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I numeri, a volte, possono mentire. O quantomeno raccontano solo una parte della storia. È il caso del comparto delle pere italiane, che nei primi nove mesi del 2025 – stando ai dati elaborati da Fruitimprese su base Istat – registra un aumento dell’export pari a +31,8% in volume e +53% in valore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una informazione che, letta superficialmente, potrebbe essere interpretata come il segnale di una ripresa. In realtà , è esattamente il contrario: questi numeri fotografano la profondità della crisi che il comparto pericolo sta attraversando da diversi anni.
Il confronto, infatti, avviene con il 2024, un’annata che ha rappresentato uno dei punti più bassi della storia recente della pericoltura italiana. Volumi ridotti ai minimi storici, problemi fitosanitari irrisolti e un potenziale produttivo fortemente compromesso hanno reso quel dato di partenza talmente basso da rendere quasi inevitabile un rimbalzo statistico. È per questo che la crescita dell’export, pur reale, non può essere letta come un recupero strutturale del comparto.
Un comparto che cresce perché ha toccato il fondo
Per comprendere il senso di questi numeri occorre allargare lo sguardo al contesto produttivo. La pericoltura italiana vive una crisi profonda e prolungata, che non riguarda una singola annata, le superfici si sono ridotte, molte aziende hanno abbandonato la coltura e la produzione nazionale resta lontanissima dai livelli che, fino a pochi anni fa, collocavano l’Italia tra i principali player europei.
A pesare in modo determinante è stata, e continua a essere, la cimice asiatica (Halyomorpha halys), che ha inciso in maniera devastante sulla qualità e sulla quantità di prodotto commercializzabile. I danni provocati da questo fitofago, soprattutto nelle aree del Nord Italia a forte vocazione pericola, hanno spesso superato soglie economicamente sostenibili, mettendo in crisi intere aziende. A ciò si aggiungono le difficoltà legate alla progressiva riduzione delle sostanze attive disponibili per la difesa, che rende sempre più complessa una gestione efficace del problema.
Il quadro si completa con una crescente instabilità climatica. Gelate primaverili, estati irregolari e precipitazioni concentrate in fasi fenologiche delicate hanno contribuito a ridurre ulteriormente le rese e ad aumentare gli scarti. In questo contesto, il dato sull’export delle pere va letto non come un segnale di forza, ma come la conseguenza di un confronto con un’annata eccezionalmente negativa, che amplifica percentualmente qualsiasi miglioramento, anche minimo, in termini di volumi disponibili.
Il rischio di una lettura superficiale dei dati
Il caso delle pere è emblematico di un rischio più generale: quello di affidarsi alle variazioni percentuali senza considerare le basi di confronto. Un aumento del 30 o del 50% può apparire straordinario, ma perde gran parte del suo significato se i volumi assoluti restano lontani da quelli necessari a garantire competitività , continuità di fornitura e redditività lungo la filiera.
È un aspetto che Fruitimprese stessa ha evidenziato, sottolineando come la crescita dell’export pericolo non debba trarre in inganno. Il comparto resta fragile, con una produzione che ha ormai raggiunto livelli storicamente bassi e che continua a essere esposta a rischi fitosanitari e climatici difficilmente gestibili nel breve periodo.

Quando il dato non è un’illusione: i comparti che stanno davvero trainando l’export
Se nel caso delle pere la crescita dell’export va letta con cautela, perché legata a un confronto con un’annata eccezionalmente negativa, lo stesso ragionamento non può essere esteso al resto dell’ortofrutta italiana. I dati complessivi dei primi nove mesi del 2025 raccontano infatti una dinamica ben diversa, più solida e coerente con un rafforzamento reale delle esportazioni.
Nel periodo gennaio-settembre, l’export ortofrutticolo italiano è cresciuto del 7,8% in volume e del 13,2% in valore, un andamento che non deriva da rimbalzi statistici ma dal contributo concreto di alcuni comparti che stanno consolidando il proprio ruolo sui mercati esteri. È il caso della frutta fresca nel suo complesso, che mostra un aumento a doppia cifra sia in quantità sia in valore, segnale di una domanda stabile e di una buona capacità del sistema produttivo di intercettarla.
Tra i protagonisti di questa fase spiccano innanzitutto mele e kiwi, che continuano a rappresentare il fulcro dell’export frutticolo italiano. Le mele confermano una presenza internazionale strutturata, sostenuta da volumi consistenti e da una buona tenuta dei prezzi, mentre i kiwi – in particolare le varietà a polpa gialla e rossa – mostrano una crescita ancora più marcata in valore, a testimonianza di una strategia orientata non solo ai volumi ma anche al posizionamento.
Un contributo significativo arriva anche dagli agrumi, con i limoni in prima linea. In questo caso la crescita dell’export riflette un contesto produttivo e commerciale favorevole, legato sia a una domanda internazionale vivace sia alle difficoltà produttive di alcuni Paesi concorrenti. Qui i numeri non amplificano una debolezza, ma fotografano un comparto che, almeno nel breve periodo, sta sfruttando con efficacia le opportunità di mercato.
Le pere come eccezione, non come regola
Il dato sulle pere va quindi interpretato per quello che è: una crescita legata al confronto con un’annata estremamente negativa e non il segnale di un recupero strutturale del comparto. I volumi restano lontani dai livelli storici e la produzione continua a essere condizionata da criticità fitosanitarie e produttive che ne limitano la reale capacità competitiva sui mercati esteri.
Diversa è la situazione per altri comparti dell’ortofrutta italiana. Mele, kiwi e agrumi stanno sostenendo l’export con dinamiche più solide, fondate su disponibilità di prodotto, continuità di fornitura e su una domanda internazionale che, almeno nel 2025, si mantiene favorevole. In questi casi la crescita dell’export riflette un rafforzamento reale delle posizioni commerciali e non un semplice rimbalzo statistico.
Il quadro complessivo dell’export ortofrutticolo italiano è quindi positivo, ma disomogeneo. Accanto a filiere che stanno trainando la bilancia commerciale, permangono comparti strutturalmente fragili, come quello pericolo, per i quali i dati di crescita vanno letti con attenzione. È su questa distinzione che si gioca la corretta interpretazione dei numeri del 2025.
Donato Liberto
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