Indice
Nella Sicilia centro-orientale, tra le province di Catania, Enna e Caltanissetta, il Ficodindia di San Cono DOP trova il suo areale di elezione nei territori di San Cono, San Michele di Ganzaria, Piazza Armerina e Mazzarino, tra 200 e 600 metri di altitudine. In questo comprensorio la coltura si è progressivamente specializzata, diventando una delle produzioni più rappresentative del paesaggio agricolo locale.
La denominazione comprende principalmente tre cultivar di Opuntia ficus-indica, la Surfarina, o Gialla, la Sanguigna, o Rossa, e la Muscaredda, o Bianca, cui si aggiunge una quota limitata di ecotipi locali. Pur distinguendosi per la diversa colorazione della buccia, le tre cultivar condividono elevata pezzatura, colori intensi, spiccata dolcezza, fragranza, buona serbevolezza e profumo delicato, caratteristiche che definiscono l’identità del prodotto DOP.
Leggi anche: Agricoltura siciliana: il paesaggio che diventa qualità
Una gestione costruita sulle esigenze della pianta
Dietro queste caratteristiche c’è una gestione agronomica che, nel tempo, si è progressivamente specializzata. Gli impianti destinati alla produzione della DOP devono essere specializzati e presentare una densità compresa tra 200 e 650 piante per ettaro. Le forme di allevamento possono variare dal cespuglio al vaso fino al siepone, con sesti di impianto adattati alle caratteristiche dell’azienda e alla necessità di agevolare le operazioni colturali e la raccolta.
Particolare attenzione deve essere riservata alla gestione del terreno. Il ficodindia sviluppa infatti un apparato radicale prevalentemente superficiale, che può essere facilmente danneggiato da lavorazioni troppo profonde. Per questo motivo gli interventi sul suolo devono mantenersi negli strati più superficiali. Anche l’irrigazione viene calibrata in funzione delle condizioni ambientali e produttive. Il numero degli interventi varia normalmente in relazione all’andamento climatico, alle precipitazioni, alle temperature, all’età delle piante, alla tessitura del terreno, all’esposizione e soprattutto alla carica di frutti presente sulla pianta. Tra le pratiche più caratteristiche della coltura c’è poi la scozzolatura, che consiste nell’eliminazione dei fiori e dei giovani frutti della prima fioritura per stimolare la pianta a emetterne una seconda. Da questa nuova fioritura si ottengono i cosiddetti frutti tardivi o scozzolati, che vengono raccolti più avanti nella stagione e consentono di prolungare il calendario produttivo.

Scozzolatura, la tecnica che sposta la raccolta
Il disciplinare distingue infatti due tipologie di produzione: gli agostani, ottenuti dalla prima fioritura, e i tardivi o scozzolati, derivanti dalla seconda. La scozzolatura consiste nell’eliminazione dei primi fiori e dei giovani frutti per indurre la pianta a una nuova fioritura. L’intervento viene effettuato generalmente tra il 10 maggio e il 30 giugno, modulandolo in funzione dell’andamento climatico e della carica produttiva. La conseguenza è uno spostamento in avanti del ciclo produttivo. Gli agostani vengono raccolti indicativamente tra il 20 agosto e il 30 settembre, mentre per gli scozzolati la raccolta parte dal 10 settembre e può proseguire fino alla fine di dicembre.
Settembre rappresenta quindi un mese di passaggio particolarmente interessante, perché sul mercato possono incontrarsi gli ultimi frutti della prima fioritura e i primi provenienti dalla seconda. La raccolta viene avviata all’inizio dell’invaiatura. I frutti devono essere staccati mantenendo una piccola porzione del cladodo nel punto di inserzione e devono arrivare integri alle successive operazioni di lavorazione. Dopo la raccolta vengono sottoposti alla despinazione, necessaria per eliminare i glochidi presenti sulla superficie. Anche il condizionamento deve avvenire all’interno dell’area della denominazione, così da ridurre trasporti e manipolazioni che potrebbero provocare ammaccature, lesioni della buccia e perdita di lucentezza.
Una presenza antica nell’agricoltura siciliana
La diffusione del ficodindia in Sicilia ha radici molto più lontane rispetto alla moderna specializzazione produttiva. Già nella prima metà dell’Ottocento la coltura aveva assunto un ruolo importante nell’agricoltura dell’isola. L’agronomo francese Adrien de Gasparin ne sottolineava il valore arrivando a considerarla una vera e propria “provvidenza” per la Sicilia. La pianta si era infatti dimostrata capace di adattarsi a condizioni ambientali difficili e a territori nei quali altre colture incontravano maggiori limitazioni, assumendo nel tempo un ruolo non soltanto produttivo ma anche paesaggistico.
Nell’area di San Cono, però, il passaggio verso una vera ficodindicoltura specializzata avviene soprattutto a partire dagli anni Settanta del Novecento. È in questa fase che la coltivazione si espande e assume un peso crescente, raccogliendo anche l’esperienza maturata in altri areali storici siciliani e trasformando progressivamente il comprensorio in uno dei principali poli produttivi italiani. Un percorso che trova un riconoscimento formale nel 2013, quando il Ficodindia di San Cono ottiene la registrazione europea come Denominazione di Origine Protetta. Nel tempo, la combinazione tra caratteristiche varietali e specializzazione produttiva ha contribuito a consolidare il legame tra il Ficodindia di San Cono e il territorio, rafforzandone la riconoscibilità nel panorama frutticolo siciliano.
Federica Del Vecchio
© fruitjournal.com