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Nell’estate torrida del 2024, tra i filari di aranci della Sicilia orientale è arrivato un nuovo ospite, non invitato e decisamente poco gradito: si chiama Eutetranychus orientalis, noto anche come ragnetto rosso orientale o acaro bruno degli agrumi. È un piccolo acaro fitofago, invisibile a occhio nudo, ma con un potenziale di disturbo interessante per chi si occupa della salute degli agrumeti. Originario del Medio Oriente, Eutetranychus orientalis è già presente da tempo in numerosi Paesi del Mediterraneo, dalla Spagna alla Grecia, fino all’Egitto e alla Turchia. In Italia, la sua presenza è stata confermata per la prima volta grazie a uno studio condotto da un gruppo di ricerca siciliano e pubblicato nel 2025 sull’EPPO. A guidarlo, il professore Giuseppe Massimino Cocuzza, associato di Entomologia generale e applicata presso l’Università di Catania che, già in seguito alla prima segnalazione, aveva chiarito sulle nostre pagine natura e pericolosità dell’acaro.Â
- Leggi qui: Acaro degli agrumi: un po’ di chiarezza
Come riconoscere il ragnetto rosso orientale
Il primo rinvenimento in Sicilia è avvenuto in un aranceto del comune di Motta Sant’Anastasia (Catania), in seguito alla segnalazione del proprietario il 28 agosto 2024 al Servizio Fitosanitario Regionale – Osservatorio per le Malattie delle Piante, sede di Acireale. Nei giorni successivi, il fitofago è stato individuato nelle province di Catania, Messina e Siracusa, a seguito delle segnalazioni di diversi produttori preoccupati per un’anomala presenza di acari sulle foglie degli agrumi. I sintomi ricordavano quelli del ben più noto Panonychus citri, il ragnetto rosso degli agrumi, ma l’analisi morfologica ha raccontato un’altra storia.
Utilizzando microscopi ottici ad alta risoluzione, i ricercatori hanno esaminato i campioni raccolti in campo, osservando caratteristiche specifiche: una sola seta su coxa II, setole dorsali corte e subspatolate, uova discoidali di colore giallo-verde, e una colorazione degli adulti che varia dal marrone-arancio al verde-bruno.
L’identificazione è avvenuta in maniera rigorosa su più esemplari maschili e femminili, confrontando la morfologia con le descrizioni presenti nella letteratura specialistica.
I danni del ragnetto rosso orientale sugli agrumi
Pur essendo un fitofago, E. orientalis non è un devastatore. Si nutre principalmente sulla superficie superiore delle foglie, lasciando tracce evidenti: piccole punteggiature chiare, disidratazione e talvolta scolorimento, soprattutto nelle parti più esposte al sole.
I danni diretti ai frutti sono più rari e limitati: qualche area decolorata, un effetto lievemente argentato sulla buccia, in particolare sui frutti ancora verdi. Sulle piante giovani, però, un’infestazione intensa può ridurre la vigoria e rallentare la crescita.
La vera difficoltà , però, sta nel distinguerlo dagli altri acari che possono infestare gli agrumi: i sintomi possono sovrapporsi, e non sempre l’occhio esperto basta. Per questo il monitoraggio e la corretta identificazione sono fondamentali.

Sintomi di infestazione da Eutetranychus orientalis su giovani arance.
Come distinguerlo da Panonychus citri e Tetranychus urticae
A un primo sguardo, le foglie colpite da E. orientalis possono trarre in inganno: i sintomi – puntinature, ingiallimenti, decolorazioni – sono molto simili a quelli causati da Panonychus citri, il cosiddetto ragnetto rosso degli agrumi. E proprio questo ha portato inizialmente a diagnosi sbagliate da parte di alcuni agricoltori.
Ma ci sono differenze, e non da poco. P. citri si presenta di colore rosso scuro o porpora, con adulti dotati di evidenti tubercoli dorsali. Le sue uova sono sferiche, rosse o purpuree, con un sottile stelo che sporge verso l’alto. E. orientalis, invece, ha un colore più tenue – marrone arancio o verde brunastro – con tubercoli poco pronunciati e uova più piatte, discoidali, di colore giallo o verde. Anche la forma dei maschi è diversa: quelli di E. orientalis sono più piccoli, slanciati, con zampe lunghe circa una volta e mezza il corpo, mentre in P. citri le proporzioni sono più compatte.
Ancora più marcata la differenza rispetto a Tetranychus urticae, l’acaro a due macchie. Questo predilige la parte inferiore delle foglie, dove crea fitte ragnatele (da cui il nome ragnetto), su cui depone le uova. Le lesioni da alimentazione si manifestano come piccole aree clorotiche, mentre E. orientalis agisce sulla pagina superiore, lasciando un velo più uniforme di decolorazione.
Infine, il comportamento. T. urticae tesse abbondante seta e colonizza rapidamente la vegetazione, mentre E. orientalis è meno appariscente, non produce molte ragnatele e concentra la sua attività sulle nervature fogliari principali.
Queste differenze, sebbene sottili, sono fondamentali per evitare errori diagnostici e trattamenti sbagliati.
Trattare o non trattare?
Una delle lezioni più chiare che emergono dallo studio è che la risposta più comune – l’uso immediato di agrofarmaci – non è sempre la più efficace. In Australia, per esempio, si è osservato che l’uso eccessivo di prodotti di sintesi ha favorito proprio la diffusione di E. orientalis, eliminando i suoi nemici naturali.
In condizioni normali, infatti, questo acaro è ben tollerato negli agrumeti grazie alla presenza di predatori naturali: acari fitoseidi, coccinelle, crisopidi e tisanotteri, che si nutrono delle sue uova e delle forme giovanili. L’equilibrio si mantiene finché non lo si rompe con interventi eccessivi o intempestivi.
Il consiglio dei ricercatori è chiaro: prima di intervenire, valutare con attenzione l’effettivo livello di infestazione e il potenziale impatto sulla produzione. E, se si deve intervenire, farlo con criteri di difesa integrata.
Guardare avanti
La comparsa di Eutetranychus orientalis in Sicilia rappresenta più un banco di prova per il sistema di monitoraggio che una minaccia imminente. I ricercatori prevedono nei prossimi mesi un’attività di sorveglianza più strutturata, utile a comprendere l’eventuale espansione del mite in altre zone e il suo comportamento su cultivar diverse, in particolare le varietà a maturazione tardiva come le arance rosse.
Il caso siciliano, infine, suggerisce la necessità di disporre di strumenti diagnostici semplici, protocolli condivisi per il riconoscimento precoce e una rete informativa efficace tra tecnici, agricoltori e istituzioni. Non per allarmarsi, ma per essere preparati.
Ilaria De Marinis
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