Cancro batterico del kiwi: stato dell’arte e prospettive

Dalla diffusione esplosiva degli anni Duemila ai più recenti progressi nella difesa, la batteriosi da Pseudomonas syringae pv. actinidiae continua a rappresentare una sfida cruciale per la coltivazione dell’actinidia in Italia e nel mondo

da Ilaria De Marinis
cancro batterico del kiwi (1)

Introdotta in Italia agli inizi del 1900 l’actinidia è stata per anni considerata più che altro una curiosità botanica e i tentativi di una sua coltivazione in diversi areali sono rimasti sporadici. Tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80 del secolo scorso è iniziato un periodo di rapida crescita delle superfici investite a kiwi, principalmente della varietà Hayward. Per alcuni decenni l’avversità più importante per il kiwi in Italia è stata rappresentata dal freddo invernale o dai ritorni di freddo primaverili che in alcune annate hanno compromesso la sopravvivenza delle piante o la loro produzione, in particolar modo nel nord del Paese. Dal punto di vista delle avversità biotiche, si è invece assistito a una lunga “luna di miele” tra il kiwi e le malattie e questo ha contribuito a crearne l’immagine di un frutto relativamente facile da coltivare e nel contempo salubre, non soggetto a particolari trattamenti fitosanitari. In assenza di specifiche problematiche, e con sistemi colturali non troppo intensivi, il kiwi ha dimostrato di poter essere una pianta piuttosto longeva. A partire dal 2008, per il kiwi italiano è iniziata una sorta di “tempesta perfetta” che ha visto l’arrivo, oltre che del cancro batterico, anche della moria e di forti infestazioni di cimice asiatica. 

Cancro batterico dell’actinidia

La prima segnalazione di questa temibile batteriosi su Actinidia spp. è avvenuta in Giappone nel 1989. In Italia è stata individuata per la prima volta nel 1992 associata a danni non rilevanti. Successivamente la malattia è ricomparsa nel 2007-2008 (nel Lazio) manifestando una maggiore virulenza e aggressività, soprattutto verso piante giovani, e si è rapidamente diffusa in tutti i principali areali di coltivazione. Con estrema rapidità la malattia si è diffusa anche all’Estero in tutti i principali areali di produzione causando notevoli danni. È stata segnalata in Europa (Italia-Francia-Spagna-Portogallo-Svizzera); Turchia; Asia (Cina-Giappone-Corea); Oceania (Nuova Zelanda e Australia); America del Sud (Cile). Per cercare di contenere i danni e la diffusione del cancro batterico sono state emanate specifiche misure di emergenza che hanno coinvolto soprattutto la filiera di produzione vivaistica e hanno fornito indicazioni sull’applicazione delle misure più idonee per la prevenzione. Inizialmente fu emanato dal MPAAF il DM 07/02/2011, poi abrogato e sostituito dal DM 20/12/2013 “Misure per impedire l’introduzione e la diffusione di Pseudomonas syringae pv. Actinidiae Takikawa, Serizawa, Ichikawa, Tsuyumu & Goto nel territorio della Repubblica italiana” che ha recepito anche la Decisione 2017/198/UE.

Eziologia ed epidemiologia

L’agente causale del cancro batterico è Pseudomonas syringae pv. Actinidiae (Psa) e le specie del genere Actinidia sono le uniche specie di piante ospiti coltivate conosciute. In particolare, A. chinensis e le cultivar Hort16A e Jintao sono state particolarmente colpite anche se nel periodo di maggior virulenza epidemica anche le cultivar a polpa verde (A. deliciosa) hanno subito forti danni. Le popolazioni di Psa mostrano variabilità genetica e sono conosciute 5 diverse biovar (varianti biologiche), caratterizzate da diversa virulenza. In Europa, Psa è attualmente incluso nella lista A2 dell’Organizzazione Europea e Mediterranea per la Protezione delle Piante (EPPO) dei parassiti “raccomandati per la regolamentazione come parassiti da quarantena”.

Le infezioni primarie si sviluppano in un lungo periodo che va dall’autunno alla primavera, quando il patogeno è molto attivo, le difese della pianta sono basse e le condizioni climatiche sono ideali: umidità elevata, piogge frequenti e optimum di temperatura compreso tra 10 e 25 °C. Il batterio sopravvive in una prima fase come epifita, successivamente entra all’interno della pianta sfruttando agevolmente qualsiasi apertura offerta dalla pianta: lenticelle, stomi o fiori femminili oppure attraverso ferite naturali (distacco dei frutti o filloptosi) o artificiali (potature, danni da gelo o grandine). All’interno della pianta l’infezione si sviluppa e si diffonde rapidamente, nei tessuti interni, raggiungendo anche il sistema vascolare. Con il proseguimento della stagione, l’aumento delle temperature e il miglioramento delle condizioni climatiche favoriscono lo sviluppo della vegetazione e rafforzano il sistema di autodifesa delle piante: durante il periodo estivo il patogeno entra dunque in una fase stazionaria di latenza, in attesa che si ripetano condizioni più favorevoli allo sviluppo. 

Sintomatologia del cancro batterico del kiwi

I sintomi più evidenti e particolarmente gravi si manifestano a fine inverno-inizio primavera, a carico del fusto, dei cordoni principali e dei tralci con fessurazioni della corteccia e cancri che spurgano essudato lattiginoso che può virare al rosso scuro (Fig. 2).

Fig. 2. Tipico essudato rosso scuro emesso da piante colpite da cancro batterico

Tipico essudato rosso scuro emesso da piante colpite da PSA

I tralci colpiti possono afflosciarsi rapidamente e disseccare parzialmente o coinvolgendo anche intere porzioni di pianta (si veda l’immagine di apertura). Altri sintomi evidenti sono l’imbrunimento dei fiori con conseguente cascola e necrosi fogliari di forma poligonale e colore scuro, contornate da un alone giallastro (Fig. 4).

Spot fogliari dovuti a Psa, più tipici nel periodo estivo

Le necrosi a carico delle foglie sono sintomi comuni con altre batteriosi dell’actinidia, che solitamente non arrecano danni alla produzione.

Gestione e difesa

La corretta gestione agronomica, con la disinfezione degli attrezzi di potatura, la rimozione delle piante o di parti di pianta sintomatiche continuano a essere alla base di una gestione integrata della batteriosi che prevede anche la copertura delle ferite di potatura mediante trattamenti a base di sali di rame. Il rame, nelle sue diverse formulazioni, rimane uno dei prodotti cardini nella prevenzione di Psa anche considerata la revoca nel 2024 dell’Acibenzolar- S- metile (BION) che potrà essere impiegato nei primi mesi del 2025 solo per l’esaurimento di eventuali scorte aziendali. In questo contesto, i composti a base di chitosano e gli induttori di resistenza possono anche essere integrati nelle strategie di controllo. Il controllo biologico mediante agenti di biocontrollo (BCA) è un metodo promettente per ridurre l’infezione da Psa, specialmente durante la fioritura quando altri composti non sono consentiti o possono causare problemi di fitotossicità. 

Evoluzione dell’epidemia

A soli due anni dalla comparsa della malattia in Italia, si stimava una perdita di 60 milioni di euro e, durante il periodo 2010-2012, più di 2000 ettari di frutteti di kiwi sono stati distrutti o gravemente danneggiati dal batterio nella sola provincia di Latina. Inoltre, negli stessi anni, in via preventiva, sono state eliminate milioni di piante dalla filiera di produzione vivaistica in quanto sintomatiche o attigue alle sintomatiche. Similmente ad altre patologie di origine batterica (es. Erwinia spp.), anche in questo caso, dopo una fase iniziale particolarmente aggressiva, si è assistito a un’attenuazione della “virulenza” del patogeno e questo elemento, unitamente al miglioramento delle tecniche di difesa fitosanitaria, alla sostituzione delle cultivar più suscettibili e all’incremento delle superfici coperte da teli antipioggia, ha determinato una nuova fase di “convivenza” con il patogeno. Negli ultimi anni, a livello nazionale, si segnalano talvolta danni economici, ma di entità abbastanza contenuta.

Conclusioni

La coltivazione dell’actinidia si trova in una fase cruciale: da un lato ci sono interessanti prospettive di mercato, soprattutto per le cultivar a polpa gialla e rossa, dall’altro ci sono notevoli incognite legate alle problematiche fitosanitarie esistenti, in primis la moria. La coltura richiede attualmente forte professionalità per riuscire a gestire al meglio l’elevato investimento economico, le strutture, la sensoristica e tutti i fattori di produzione, tra cui soprattutto l’irrigazione, indispensabili per ottenere produzioni elevate, costanti e di qualità. Nel corso degli anni la batteriosi provocata da Psa ha ridotto la propria virulenza e sembra ora possibile una fase di gestione e convivenza con il patogeno soprattutto per le cultivar a polpa verde, mentre è da valutare sulle moderne cultivar a polpa gialla e rossa.

Rispetto alla moria, l’approccio non può che essere preventivo e multifattoriale: devono essere applicate tutte le buone pratiche agronomiche, soprattutto baulature, corretta gestione dell’irrigazione, impiego di reti o teli antipioggia. Tuttavia, specialmente in talune condizioni, appare decisivo l’impiego di portinnesti tolleranti. A questo riguardo le prime indicazioni sono molto promettenti: in alcuni impianti gravemente colpiti e dove le fallanze sono state rimpiazzate con piante innestate, la problematica sembra risolta e appaiono incrementati l’attività fotosintetica e l’assorbimento degli elementi nutritivi. È necessaria comunque un’ulteriore attività di sperimentazione mirata per approfondire, oltre alle combinazioni di innesto migliori, anche altri aspetti quali: sviluppo ed efficienza di assorbimento dell’apparato radicale, affinità e longevità della combinazione, produttività e caratteristiche organolettiche del prodotto ottenuto. Per molti di questi aspetti, sarebbe importante un coordinamento a livello nazionale per consentire di effettuare sperimentazioni secondo protocolli comuni in maniera contemporanea e in diversi ambienti di coltivazione, sulla falsariga di quello che in passato furono i progetti “liste varietali”.

Altre strade promettenti comportano l’impiego di agenti di biocontrollo e la biofumigazione, ma vanno indagate meglio, soprattutto per la loro applicabilità al contesto specifico. Non vanno infine trascurate anche altre problematiche legate ad esempio a marciumi che possono insorgere in frigoconservazione. A questo proposito sarebbero in ultimo necessarie ricerche volte a definirne meglio gli aspetti epidemiologici e a mettere a punto strategie preventive e sostenibili. 

 

A cura di: Paolo Ermacora, Simone Saro, Dipartimento di Scienze Agroalimentari, Ambientali e Animali, Università degli Studi di Udine – ERSA Agenzia Regionale per lo Sviluppo Rurale, Regione Friuli Venezia Giulia
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