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Martedì 23 luglio 2025, il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge Coltiva Italia, un provvedimento collegato alla prossima legge di bilancio che mette sul piatto un miliardo di euro in tre anni per l’agricoltura italiana. Il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf), guidato da Francesco Lollobrigida, lo ha definito “il più importante stanziamento pubblico nazionale nel settore agricolo dagli anni Settanta“, facendo riferimento al piano agrario nazionale del 1977.
Il finanziamento, articolato su base triennale (2026-2028), prevede risorse esclusivamente nazionali, pari a circa 333 milioni di euro all’anno, e non proviene quindi da fondi europei o cofinanziamenti della Politica Agricola Comune (PAC). Una scelta che, al di là della portata economica, ha un valore politico e simbolico rilevante, in quanto afferma la volontà del governo di sviluppare una strategia autonoma di rilancio del settore primario.
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Coltiva Italia e i tre pilastri dell’investimento
Il piano individua tre settori “prioritari” ai quali destinare le risorse. Il primo è quello olivicolo, uno dei più fragili del panorama agricolo nazionale. Le superfici coltivate a olivo in Italia ammontano a circa 1,1 milioni di ettari (dati Istat), ma la resa media è nettamente inferiore rispetto a Spagna e Grecia. Il settore è stato duramente colpito negli ultimi anni dalla diffusione di Xylella fastidiosa, soprattutto in Puglia, e dagli effetti del cambiamento climatico, con gelate tardive, siccità e attacchi parassitari più frequenti. La competitività è messa a dura prova anche dalla concorrenza di oli d’oliva esteri venduti a prezzi inferiori. Coltiva Italia mira a sostenere il rinnovo degli impianti, l’introduzione di varietà più resilienti e la riconversione delle zone colpite da fitopatie.
Il secondo è rappresentato dalla produzione di cereali e proteine vegetali. Il focus riguarda in particolare la soia, le leguminose da granella (come favino, pisello proteico, veccia) e il grano duro, alla base della produzione di pasta. L’obiettivo dichiarato è rafforzare l’autosufficienza nella produzione di proteine vegetali per la mangimistica, settore in cui l’Italia è fortemente dipendente dalle importazioni, soprattutto dal Sudamerica (Brasile, Argentina). Secondo ISMEA, il deficit proteico nazionale supera il 60% del fabbisogno. Il piano intende incentivare le rotazioni colturali e l’impiego di tecniche conservative, anche in chiave di sostenibilità ambientale e fertilità del suolo.
In ultimo, spazio alla zootecnia. L’operazione include sia gli allevamenti intensivi che quelli estensivi, con l’intento di migliorare la sostenibilità ambientale, il benessere animale e l’innovazione tecnologica (stalle digitali, precision livestock farming). Tuttavia, non sono ancora chiari i criteri con cui verranno ripartite le risorse tra le diverse tipologie di allevamento né le modalità con cui si intende intervenire sul fronte delle emissioni (la zootecnia è responsabile di oltre il 7% delle emissioni italiane di gas serra, secondo ISPRA).
Le risorse dovrebbero essere distribuite in modo paritario, ma i decreti attuativi dovranno stabilire le quote effettive e i requisiti per l’accesso ai fondi.

Coltiva Italia: strategia agricola o contenitore vuoto?
Secondo le parole del ministro Lollobrigida, Coltiva Italia rappresenta “la base per una politica agricola di lungo termine”, orientata alla sovranità alimentare – concetto rilanciato in chiave nazionale dal governo Meloni. Tuttavia, al momento, il testo è ancora estremamente generico. Mancano riferimenti chiari a:
- criteri di accesso ai contributi (dimensione aziendale, ubicazione, standard ambientali);
- meccanismi di valutazione e controllo degli esiti;
- priorità trasversali come agricoltura biologica, pari opportunità di genere o coinvolgimento dei giovani agricoltori.
Il rischio è che il piano resti un contenitore di buone intenzioni, privo però di strumenti operativi per trasformare gli obiettivi in risultati misurabili.
Una risposta politica alla crisi agricola?
Il contesto non è secondario. Coltiva Italia arriva in un momento segnato da malcontento diffuso tra gli agricoltori europei: proteste in Germania, Francia, Paesi Bassi, tensioni anche in Italia, dove gli effetti del clima estremo, della volatilità dei mercati, dei costi di produzione crescenti e delle pressioni normative ambientali si fanno sentire soprattutto sulle aziende medio-piccole.
In questo scenario, il piano appare anche come una risposta politica a un settore cruciale sul piano elettorale, che ha espresso richieste di tutela e protezione più incisive.
Tuttavia, secondo alcune analisi indipendenti (es. Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, Terra!), non si affrontano i nodi strutturali del sistema agricolo italiano: in primis, la frammentazione aziendale, il lavoro irregolare, e la concentrazione dei sussidi in capo a poche grandi imprese.
I prossimi passi
Il disegno di legge è ora all’esame delle Commissioni parlamentari, che potranno emendare o integrare il testo. L’iter sarà seguito da vicino dalle associazioni di categoria e dalle Regioni, le quali gestiscono gran parte delle misure agricole attraverso i PSR (Programmi di Sviluppo Rurale).
Il cronoprogramma del governo prevede l’inserimento dei primi fondi nella legge di bilancio 2026, con entrata in vigore a gennaio. L’Esecutivo ha chiesto un iter parlamentare accelerato, richiamando l’urgenza della misura.
Le reazioni: cauta soddisfazione
L’annuncio di Coltiva Italia è stato accolto con favore dalle principali organizzazioni agricole, ma anche con un certo grado di prudenza. In prima fila Coldiretti, che ha definito il piano un passo importante per il rafforzamento del Made in Italy agricolo, sottolineando però l’urgenza di trasformare l’impegno economico in interventi concreti, capaci di incidere davvero sulla vita delle imprese.
Più tecnica la posizione di Confagricoltura, che ha apprezzato l’investimento, ma ha subito richiamato l’attenzione su due nodi storici del settore: la burocrazia e i tempi di attuazione. Senza una semplificazione delle procedure e una macchina amministrativa più snella, il rischio è che anche un piano ambizioso come questo si perda in lungaggini e ritardi.
Anche Cia-Agricoltori Italiani ha espresso un giudizio positivo di massima, chiedendo però che le risorse non si limitino a sostenere le filiere produttive tradizionali, ma contribuiscano anche a contrastare lo spopolamento delle aree interne e a favorire l’imprenditoria giovanile, due sfide cruciali per la tenuta sociale ed economica dell’agricoltura.
Più critiche, invece, alcune voci indipendenti del settore, che hanno evidenziato come il disegno di legge non tocchi ancora temi strutturali come la precarietà del lavoro agricolo o la disparità nell’assegnazione dei sussidi, che storicamente tendono a favorire le aziende più grandi e organizzate, a discapito di quelle piccole o marginali.
In sintesi, c’è fiducia nel potenziale del piano, ma anche la consapevolezza che senza regole chiare, meccanismi di controllo efficaci e un vero cambio di passo nella governance agricola, il miliardo di Coltiva Italia rischia di rimanere una promessa incompiuta.
L’ambizione di rilanciare il settore primario attraverso un investimento nazionale è degna di nota, ma serviranno trasparenza, equità, monitoraggio e visione strategica per trasformarla in una riforma strutturale. Le prossime settimane in Parlamento saranno decisive per capire se il piano resterà una cornice o diventerà davvero un motore di cambiamento.
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Ilaria De Marinis
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