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Nel panorama agricolo italiano, il peperone (Capsicum annuum L.) occupa un ruolo di primaria importanza sia dal punto di vista economico che agroalimentare. Apprezzata sia per il mercato fresco, sia per l’industria conserviera, la coltura si distingue per l’ampia varietà di forme, colori e sapori. Tuttavia, dietro questa ricchezza si cela una minaccia fitosanitaria spesso sottovalutata, ma potenzialmente dannosa: la cancrena pedale del peperone.
Conosciuta anche come marciume del colletto o Phytophthora root and crown rot, questa fitopatia è causata principalmente dall’oomicete Phytophthora capsici, un microrganismo parassita che si insedia nel suolo e attacca la pianta alla base, compromettendone irrimediabilmente la vitalità. La sua insidiosità risiede nella rapidità con cui può diffondersi in campo, specialmente in condizioni ambientali favorevoli: suoli pesanti, elevata umidità e ristagni idrici rappresentano infatti il contesto ideale per il suo sviluppo. La crescente intensificazione colturale, unita alla pressione esercitata dai cambiamenti climatici e da pratiche agronomiche non sempre sostenibili, ha contribuito negli ultimi anni ad aumentare la frequenza e la gravità delle infezioni da P. capsici. Non a caso, numerosi studi recenti hanno sottolineato come questa fitopatia rappresenti una delle principali criticità emergenti nella coltivazione del peperone in Italia e in altre aree mediterranee.
In questo scenario, la lotta alla cancrena pedale richiede dunque un’azione consapevole e multidisciplinare che coinvolga ricerca scientifica, innovazione tecnologica e competenza agronomica sul campo. Comprendere a fondo la patologia, il suo ciclo vitale e le strategie per contenerla è il primo passo per garantire la resilienza della coltura.
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Il peperone vs Phytophthora capsici
Non è un fungo, anche se si comporta come tale. Phytophthora capsici è infatti un oomicete, patogeno che si insinua nel suolo e, approfittando di condizioni favorevoli come l’elevata umidità e le temperature moderate, attacca le piante di peperone in modo subdolo, ma devastante. Le sue zoospore, dotate di flagelli, nuotano nell’acqua del suolo fino a raggiungere le radici delle piante, dove iniziano l’infezione. Una volta all’interno della pianta, il patogeno si diffonde rapidamente, causando necrosi dei tessuti e portando alla morte della pianta. A riguardo, studi recenti hanno evidenziato l’espressione di geni associati alla patogenicità durante l’infezione, suggerendo meccanismi sofisticati di attacco e soppressione delle difese della pianta ospite.
Ciclo vitale e meccanismi di infezione
Il ciclo vitale di P. capsici è un esempio di adattamento evolutivo. Le oospore, strutture di resistenza, possono sopravvivere nel suolo per anni, in attesa delle condizioni ideali per germinare. Quando l’umidità e la temperatura sono favorevoli, queste oospore germinano producendo sporangio, che a sua volta rilascia zoospore mobili. Queste ultime nuotano nel suolo saturo d’acqua fino a raggiungere le radici delle piante ospiti, dove penetrano e iniziano l’infezione. Una volta all’interno della pianta, il patogeno si diffonde attraverso i tessuti, causando marciume radicale, avvizzimento e, infine, la morte della pianta. La capacità di P. capsici di infettare diverse parti della pianta e di sopravvivere nel suolo rende il suo controllo particolarmente difficile.

Strategie di gestione integrata
Combattere la cancrena pedale del peperone non è questione di un solo intervento risolutivo, ma di un gioco di squadra tra agronomia, genetica e chimica. Serve un approccio integrato, ben orchestrato, per tenere sotto controllo Phytophthora capsici, un patogeno temibile – come visto – ma gestibile, se affrontato con le giuste armi.
Tra le pratiche agronomiche più efficaci, la rotazione colturale resta una delle prime linee di difesa: alternare il peperone con colture non ospiti per almeno tre anni riduce drasticamente il carico di oospore nel suolo. Altrettanto cruciale è mantenere un buon drenaggio e modulare l’irrigazione per evitare ristagni idrici, condizioni ideali per l’esplosione dell’infezione.
Un altro alleato valido sono poi i fungicidi, se usati in modo mirato e responsabile: molecole come cyazofamid, mandipropamid e oxathiapiprolin si sono dimostrate efficaci nel contenere lo sviluppo miceliale e la sporulazione di P. capsici. Ma attenzione: l’uso eccessivo o non conforme rischia di selezionare ceppi resistenti, vanificando gli sforzi.
Sempre più interessante è poi il contributo del biocontrollo. Microrganismi antagonisti come Trichoderma asperellum non solo competono con il patogeno per spazio e nutrienti, ma possono anche attivare le difese naturali della pianta e rilasciare composti antifungini. Un approccio sostenibile e promettente, soprattutto se integrato con gli altri strumenti disponibili.
Il peperone tollerante? C’è, ma occorre lavorare
Tra le diverse strategie di gestione, senza dubbio particolarmente rilevante è oggi il fronte genetico. Sebbene non esistano ancora varietà di peperone completamente resistenti a Phytophthora capsici, la ricerca ha individuato numerose cultivar che mostrano livelli significativi di tolleranza, in particolare in relazione alla forma più diffusa e dannosa: la cancrena pedale. Queste varietà rappresentano una risorsa preziosa, soprattutto se inserite in un sistema di gestione integrata, nell’abbassare la pressione della malattia già in partenza. Occorre tuttavia precisare che la resistenza al patogeno è di tipo quantitativo, ovvero poligenico, e spesso dipende anche da interazioni con l’ambiente. Questo significa che la stessa varietà può mostrare performance diverse in base a condizioni agronomiche, presenza di ceppi diversi del patogeno e tipo di stress abiotico. Nel panorama varietale attuale, diverse cultivar ibride sono state selezionate proprio per la loro parziale resistenza o tolleranza. Parliamo di:
- Palermo RZ e Red Knight (resistenti al gruppo razziale USA1) che hanno mostrato buone performance in campi infetti, con minori sintomi radicali e colletto più sano;
- Aristotle X3R, Declaration, Alliance: ibridi dolci per industria e mercato fresco che combinano tolleranza a P. capsici con resistenza ad altri patogeni (es. Xanthomonas spp., TMV);
- Early Sunsation, interessante per il ciclo precoce e una discreta tenuta in suoli infetti, anche se più sensibile in condizioni di alta umidità.
All’elenco vanno poi aggiunte alcune selezioni locali, come certi ecotipi del Sud Italia con una tolleranza adattativa che, seppur non ancora completamente studiata, risulta potenzialmente valorizzabile in programmi di miglioramento genetico. A riguardo, numerosi programmi di breeding internazionali (in particolare negli USA, in Olanda e Israele) stanno lavorando sull’introgressione di geni di resistenza derivati da Capsicum annuum selvatici e affini. L’obiettivo è creare ibridi che non solo tollerino l’infezione, ma mantengano anche buone rese e qualità organolettiche. Inoltre, tecniche come il marker-assisted selection (MAS) stanno accelerando la selezione di genotipi resistenti, permettendo di identificare precocemente linee promettenti attraverso marcatori molecolari associati ai loci di resistenza (Phyt loci).
Un lavoro di squadra
Come evidente, la cancrena pedale del peperone rappresenta una sfida significativa per gli agricoltori, ma attraverso una gestione integrata e l’adozione di pratiche sostenibili è possibile mitigare i danni causati da questa malattia. Nel frattempo, la ricerca continua a fornire nuove conoscenze e strumenti per affrontare efficacemente P. capsici, promuovendo una produzione di peperoni sana e sostenibile.
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Ilaria De Marinis
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