più comuni comprendono arresto della crescita, ingiallimento o arrossamento delle foglie, arrotolamento fogliare, accorciamento e rigonfiamento degli internodi (con il tipico aspetto “a rosetta”), sviluppo anomalo di rami ascellari e, nel caso della patata, anche formazione di tuberi aerei. Si osservano inoltre disseccamenti, difficoltà di allegagione e la produzione di frutti piccoli, deformi e di bassa qualità. Il segno più caratteristico è proprio quello che dà il nome alla malattia: lo zebra chip, ovvero un’alterazione visibile nei tuberi di patata, che mostrano imbrunimenti vascolari, necrosi puntiformi nei tessuti interni e striature nei raggi midollari.
Anche nelle Apiacee, come carota e sedano, l’infezione da CaLsol provoca sintomi ben riconoscibili. Nella carota si rilevano arricciamento fogliare, giallume, bronzatura, scolorimento violaceo delle foglie, blocco della crescita del fittone e proliferazione delle radici secondarie. In alcuni casi, l’arrossamento delle foglie può essere confuso con quello causato da altri virus, come il carrot red leaf virus. Nel sedano, invece, i segnali includono un numero anomalo di germogli e ripiegamento degli steli, segni che possono compromettere lo sviluppo e l’aspetto commerciale della pianta.
Strategie di monitoraggio e prevenzione
Il monitoraggio dell’infezione da Candidatus Liberibacter solanacearum si basa su un’attenta combinazione di ispezioni visive, campionamenti mirati e l’utilizzo di trappole cromotropiche. In campo, le ispezioni vengono condotte preferibilmente lungo le diagonali a scalare, metodologia che consente un’osservazione efficace e rappresentativa della coltura. In alternativa, è possibile adottare il sistema dei “passaggi equidistanti”, utile per garantire una copertura omogenea dell’area coltivata. Al termine del controllo è importante redigere un verbale di ispezione e procedere con la mappatura dettagliata dei campi monitorati.
La diagnosi del batterio è più affidabile se effettuata su piante che mostrano sintomi compatibili con l’infezione, anche se può essere estesa anche a piante apparentemente sane, esaminando foglie e steli. Tuttavia, il campionamento diretto sui tuberi di patata non è consigliato, poiché in questa parte della pianta la rilevazione del patogeno risulta meno precisa.
In attesa che la ricerca scientifica sviluppi nuove strategie di contrasto, conoscenza e monitoraggio si confermano strumenti essenziali per preservare la qualità e la resa delle colture. Di certo, la collaborazione tra ricercatori, agricoltori e tecnici rappresenta la chiave per affrontare con successo questa sfida, assicurando produzioni più resilienti e un’agricoltura sempre più sostenibile anche in un clima che muta rapidamente.
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Federica Del Vecchio
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