Indice
- Kiwi in Italia e nel mondo: un mercato in mano a pochi
- Cina: la locomotiva verde
- La produzione di kiwi in Italia: tra crisi climatica e rilancio
- Nuova Zelanda: meno quantità, più qualità
- Grecia: la sorpresa mediterranea
- Iran: un gigante regionale con ambizioni globali
- Cile e Turchia: stabilità contro espansione
- Gli altri
- Conclusioni
C’è stato un tempo in cui il kiwi in Italia e nel mondo era considerato solo un frutto esotico, raro e strano, più simile a un’affascinante novità che a qualcosa di familiare sulla tavola. Eppure oggi è diventato un simbolo dell’agricoltura globale moderna: nutriente, versatile, resiliente e redditizio.
Originario delle valli umide della Cina centrale, il kiwi – o più precisamente l’Actinidia deliciosa – ha compiuto un viaggio sorprendente. Trasformato in coltura commerciale in Nuova Zelanda a partire dagli anni ’40, ha fatto il suo ingresso trionfale nel mercato mondiale negli anni ’70 grazie alla cultivar Hayward. Da lì, una vera e propria rivoluzione verde: dalla Nuova Zelanda all’Italia, passando per la Grecia, l’Iran, il Cile e ora di nuovo in Cina, che è tornata a rivestire il ruolo di leader mondiale.
Il kiwi, dunque, ha smesso da tempo di essere un frutto “di nicchia”. Con oltre 4,5 milioni di tonnellate prodotte nel mondo nel 2023, il comparto ha assunto una rilevanza strategica per molte economie agricole. Ma la posta in gioco è ancora più alta: effetti dei cambiamenti climatici, logiche di export, evoluzione del gusto e competitività sul prezzo stanno ridefinendo le gerarchie del mondo del kiwi.
In questo contesto, lo studio firmato da Ersin Karakaya e Ahmet Semih Uzundumlu pubblicato su Applied Fruit Science offre una delle più complete analisi previsionali della produzione di kiwi dal 1983 al 2027, basata su modelli ARIMA e su decine di indicatori economici e agronomici. Il risultato? Un affresco preciso e sorprendente, che aiuta a capire non solo chi produce più kiwi, ma soprattutto come, dove e perché.
Kiwi in Italia e nel mondo: un mercato in mano a pochi
Un primo dato interessante riguarda il mercato globale del kiwi che risulta fortemente compatto, concentrato. A certificarlo – come riporta lo studio – è l’indice Herfindahl-Hirschman (HHI), il principale indicatore per misurare il livello di concorrenza in un comparto. Stando all’analisi degli esperti, il mercato del kiwi si colloca stabilmente nel territorio dell’oligopolio: dal 1983 al 2027, infatti, l’HHI oscilla tra 0,17 e 0,31 – valori ben lontani dalla concorrenza perfetta. In altri termini? Un piccolo gruppo di Paesi guida il gioco, e lo fa con continuità, ma anche con rimescolamenti interni degni di un risiko tropicale.
Nel tempo, infatti, la geografia del potere ha vissuto una serie di cambiamenti: se negli anni ’80 il kiwi parlava con accento neozelandese e italiano, oggi è la Cina a dettare le regole, forte di una quota prevista del 52% nel 2027. Ma ciò che impressiona non è solo il dato grezzo: è il fatto che, da quarant’anni, le prime cinque posizioni della classifica coprono circa il 90% della produzione mondiale. Nessun altro frutto tropicale – banana, mango, avocado – mostra una simile rigidità ai vertici.
Un dettaglio interessante riguarda poi la dinamica interna di questo club ristretto: il ranking non è statico, ma si aggiorna in base a shock climatici, investimenti mirati o nuovi accordi commerciali. Ad esempio, la Francia, che figurava tra i primi Paesi produttori negli anni ’80, oggi è uscita dal gruppo di testa. All’opposto, paesi come l’Iran o la Grecia, che avevano un ruolo marginale fino agli anni 2000, sono oggi stabilmente tra i “big five”. Questo dimostra che, pur essendo oligopolistico, il mercato del kiwi non è impermeabile al cambiamento, capace com’è di premiare l’efficienza, l’innovazione e l’elasticità agricola.
Infine, va detto che questa struttura di mercato ha implicazioni profonde. In un contesto così concentrato, basta una cattiva annata in due Paesi per far saltare l’equilibrio globale: minori volumi, prezzi in salita, tensioni commerciali. Non a caso, lo studio invita a leggere la fotografia del comparto del kiwi come una cartina tornasole delle disuguaglianze agricole globali: chi ha terra fertile, accesso all’acqua, tecnologia e infrastrutture, comanda. Gli altri? Fanno da comprimari o rincorrono.

Stime sulla produzione di kiwi per il mondo
Cina: la locomotiva verde
Nel mondo del kiwi, la Cina è passata da zero a impero. Letteralmente. Se nel 1983 non figurava nemmeno tra i paesi produttori, oggi è la forza dominante del mercato: oltre 2,36 milioni di tonnellate prodotte nel 2023, con previsioni in crescita costante fino al 2027. Il tutto nel silenzio metodico di una trasformazione agricola tra le più rapide degli ultimi decenni.
Il dato è impressionante non solo per le cifre, ma per la traiettoria: nel 2000 la Cina rappresentava appena lo 0,045% della produzione mondiale; vent’anni dopo, ha superato il 51%. E secondo lo studio di Karakaya e Uzundumlu, tra il 2023 e il 2027 il paese manterrà un tasso medio di crescita annuo superiore al 2%, arrivando a produrre quasi 2,72 milioni di tonnellate nel 2027. Un’ascesa che non mostra segni di rallentamento.
Il segreto di questo successo non sta solo nell’estensione delle superfici coltivate – passate da 80.000 a quasi 200mila ettari in vent’anni – ma in un vero piano strategico nazionale: uso diffuso di fertilizzanti organici, tecniche di agricoltura integrata, gestione delle acque e – soprattutto – ricerca varietale avanzata. La provincia di Shaanxi, per esempio, è diventata un polo d’eccellenza grazie alla collaborazione tra università, centri di ricerca e aziende private. È qui che è stato sviluppato uno dei cloni di kiwi più resistenti e redditizi del mercato cinese.
Altro caso emblematico: la creazione del Shaanxi Bairui Kiwi Research Institute, che ha introdotto nel 2022 una nuova cultivar dal profilo organolettico superiore e dalla resa aumentata del 25%. Obiettivo? Smettere di essere soltanto il “grande produttore” e diventare anche leader della qualità.
C’è però un aspetto che differenzia la Cina dai suoi concorrenti: l’export è sorprendentemente basso. Solo l’1% del kiwi prodotto viene infatti esportato, contro il 30-40% di paesi come Nuova Zelanda o Italia. Ma attenzione: anche qui qualcosa si muove. Secondo i dati ITC, le esportazioni cinesi sono aumentate del 42,5% in valore solo nel 2023, e del 45% in volume. I mercati principali? Russia, Sud-est asiatico, e nuovi ingressi in Asia Centrale.
Un segnale forte è arrivato anche da Zespri, il gigante neozelandese del kiwi: nel 2021 ha ampliato la propria presenza in Cina da 50 a 100 città, consapevole che qui si gioca il futuro dei consumi. E la risposta interna non si è fatta attendere: la Cina ha cominciato a produrre le proprie varietà di kiwi rosso, un tempo dominio esclusivo di Zespri, e a puntare su branding e posizionamento premium.
Il kiwi cinese resta però in gran parte destinato al consumo domestico. Perché? Da un lato per via di un mercato interno gigantesco e in forte espansione (grazie all’urbanizzazione e alla crescente attenzione alla salute), dall’altro per i limiti logistici e qualitativi dell’export, ancora in via di sviluppo. Tuttavia, lo studio evidenzia che l’efficienza produttiva sta crescendo: l’aumento dei prezzi medi di vendita, da 2,20$/kg a 4,29$/kg in vent’anni, ne è la prova. Anche la crescita dell’import – quasi totalmente assorbito da Nuova Zelanda negli anni 2000, oggi diversificato su Cile, Grecia e Italia – racconta di un sistema che si internazionalizza sempre più.
La Cina non è solo l’industria del kiwi, ma sempre più anche il laboratorio e il mercato. Una superpotenza agricola che non si accontenta di produrre di più: vuole produrre meglio, vendere di più, e – perché no – ridefinire i confini del gusto globale.

Stime sulla produzione di kiwi per la Cina
La produzione di kiwi in Italia: tra crisi climatica e rilancio
Ben diverso il contesto nazionale. Per decenni, l’Italia è stata il cuore pulsante della produzione mondiale di kiwi. A partire dagli anni ’80, grazie al clima favorevole, alle innovazioni nella frutticoltura e a un know-how tecnico invidiabile, il nostro Paese si è affermato come uno dei principali protagonisti della scena globale. Nel 1985 deteneva l’11% della produzione mondiale, una cifra che avrebbe superato il 40% nel decennio successivo. Ma come ogni impero, anche quello italiano ha iniziato a perdere terreno.
Oggi l’Italia produce poco meno di 400mila tonnellate annue, e secondo lo studio, nel periodo 2023-2027 non dovrebbe superare le 490mila tonnellate. Il calo è evidente, anche se non drammatico. A pesare sono soprattutto le malattie dell’actinidia, la carenza idrica, e la crescente competizione con paesi più aggressivi sul fronte del prezzo. Il dato più allarmante è la riduzione della superficie coltivata, scesa dell’11,6% rispetto al 2018.
Eppure, non è tutto nero. L’Italia resta uno dei big dell’export, con il 20% delle quantità vendute all’estero e l’incremento del 7,99% del valore dell’export nel solo 2023. Come mai? Semplice: il kiwi italiano, soprattutto nelle sue varietà più recenti e nelle produzioni certificate (come il kiwi giallo o il kiwi bio), continua a essere tra i più richiesti sul mercato europeo e nordamericano. La qualità fa ancora la differenza, e i dati lo confermano: il prezzo medio per chilo nel 2023 è salito del 15% rispetto al 2022, e del 37% rispetto al 2019.
Le destinazioni principali restano Germania, Spagna, Francia, Belgio, USA e Paesi Bassi. Ma attenzione: per mantenere il suo ruolo strategico, l’Italia dovrà puntare ancora di più su innovazione varietale, resistenza climatica e tecniche colturali a basso impatto. Altrimenti rischia di diventare, da leader globale, un produttore di nicchia. E in un mercato sempre più affollato, non è detto che basti.

Stime sulla produzione di kiwi per l’Italia
Nuova Zelanda: meno quantità, più qualità
La patria dell’iconico Hayward non è più prima, ma si è reinventata come campione dell’export di qualità. Nonostante una produzione intorno alle 670mila tonnellate, riesce a generare oltre il 40% delle entrate mondiali da esportazione. Merito anche di Zespri, colosso che esporta kiwi “premium” in più di 100 città cinesi. E la crescita continua: il kiwi rosso è la nuova arma per conquistare i mercati.
La strategia neozelandese è chiarissima: meno volumi, più valore per chilo. I kiwi marchiati Zespri si vendono a prezzi medi superiori rispetto a quelli della concorrenza (circa 4–5$/kg in mercati come Corea o Giappone), grazie a una filiera rigidamente controllata. L’innovazione varietale è un pilastro: accanto al classico verde, oggi dominano le cultivar SunGold e Red, brevettate e vincolate a contratti di coltivazione che garantiscono omogeneità e qualità.
La Nuova Zelanda sta anche puntando su sostenibilità e certificazioni, con l’obiettivo di ridurre del 30% le emissioni nella filiera entro il 2030. L’export resta fondamentale, ma è in corso una diversificazione dei mercati: oltre all’Asia, stanno crescendo quote in Medio Oriente e America Latina. In un contesto climatico sempre più instabile, il vero vantaggio competitivo neozelandese potrebbe essere la capacità di costruire fiducia nel consumatore, più che produrre di più.

Stime sulla produzione di kiwi per la Nuova Zelanda
Grecia: la sorpresa mediterranea

Stime sulla produzione di kiwi per la Grecia
In pochi ci avrebbero scommesso, ma la Grecia è diventata un attore importante. Dal 2010 al 2022 ha registrato un tasso di crescita annuale del +11,17%. Per il periodo 2023–2027, si prevede una media di 347.000 tonnellate, con un export che supera il 57% della produzione. on destinazioni in tutta Europa, la Grecia sta costruendo un ruolo stabile e strategico.
Secondo lo studio, uno dei punti di forza del modello greco è la stagionalità favorevole, che consente ai produttori ellenici di arrivare sul mercato prima di Italia e Cile. Le regioni trainanti sono soprattutto Macedonia Centrale e Tessaglia, dove l’adozione di tecniche agronomiche moderne ha fatto crescere la resa per ettaro. Inoltre, la crescita delle certificazioni di qualità (BIO, GlobalGAP) ha aumentato l’attrattività del kiwi greco nei mercati del Nord Europa. Il paese ha saputo coordinare l’offerta attraverso consorzi e cooperative, migliorando la capacità contrattuale e logistica. Se saprà mantenere questi standard, potrebbe presto insidiare le posizioni di vertice.
Iran: un gigante regionale con ambizioni globali

Stime sulla produzione di kiwi per l’Iran
L’Iran ha fatto passi da gigante: da 4 tonnellate nel 1991 a oltre 295.000 nel 2023. È uno dei pochi paesi dove produzione e export crescono in parallelo. Le stime parlano di 344.000 tonnellate entro il 2027. I suoi mercati? Asia centrale, Russia, Emirati, e Caucaso. Il potenziale è enorme, ma serve un salto in standard qualitativi.
Il kiwi iraniano è coltivato principalmente nel nord del paese, tra le province di Gilan e Mazandaran, dove le condizioni pedoclimatiche sono ideali. Tuttavia, le sfide non mancano: infrastrutture post-raccolta carenti, filiere frammentate e una scarsa presenza nei mercati ad alto valore aggiunto limitano l’espansione. Le esportazioni si concentrano su paesi geograficamente vicini, dove il prezzo è il fattore dominante. Per emergere a livello globale, l’Iran dovrà investire in tracciabilità, branding e standard sanitari internazionali, elementi oggi ancora marginali. Ma con oltre 300.000 tonnellate in prospettiva, resta una delle sorprese più solide dello scenario.

Stime sulla produzione di kiwi per Cile e Turchia
Cile e Turchia: stabilità contro espansione
Il Cile è il “vecchio saggio” del kiwi sudamericano. Ha toccato il picco nel 2012 (281.000 tonnellate), ma oggi oscilla intorno ai 115.000. Mantiene però una buona fetta di export (7%), specialmente verso Stati Uniti e Brasile.
Il modello cileno punta su efficienza logistica e relazioni consolidate con i buyer dell’America Latina e del Nord America. Tuttavia, la produzione è in leggero calo e la superficie coltivata è diminuita del 23% rispetto al 2017, segno di una fase di maturità o possibile disinvestimento. La stabilità rimane, ma senza un’iniezione di innovazione varietale o investimenti, il rischio è una marginalizzazione lenta.
La Turchia, invece, è la rivelazione recente. Nel 1994 coltivava kiwi su 10 ettari. Oggi ne produce più di 90.000 tonnellate, con previsioni che superano le 113.000 nel 2027. Boom di superfici (+43% nel 2023) e export in espansione, anche grazie alla domanda russa e mediorientale.
Secondo i dati TURKSTAT, la crescita turca è trainata soprattutto dalla regione del Mar Nero e dalla provincia di Yalova, dove si concentrano i maggiori produttori. Il paese ha beneficiato di incentivi statali e di una forte domanda interna, che assorbe oltre il 75% della produzione. Tuttavia, l’export sta accelerando: nel 2023 la Turchia ha esportato kiwi verso più di dieci mercati, tra cui Romania, Ucraina e Libia. Il potenziale c’è, ma serviranno standard qualitativi più elevati per competere con i big europei.
Gli altri
Paesi come Portogallo, Israele, Corea e Spagna non guidano le classifiche, ma rappresentano un potenziale non trascurabile. Anche se la quota complessiva degli “altri” è scesa dal 37% del 1983 al 4% nel 2023, alcune economie emergenti potrebbero invertire la rotta, sfruttando nicchie di qualità o stagionalità differenziata.
Il Portogallo, ad esempio, ha incrementato del 33% le superfici coltivate tra il 2017 e il 2023, con particolare dinamismo nel nord del paese. Israele, invece, punta su varietà brevettate ad alto valore aggiunto e su un modello fortemente orientato all’export verso l’Asia. In Corea, il kiwi è diventato una coltura strategica per sostituire frutti meno redditizi, mentre la Spagna, pur non brillando per volumi, ha un comparto in forte espansione in Galizia e Asturie. Secondo lo studio, questa fascia “intermedia” potrebbe offrire freschezza stagionale e varietà specializzate in contesti di mercato sempre più segmentati.

Stime sulla produzione di kiwi per altri Paesi
Conclusioni
Lo studio non lascia dubbi: il futuro del kiwi sarà deciso dall’efficienza agronomica, dall’adattamento climatico e dalla capacità di differenziarsi nel mercato globale. I paesi che investiranno in varietà resistenti, irrigazione intelligente e strategie commerciali mirate saranno quelli che guideranno il settore nel prossimo decennio. La produzione mondiale è attesa in crescita, fino a 5,12 milioni di tonnellate nel 2027, con un aumento del +13% rispetto al 2022.
Ma dietro i numeri, c’è una storia molto più ampia: quella di un frutto che da coltura di nicchia è diventato un simbolo della globalizzazione agricola, della competizione geopolitica e dell’innovazione. Nato in Cina, consacrato in Nuova Zelanda, esploso in Europa, reinventato in Iran e Turchia, il kiwi ha attraversato il mondo seguendo le traiettorie del cambiamento. È un prodotto agricolo, sì. Ma anche un termometro di sviluppo rurale, cooperazione, logistica e diplomazia commerciale. E forse proprio per questo, parlare di kiwi oggi significa parlare di futuro: chi saprà adattarsi – climaticamente, tecnologicamente, e strategicamente – non sarà solo produttore. Sarà leader.
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Ilaria De Marinis
©fruitjournal.com