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Negli ultimi decenni, la difesa delle colture ha subito una trasformazione senza precedenti. Da un lato, il progresso scientifico e agronomico ha permesso di sviluppare nuove strategie di protezione, più mirate e meno impattanti. Dall’altro, la progressiva revoca di numerose sostanze attive sta lasciando gli agricoltori con sempre meno strumenti per contrastare le avversità. Il risultato? Una corsa contro il tempo per proteggere le produzioni da fitopatie e insetti dannosi, con il rischio concreto di perdite ingenti e, in alcuni casi, dell’abbandono di intere coltivazioni.
In Italia, il fenomeno ha assunto proporzioni preoccupanti: negli ultimi cinquant’anni, il 75% delle sostanze attive e l’80% degli agrofarmaci sono stati revocati. Un dato che evidenzia un trend chiaro: il settore agricolo si sta trovando a operare con un arsenale difensivo sempre più ridotto. E il problema non è solo nazionale, ma europeo, con decisioni regolatorie che spesso non tengono conto delle reali esigenze produttive e delle alternative disponibili.
Revoche dei principi attivi senza alternative: una strategia rischiosa
Proteggere l’ambiente e tutelare la salute pubblica sono principi senza dubbio condivisibili. Tuttavia, la velocità con cui vengono revocate le sostanze attive non è accompagnata da un adeguato percorso di transizione. Questo sta portando a situazioni paradossali: fitofarmaci selettivi, che colpivano solo i parassiti bersaglio senza danneggiare insetti utili, vengono eliminati, mentre i loro sostituti sono spesso meno efficaci e con effetti collaterali più ampi.
Un esempio recente riguarda la revoca del dimetomorf, un fungicida chiave nella lotta contro la peronospora, una delle patologie più preoccupanti per la vite e le colture orticole. Come riportato in Gazzetta Ufficiale, gli Stati membri hanno infatti revocato le autorizzazioni dei prodotti fitosanitari contenenti questa sostanza attiva entro il 20 novembre 2024, concedendo un periodo di tolleranza fino al 20 maggio 2025. Sebbene legata a ragioni di sostenibilità, questa revoca crea un ulteriore vuoto all’interno dei programmi di difesa, sollevando forti preoccupazioni tra i produttori, che si trovano privati di uno strumento fondamentale per il controllo della peronospora. Ma gli esempi di revoche o restrizioni d’uso non terminano qui, si può citare ad esempio la recente limitazione all’uso dell’acetamiprid, un principio attivo utilizzato per la lotta alla cimice asiatica, o dell’abamectina, utilizzata con successo contro la Psilla.

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Il paradosso della reciprocità
Mentre in Europa si assiste a un progressivo inasprimento delle normative sui fitofarmaci, i prodotti agricoli provenienti da Paesi terzi continuano a entrare nei mercati comunitari con criteri di ammissione differenti. Questa disparità crea un evidente squilibrio competitivo: mentre gli agricoltori europei devono adeguarsi a normative sempre più severe, i produttori esteri possono continuare a utilizzare principi attivi vietati, mantenendo costi più bassi e un’offerta più ampia. Un cortocircuito normativo che si traduce in una situazione di concorrenza asimmetrica, incidendo sulla competitività del settore agricolo europeo.
Di fronte a questa situazione, cresce la richiesta di una revisione delle politiche di revoca e di un approccio più bilanciato. Tra le proposte in gioco, quella di Confcooperative, che prevede una moratoria di cinque anni sulle revoche attuali, per permettere lo sviluppo e l’introduzione di valide alternative. L’ideale sarebbe un graduale avvicinamento degli standard globali, evitando divieti improvvisi e garantendo che i prodotti importati rispettino le stesse normative applicate ai produttori europei.
Conclusioni
Il settore agricolo si trova di fronte a una sfida importante. La riduzione dell’uso di fitofarmaci è un obiettivo condiviso, ma deve essere accompagnata da soluzioni concrete che garantiscano la sostenibilità economica e produttiva delle imprese agricole.
Eliminare progressivamente i principi attivi senza proporre valide alternative potrebbe compromettere l’efficacia delle pratiche agricole. Solo attraverso un approccio scientifico sarà possibile garantire un futuro sostenibile per l’agricoltura europea, evitando impatti eccessivi su interi settori produttivi e mantenendo un equilibrio nelle normative e nei mercati.
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Donato Liberto
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