Crisi dell’olio, frantoi pieni e nuova raccolta a rischio

A lanciare l'allarme le principali associazioni nazionali e territoriali dei frantoiani che denunciano la saturazione delle capacità di stoccaggio e il blocco della liquidità necessaria per acquistare le olive 2026

da Ilaria De Marinis
crisi dell'olio

La nuova campagna olivicola rischia di partire con i frantoi ancora pieni. Nei depositi restano quantità rilevanti di olio invenduto, mentre la liquidità necessaria per acquistare e pagare le nuove olive è ancora immobilizzata nel prodotto della precedente stagione. A lanciare l’allarme, le principali associazioni nazionali e territoriali dei frantoiani. Due le criticità indicate nel documento sottoscritto da Aifo, Foa Italia, Assofrantoi, Cna Agroalimentare e Confartigianato Frantoiani: la saturazione delle capacità di stoccaggio e il blocco della liquidità necessaria per acquistare la nuova produzione. È il nuovo fronte della crisi dell’olio. Le quotazioni in calo e la debolezza degli scambi non hanno soltanto ridotto i margini delle imprese, ma hanno lasciato nei frantoi scorte difficili da collocare. Con le cisterne ancora occupate, gli impianti rischiano di non avere spazio per il prodotto della prossima molitura; senza la vendita dell’olio già stoccato, non riescono invece a ricostituire il capitale circolante necessario per acquistare le olive e remunerare i produttori.

Oltre 258mila tonnellate nei depositi

A quantificare il problema è l’ultimo rapporto disponibile di Frantoio Italia, elaborato dall’Icqrf sulla base dei registri telematici dell’olio. Al 30 giugno 2026 nei depositi nazionali risultavano 258.480 tonnellate di prodotto, il 46,4% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L’extravergine rappresentava oltre 206mila tonnellate, di cui 121.609 di origine italiana. 

Il peso maggiore si concentra nel Mezzogiorno, dove si trova il 53,1% delle giacenze nazionali. La sola Puglia detiene 85.643 tonnellate di olio, comprese 73.809 tonnellate di extravergine. Nelle province di Bari e Barletta-Andria-Trani sono stoccate complessivamente quasi 69mila tonnellate. Numeri che non descrivono soltanto un accumulo fisico. Dietro ogni tonnellata invenduta c’è capitale che non torna nella disponibilità delle imprese, mentre continuano a pesare costi finanziari, energia, logistica e gestione dei sottoprodotti. Molti frantoi avevano inoltre acquistato olive e olio quando i valori all’origine erano sensibilmente più elevati: vendere oggi significa spesso accettare una perdita, aspettare significa invece mantenere bloccati depositi e linee di credito. Le nostre imprese oggi si ritrovano nella condizione di non poter vendere il prodotto senza svenderlo”, ha spiegato Francesca Petrini, presidente nazionale di Cna Agroalimentare. 

CRISI DELL'OLIO ITALIA

Distribuzione della giacenza olio per area geografica e tipologia. Dati in tonnellate. Fonte: Frantoio Italia

Dalle cisterne agli oliveti

È proprio questo squilibrio a rendere diversa la fase attuale. Finora la “crisi dell’olio” è stata misurata soprattutto attraverso il calo delle quotazioni e la difficoltà di vendere l’olio. Con l’avvicinarsi della raccolta, però, la pressione rischia di spostarsi sugli olivicoltori. Un frantoio con le cisterne occupate potrebbe non disporre dello spazio necessario per accogliere il nuovo prodotto. Un’impresa con il capitale circolante assorbito dalle giacenze potrebbe invece non essere in grado di acquistare le olive o di pagare tempestivamente i conferitori. Il rischio non è soltanto una nuova riduzione dei prezzi. In alcune aree potrebbero restringersi le possibilità di conferimento, lasciando gli agricoltori con olive mature, costi di raccolta da sostenere e minore forza negoziale. Più si avvicina l’avvio della molitura, più la necessità di liberare spazio e reperire risorse può tradursi in una pressione al ribasso lungo tutta la filiera.

Il documento unitario chiede quindi la convocazione di un tavolo nazionale di crisi con il Masaf e le Regioni, una moratoria sulle esposizioni bancarie e misure capaci di liberare le giacenze e ripristinare la liquidità. Le associazioni contestano inoltre il mancato coinvolgimento delle imprese di trasformazione nel Tavolo Olio del 14 luglio, sottolineando che qualunque intervento sui depositi non può essere costruito senza chi custodisce materialmente il prodotto e ne sostiene il rischio commerciale. 

Crisi dell’olio, ora conta il tempo

È in questo quadro che si inserisce l’iniziativa di Puglia e Calabria. Le due Regioni avevano già portato la crisi del comparto nella Commissione Politiche Agricole della Conferenza delle Regioni del 4 giugno. Tra le proposte avanzate figurano l’anticipazione dei titoli PAC, la rinegoziazione delle esposizioni bancarie, il rafforzamento dei controlli e l’attivazione delle misure di stoccaggio previste dalla normativa europea. Secondo quanto riferito da La Gazzetta del Mezzogiorno, i due assessorati regionali sono ora pronti a formalizzare al Ministero la richiesta dello stato di crisi. Il riconoscimento non costituisce quindi ancora una misura operativa: rappresenterebbe il passaggio necessario per aprire il confronto sugli interventi e sulle risorse da mettere in campo. 

Lo stoccaggio temporaneo consentirebbe di sottrarre una parte del prodotto al mercato e liberare capacità nei depositi, mentre la rinegoziazione bancaria potrebbe ridurre la pressione finanziaria sulle imprese. Strumenti che, tuttavia, produrranno effetti soltanto se attivati prima dell’inizio dei conferimenti. Questo deve avvenire nell’immediato, altrimenti avremo difficoltà ulteriori nella prossima campagna olivicola”, aveva avvertito l’assessore pugliese all’Agricoltura Francesco Paolicelli, riferendosi alle misure per sostenere lo stoccaggio dell’invenduto. Un’urgenza ribadita anche dalle organizzazioni agricole. “La crisi coinvolge l’intera filiera e imprese e frantoi non possono più attendere”, ha dichiarato il presidente di Coldiretti Puglia Alfonso Cavallo. 

Il calendario, intanto, continua a correre. Tra poche settimane i frantoi dovranno decidere quanto prodotto ritirare, a quali condizioni e con quali risorse pagarlo. Il vero timore non è più soltanto vendere male l’olio della precedente campagna. È arrivare alla nuova raccolta con cisterne e credito ancora occupati, trasferendo dagli impianti agli oliveti una crisi che la filiera non può più permettersi di affrontare in ordine sparso.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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