Peronospora della vite: il compost come alleato

Secondo un progetto di ricerca francese, il calore generato dal compostaggio può neutralizzare le oospore della peronospora

da Federica Del Vecchio
peronospora della vite

Tra le principali criticità fitosanitarie che si riscontrano nei principali areali viticoli europei, la peronospora della vite impone oggi un ricorso intensivo alla difesa chimica, mettendo a dura prova la sostenibilità dei sistemi produttivi. In tale contesto, uno studio condotto da un team di ricercatori francesi e pubblicato su IVES Technical Reviews, esplora una strategia alternativa per modulare la risposta del vigneto all’infezione da peronospora.

Il progetto si chiama PROFIL e punta a intercettare il patogeno già durante l’inverno, agendo sulla fase iniziale del ciclo infettivo. L’idea è semplice: rimuovere le foglie infette dopo la vendemmia, compostarle e restituirle al vigneto sotto forma di fertilizzante sanificato. Una strategia semplice e circolare che potrebbe aprire la strada a una gestione più sostenibile della vite, riducendo l’uso di agrofarmaci e trasformando un rifiuto in risorsa. Ma come?

Il calore del compost come alleato contro la peronospora della vite 

È cosa nota che il compost si scaldi. Ma che quel calore possa diventare un’arma contro la peronospora è una scoperta promettente. Perché il compost si scalda? Beh, durante la cosiddetta fase termofila del compostaggio, la temperatura della materia organica può superare i 70 °C grazie all’azione combinata di microrganismi e processi chimici. Un ambiente ostile per molti patogeni e forse anche per le oospore di Plasmopara viticola.

Per verificarlo, il team di esperti ha condotto un esperimento semplice, ma rivelatore. Sono state raccolte foglie di vite infette e le hanno divise in tre gruppi: uno conservato a 50 °C, un altro a 70 °C e un terzo lasciato in condizioni naturali, a contatto con il suolo. Dopo un mese, tutte le foglie sono state immerse in acqua e mantenute al buio per stimolare la germinazione delle oospore, la fase iniziale del processo infettivo.
Il confronto è stato netto: mentre nel gruppo lasciato sul terreno una parte delle oospore è riuscita a infettare nuovi tessuti vegetali, nessuna traccia di infezione è emersa nei campioni trattati con il calore. Il test ha mostrato chiaramente come l’esposizione prolungata a temperature elevate comprometta la vitalità delle oospore, impedendo loro di completare il ciclo infettivo. 

peronospora della vite

Variazioni della temperatura media di diversi strati di compost: a livello del suolo – fondo (blu), nel nucleo (arancione) e in superficie (verde) del cumulo, dalla sua installazione nel febbraio 2023 a luglio 2023. Il periodo ombreggiato corrisponde al periodo durante il quale i campioni sono stati presenti nel cumulo di compost. Gli eventi di rivoltamento e irrigazione del cumulo di compost sono indicati rispettivamente dai rombi neri e dai triangoli bianchi. Le linee tratteggiate verticali indicano le date di rimozione del lotto. La linea tratteggiata orizzontale corrisponde a 50 °C, la temperatura minima testata in condizioni controllate (forno).

Compost bollente: dal laboratorio al campo

Dopo aver dimostrato in laboratorio che il calore è letale per le oospore della peronospora, i ricercatori sono passati alla prova sul campo. L’obiettivo era chiaro: verificare se il compostaggio, così com’è praticato realmente nei vigneti, potesse bloccare il ciclo della malattia. Per farlo, è stato allestito un grande cumulo di 50 metri cubi composto da tralci di vite e sfalci d’erba, mantenuto attivo grazie a irrigazioni e rivoltamenti mensili.

All’interno del cumulo, gli scienziati hanno inserito 30 sacchetti contenenti foglie infette sminuzzate, protette da una rete fine che tratteneva le oospore. I sacchi sono stati interrati a diverse profondità per registrare l’effetto delle variazioni termiche nei vari strati del compost. Parte del materiale è rimasta nel cumulo per tre mesi, parte per quattro. Come termine di confronto, altri campioni identici sono stati lasciati sul suolo, all’aperto.

Il risultato? Nessuna delle oospore esposte alle temperature del compost – che hanno toccato punte di 60 °C e non sono mai scese sotto i 50 °C nel nucleo – è riuscita a infettare i tessuti vegetali nel biotest di laboratorio. Al contrario, nei campioni rimasti all’esterno, una certa attività infettiva è stata rilevata, seppur in calo rispetto all’anno precedente, probabilmente per via di una pressione epidemica più bassa.

In sintesi, tre o quattro mesi di compostaggio a temperature elevate sembrano sufficienti per neutralizzare le oospore di Plasmopara viticola. Una scoperta che rafforza l’idea del compost non solo come pratica ecologica, ma come strumento attivo di difesa fitosanitaria nei vigneti.

Compost e prevenzione: una strategia integrata per frenare la peronospora

I risultati della ricerca sono promettenti. Ma non basta la temperatura: anche la composizione, le caratteristiche e la gestione del compost sono fattori cruciali per assicurare il successo dell’operazione. Per questo, gli esperti hanno sottolineato l’importanza di una strategia di prevenzione più ampia e strutturata. Intanto, oltre al compost, sono in fase di sperimentazione tecniche di defogliazione meccanica per rimuovere in modo mirato la biomassa fogliare infetta direttamente in campo, e si sta affinando un sistema che permetterà di misurare la quantità di inoculo presente nel suolo, con l’obiettivo di monitorare nel tempo l’efficacia delle azioni di bonifica nei vigneti.

Se confermata, questa combinazione di raccolta, compostaggio e monitoraggio potrebbe diventare un tassello importante della viticoltura sostenibile. Ridurre l’inoculo a monte significa infatti anche ridurre il ricorso ai prodotti di sintesi, facilitando l’uso di soluzioni di biocontrollo più rispettose dell’ambiente e valorizzando al contempo il compost come risorsa utile per la fertilità dei suoli.

 

Federica Del Vecchio
© fruitjournal.com

Articoli Correlati