Indice
- Le colture orticole che più di tutte si avvantaggiano dell’utilizzo di portinnesti, e quindi della tecnica dell’innesto erbaceo, sono quelle appartenenti alla famiglia delle Solanaceae e delle Cucurbitaceae.
- Non solo. L’uso di portinnesti in orticoltura – nel tempo sempre più coinvolto nei programmi di miglioramento genetico – si è dimostrato vantaggioso anche su altri fronti.
- Come scegliere il giusto portinnesto?
- Sono molteplici le specie orticole che più si avvantaggiano della tecnica colturale dell’innesto erbaceo: dal pomodoro alla melanzana, dal peperone ad anguria, melone e cetriolo.
Nella tecnica colturale dell’innesto, il portainnesto è la parte ipogea di una pianta, su cui viene innestata la parte superiore di un’altra pianta, per dare vita a un nuovo individuo, dotandolo di particolari caratteristiche che ne rendono la coltivazione più agevole. L’utilizzo dei portinnesti nella coltivazione delle specie orticole, seppur di recente introduzione in alcuni Paesi del bacino mediterraneo, tra cui l’Italia, si è diffuso sin dagli anni ‘60 in Giappone, Cina, Corea.
Le colture orticole che più di tutte si avvantaggiano dell’utilizzo di portinnesti, e quindi della tecnica dell’innesto erbaceo, sono quelle appartenenti alla famiglia delle Solanaceae e delle Cucurbitaceae.
Grazie all’utilizzo di portinnesti resistenti o tolleranti a varie specie di Fusarium, Verticillium e nematodi, questa pratica rappresenta una valida soluzione per far fronte alle problematiche fitosanitarie legate all’adozione di sistemi di coltivazione sempre più intensivi e caratterizzati da una forte semplificazione degli avvicendamenti colturali. Specialmente nel caso delle orticole, dove – in seguito alle limitazioni relative all’utilizzo di diversi prodotti geo-sterilizzanti del terreno, come il bromuro di metile – il controllo di patogeni tellurici non è sempre agevole.
In alternativa all’impiego di portinnesti, si potrebbero selezionare fattori di resistenza direttamente all’interno del genoma degli ibridi commerciali. Tuttavia, considerati i tempi più lunghi richiesti dal lavoro di ricerca, l’adozione della pratica dell’innesto erbaceo rappresenta oggi la via più immediata ed efficace.
Non solo. L’uso di portinnesti in orticoltura – nel tempo sempre più coinvolto nei programmi di miglioramento genetico – si è dimostrato vantaggioso anche su altri fronti.
Oltre a conferire resistenza nei confronti di patogeni e parassiti tellurici, infatti, la tecnica dell’innesto erbaceo si è dimostrata molto valida nell’incremento della tolleranza alle avversità abiotiche. A tal proposito sono stati – e vengono tutt’ora selezionati – dei portinnesti specifici per far fronte a problematiche legate alla salinità, ai ristagni idrici e alle alte o basse temperature permettendo così di coltivare cultivar di pregio seppur prive di particolari resistenze legate alle condizioni della rizosfera. Sempre attraverso la scelta del giusto portinnesto, può inoltre essere determinata la vigoria delle colture innestate: adattando portinnesti molto vigorosi a varietà che tendono ad accrescersi molto lentamente e viceversa, è infatti possibile promuovere una migliore produzione, in linea con le condizioni ambientali e le risorse presenti nel terreno.

Come scegliere il giusto portinnesto?
Nella scelta del portinnesto, ancor prima di tener conto delle resistenze o delle caratteristiche da conferire alla specie destinata all’innesto erbaceo, bisogna innanzitutto valutare la compatibilità con la cultivar da innestare. L’affinità d’innesto, e quindi la compatibilità dei due bionti da innestare, determinerà il successo di questa tecnica colturale: più stretta sarà la relazione botanica del materiale di partenza, maggiori saranno le possibilità della buona riuscita dell’innesto. In merito alla mancanza di affinità tra i due bionti, questa può manifestarsi in diversi stadi di sviluppo della pianta e con livelli di intensità variabili che vanno dalla crescita stentata alla morte della pianta. Oltre ai fattori genetici, anche la modalità di innesto utilizzata può influenzare la buona riuscita dell’operazione. Nel caso delle Cucurbitaceae, il metodo di innesto maggiormente affermato è quello a spacco in testa con uso di mollette, mentre per le Solanaceae quello a taglio obliquo con uso di guaine di silicone trasparente.
Un altro aspetto da considerare nella scelta del portinnesto adatto è poi l’epoca di semina del portinnesto e del nesto. Per la buona riuscita dell’innesto è infatti fondamentale che i due bionti si trovino allo stadio di sviluppo ottimale, fattore che può essere garantito attraverso una semina programmata in base alla velocità di crescita di nesto e portinnesto.
Sono molteplici le specie orticole che più si avvantaggiano della tecnica colturale dell’innesto erbaceo: dal pomodoro alla melanzana, dal peperone ad anguria, melone e cetriolo.
Ma perché l’innesto erbaceo non si estende anche ad altre specie ortive? Purtroppo non tutte le specie orticole sono predisposte da un punto di vista genetico e fisiologico ad assecondare questa tecnica. In alcuni casi poi l’esecuzione dell’innesto erbaceo è molto complessa e laboriosa, al punto da vanificare i vantaggi ottenibili.
A tal proposito, uno dei principali svantaggi che influenza la scelta di esecuzione dell’innesto è rappresentato dall’elevato costo che la pratica stessa richiede. Per questo, l’innesto erbaceo viene eseguito soprattutto per quelle specie di ortaggi che si suppone riescano a garantire una produzione abbastanza remunerativa, in grado cioè di ammortizzare i costi d’impianto sostenuti per l’acquisto delle piantine innestate, più costose rispetto a quelle tradizionali.
Nonostante questi limiti, questa tecnica sta trovando sempre più diffusione nel comparto orticolo. Di qui, gli sforzi per meccanizzare e automatizzare la produzione di piante ortive innestate, volte anche a garantire prezzi più limitati, e l’avvio di programmi di ricerca che permettano di espandere questa tecnica anche ad altre specie orticole.
Donato Liberto
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