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In questi giorni il dibattito sull’impatto ambientale dell’agricoltura moderna si è riacceso. Ad accendere la miccia, questa volta, il WWF con un comunicato stampa emesso in occasione di “Agricoltura è”, la tre giorni dedicata all’agroalimentare made in Italy, realizzata a Roma sulla falsariga del G7 di Siracusa dal 24 al 26 marzo 2025. Secondo l’organizzazione ambientalista, l’attuale modello agricolo basato sull’intensificazione produttiva sta compromettendo gravemente la biodiversità, la qualità delle risorse idriche e la salute pubblica. Il WWF denuncia una “pandemia silenziosa” causata dall’esposizione cronica agli agrofarmaci, con possibili effetti tossici a lungo termine su ecosistemi e organismi viventi. Un problema urgente, a detta dell’associazione, che “riguarda tutta l’Italia, saldamente al quarto posto in Europa per vendita e utilizzo di pesticidi chimici, ma che colpisce tutta l’Unione Europea”.
A supporto della protesta, l’organizzazione ambientale riporta il caso della coltivazione delle mele del Trentino-Alto Adige e dei vigneti del prosecco in Veneto, dove – si legge nel comunicato – “si continuano ad utilizzare sostanze chimiche pericolose per la salute umana e l’ambiente”, che per il cosiddetto “effetto deriva” “dai campi si disperdono nelle aree circostanti tanto che le ricerche condotte li ritrovano nei terreni, nelle acque superficiali e nelle falde, nell’erba dei parchi giochi e nell’aria che respiriamo nelle nostre città”.
Agrofarmaci e sostenibilità: una convivenza possibile?
L’accusa rivolta all’attuale modello agricolo, basato sull’intensificazione produttiva, si inserisce al già esteso elenco di critiche rivolte al settore, specialmente quando si parla di un tema come la sostenibilità. D’altro canto, è necessario evitare una condanna indiscriminata e considerare con rigore scientifico sia le criticità che i meriti di tale sistema.
L’agricoltura intensiva, infatti, ha giocato un ruolo determinante nel garantire la sicurezza alimentare globale. Per dirne una, secondo la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura), l’aumento della produttività agricola negli ultimi decenni ha permesso di sfamare una popolazione in continua crescita, riducendo la fame e migliorando le condizioni di vita di milioni di persone. L’uso di tecnologie avanzate, fertilizzanti e agrofarmaci ha invece contribuito a rendere le coltivazioni più efficienti, riducendo il consumo di suolo e limitando la necessità di espansione delle aree agricole a discapito di ecosistemi naturali.
Che l’uso di prodotti chimici sollevi preoccupazioni è legittimo. Studi scientifici hanno evidenziato la presenza di residui di queste sostanze nelle acque e nei suoli, con possibili effetti negativi sulla biodiversità e sulla salute umana. Tuttavia, occorre sempre contestualizzare questi dati: l’Italia, nonostante sia tra i maggiori utilizzatori di agrofarmaci in Europa, è anche una delle nazioni con i più stringenti controlli normativi. L’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) riporta che la stragrande maggioranza dei prodotti agricoli italiani rientra nei limiti di sicurezza stabiliti, con una percentuale di irregolarità estremamente bassa.
Accanto a questo, bisogna dare atto al mondo produttivo italiano degli importanti progressi fatti nell’adozione di pratiche sostenibili, riducendo negli ultimi anni il quantitativo di principi attivi utilizzati grazie a tecnologie di precisione, agricoltura integrata e sistemi di monitoraggio delle infestazioni. Dati ufficiali dimostrano poi che la presenza di residui di agrofarmaci negli alimenti è spesso entro i limiti consentiti dalle normative europee, garantendo la sicurezza per i consumatori.
Non ostacoliamo il progresso
Se, però, per la questione agrofarmaci il dibattito può prevedere tesi e antitesi, il processo triadico tanto caro a Hegel viene meno di fronte all’idea, sostenuta dall’associazione, per cui “i nuovi OGM, noti in Italia come TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita), non costituiscono una valida alternativa”. E viene meno perché, lungi dall’essere fondata su un’analisi scientifica rigorosa, sembra piuttosto frutto di una narrazione pseudo-ambientalista.
Le Tecniche di Evoluzione Assistita non hanno nulla in comune con i vecchi OGM transgenici demonizzati negli anni ‘90. A differenza di questi ultimi, le TEA replicano mutazioni che potrebbero verificarsi spontaneamente in natura, ma con una precisione e una velocità ineguagliabili. E soprattutto senza conseguenze sull’ambiente o la salute umana. La conferma? Ancora una volta arriva dalla scienza, e più nello specifico dall’EFSA , che definisce le colture ottenute con queste tecnologie prive di rischi aggiuntivi rispetto alle varietà tradizionali, ma capaci di offrire vantaggi concreti come riduzione dell’uso di fitofarmaci, maggiore produttività e minore spreco di risorse naturali. Opporsi dunque non significa proteggere l’ambiente, ma condannarlo all’arretratezza tecnologica.
Non riconoscerne la portata scientifica è come rifiutare l’uso della penicillina per curare le infezioni perché si teme che alteri “l’equilibrio naturale” del corpo: una posizione anacronistica e pericolosa.

Fuori dal dogma, la vera sostenibilità
Quello che appare è che spesso le associazioni ambientaliste cadono nella trappola di un’ecologia dogmatica, dove ogni intervento umano viene visto come una minaccia invece che come una potenziale soluzione. Ma il vero ambientalismo non consiste nel bloccare il progresso, bensì nel sfruttarlo a vantaggio della natura. Se l’obiettivo è ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura, come si può allora ignorare una tecnologia che permette di eliminare la necessità di diserbanti e agrofarmaci?
Analogamente, demonizzare l’agricoltura intensiva senza proporre alternative praticabili rischia di compromettere la sicurezza alimentare e non ottenere reali benefici ambientali. In questo, però, la discussione sollevata dal WWF riporta sotto la lente una sfida importante: la necessità di trovare un equilibrio tra la produttività agricola e la tutela dell’ambiente. Il modello agroecologico e le pratiche di agricoltura integrata hanno già gettato le basi per una strada promettente e l’Italia, con il suo impegno crescente verso l’agricoltura biologica (che già copre circa il 17% della superficie agricola utilizzata, il doppio della media UE), dimostra che la transizione verso un modello più sostenibile è già in atto. D’altra parte, spesso ci si dimentica una questione fondamentale: la conversione a metodi più sostenibili richiede investimenti economici, ricerca e un adeguato supporto tecnico. Ma soprattutto necessita di tempo, in un contesto che – però – evolve a velocità sempre più elevate, con scenari che possono apparire stravolti nel giro di pochi attimi.
In tal senso, pensare di affrontare le sfide del XXI secolo con strumenti del passato non è più possibile.
Dovere, cooperazione, agricoltura
L’agricoltura moderna non può essere ridotta a una dicotomia semplicistica tra “buono” e “cattivo”, ma deve essere valutata nella sua complessità, con uno sguardo attento sia ai benefici sia alle sfide da affrontare. Gli agrofarmaci hanno senza dubbio contribuito a migliorare la produttività agricola e la sicurezza alimentare, ma il loro utilizzo deve continuare a evolversi attraverso un approccio sempre più mirato e responsabile. Come per le TEA, però, la soluzione non risiede nel rifiuto aprioristico della chimica, ma nell’adozione di tecnologie avanzate, pratiche agronomiche integrate e regolamentazioni rigorose che ne minimizzino gli impatti negativi. Guardare al futuro significa allora promuovere una sinergia tra scienza e sostenibilità, investendo in ricerca e innovazione per sviluppare alternative più sicure ed efficienti. Solo con un approccio pragmatico e basato su dati oggettivi sarà possibile garantire un’agricoltura produttiva, sicura e rispettosa dell’ambiente, senza cadere in allarmismi privi di fondamento scientifico.
D’altronde, la storia ci insegna che l’umanità ha sempre tratto beneficio dall’innovazione scientifica: rifiutarla per pregiudizi ideologici equivale a spegnere un faro nel bel mezzo della tempesta.
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Ilaria De Marinis
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