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La notizia è arrivata in un momento già particolarmente critico per il comparto. A Turi, comune in provincia di Bari e capitale ufficiosa delle ciliegie pugliesi, è scattato un nuovo controllo dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro. Risultato: sei lavoratori irregolari scoperti nei campi durante la raccolta delle ciliegie e oltre 22mila euro di sanzioni per i datori di lavoro. Operai in nero, contratti inesistenti, paghe basse, norme di sicurezza ignorate: tutto questo in uno dei momenti più intensi dell’anno per il comparto cerasicolo, la stagione della raccolta.
L’episodio va così a completare il quadro di un’annata – quella 2025 – che si preannuncia tra le peggiori degli ultimi anni, con volumi ridotti all’osso in alcune zone. Le ragioni sono principalmente climatiche, ma a queste si aggiungono problemi più strutturali.
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Il paradosso del prezzo delle ciliegie pugliesi: da Turi a Milano
Uno fra tutti il prezzo delle ciliegie, che – raccolte spesso in condizioni borderline – arrivano nei mercati del Nord Italia con quotazioni impressionanti. Qui, infatti, il prezzo si trasforma, arrivando fino a 18 o 20 euro al chilo per chi le compra. Succede a Milano, Torino, Bologna: fruttivendoli e supermercati che espongono i loro cartellini con numeri a due cifre per un prodotto stagionale, popolare e teoricamente abbondante nel nostro paese.
Per la legge del mercato, se la produzione cala – come in effetti è successo quest’anno – i prezzi salgono. Ed effettivamente quest’anno anche i produttori hanno spuntato cifre soddisfacenti, ma il guadagno non può dirsi effettivo. Soprattutto se si passa dai 7-8 euro per la Ferrovia (volendo scegliere l’esempio più fortunato), ai 18 euro nei banchi del Nord Italia.

Irregolarità, clima e un comparto delle ciliegie in crisi
Volendo allargare lo sguardo alla stagione delle ciliegie pugliesi nel suo complesso, il piatto pende dunque dal lato sbagliato della bilancia. A pesare – indubbiamente – il fattore climatico: quest’anno, le condizioni meteo sono state particolarmente sfavorevoli per la cerasicoltura, con cali produttivi che in alcuni areali hanno raggiunto anche il 60%.
Per non parlare dell’assenza di un reale rinnovamento varietale e di un comparto strutturato che faccia sistema a livello regionale.
E poi c’è anche il nodo del lavoro. Perché in molte aziende agricole, soprattutto nelle zone rurali del Sud, trovare manodopera regolare e sostenibile economicamente è diventato quasi impossibile. Il lavoro nei campi è faticoso, stagionale, e mal pagato. I giovani italiani non lo vogliono più fare, e gli stranieri – spesso i soli disponibili – vengono impiegati in nero, senza tutele, come ha rivelato l’episodio nel ture.
Una questione non solo agricola
La verità è che la vicenda delle ciliegie pugliesi, dei prezzi, delle irregolarità è una metafora efficace del modo in cui spesso funziona (male) l’economia agroalimentare italiana.
Siamo un Paese che va fiero dei suoi prodotti agricoli, li celebra nelle sagre, li esporta come “eccellenze”. Ma poi lascia che chi li coltiva venga spremuto – economicamente e fisicamente – fino al limite. E accetta che le distanze tra chi produce e chi consuma diventino voragini.
È difficile dire se le cose cambieranno. Qualche tentativo c’è: controlli nei campi, campagne per il “prezzo giusto”, incentivi al lavoro regolare. Ma finché non si accorcerà la filiera e non si redistribuirà il valore – dalla cassetta al consumatore, passando per chi la riempie – questi episodi continueranno.
Le ciliegie continueranno a costare care. Per chi le compra, ma soprattutto per chi le raccoglie.
Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com