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La cabina di regia nazionale per la crisi idrica torna a riunirsi oggi, 9 luglio, quando l’estate è già entrata nella sua fase più critica e il sistema agricolo del Nord Italia è nuovamente sotto pressione. A convocarla è stato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, dopo settimane segnate da portate fluviali in calo, tensioni sull’uso dell’acqua, appelli del mondo agricolo e prime ricadute anche su turismo e approvvigionamenti locali.
Il ritorno della cabina di regia avviene in un momento tutt’altro che casuale (l’ultima seduta ufficialmente indicata sul sito del Commissario straordinario risale all’8 agosto 2025 – quasi undici mesi fa). Il 2 luglio il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha infatti dichiarato lo stato di emergenza regionale per deficit idrico sull’intero territorio veneto, richiamando le anomalie idrologiche e idrauliche registrate in particolare nel Distretto del fiume Po e il rischio di risalita del cuneo salino. Al 31 maggio 2026, secondo la Regione, l’anno idrologico presentava un deficit del 28%, pari a quasi 2,4 miliardi di metri cubi d’acqua mancanti.
Il punto, quindi, non è solo che piove meno. È che la crisi idrica continua a presentarsi con gli stessi nodi irrisolti: invasi insufficienti, reti da ammodernare, accumuli nivali sempre più fragili, fiumi in sofferenza nel momento di massima domanda irrigua e una competizione crescente tra usi agricoli, potabili, turistici, industriali ed energetici.
Il Po resta il grande indicatore della crisi
Il Po è ancora una volta il simbolo più evidente della fragilità idrica italiana. Nel 2022 il principale fiume del Paese aveva raggiunto livelli di secca eccezionali, favorendo la risalita del cuneo salino e causando pesanti conseguenze per le aree agricole del Delta. Tre anni dopo, il problema non può dirsi superato. Secondo l’aggiornamento dell’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po del 3 luglio 2026, le piogge dei giorni precedenti hanno prodotto solo un moderato e temporaneo incremento delle portate, senza modificare in modo sostanziale la disponibilità idrica del distretto. La severità idrica resta “media in assenza di precipitazioni” e, nel Delta, l’intrusione salina dall’Adriatico ha raggiunto i 25 chilometri.
Il dato è particolarmente significativo perché il bacino del Po non è soltanto il principale sistema idrografico italiano, ma una vera infrastruttura naturale da cui dipendono agricoltura, industria, approvvigionamento idropotabile, ecosistemi e territori ad alta densità produttiva. Quando il fiume entra in sofferenza, quindi, la criticità non riguarda solo l’alveo, ma l’intero equilibrio produttivo della Pianura Padana. Le portate registrate il 1° luglio – 223 metri cubi al secondo a Piacenza, 278 a Cremona, 321 a Boretto, 285 a Borgoforte e 313 a Pontelagoscuro – spiegano perché l’attenzione sia tornata rapidamente sul Delta, dove la risalita del sale riduce la disponibilità di acqua dolce proprio nella fase di massima domanda irrigua.
Per l’agricoltura, il cuneo salino rappresenta uno dei segnali più gravi della crisi. Non significa soltanto disporre di meno acqua, ma trovarsi di fronte a una risorsa che può diventare inadatta all’irrigazione. L’acqua salmastra può compromettere colture, suoli, falde superficiali e reti irrigue, rendendo più complessa anche la gestione ordinaria dei consorzi di bonifica e aumentando la vulnerabilità delle aziende agricole nei territori più esposti.

Veneto, emergenza dichiarata e criticità diffuse
Il Veneto è uno dei fronti più delicati della crisi. L’ordinanza regionale firmata da Stefani richiama non solo il deficit pluviometrico, ma anche l’esaurimento precoce della risorsa derivante dalla neve, accelerato dalle alte temperature di aprile e maggio, e la riduzione delle portate dei principali fiumi. Nel provvedimento vengono citati cali del 23% per Piave e Brenta, del 23% per il Po e del 21% per l’Adige, insieme alla discesa del livello del Lago di Garda.
Particolarmente significativo è il dato di Pontelagoscuro: al 29 giugno 2026 la portata media giornaliera del Po era di circa 260 metri cubi al secondo, molto al di sotto della soglia di 450 metri cubi al secondo indicata come critica per contrastare l’intrusione salina.
La stessa ordinanza regionale richiama la necessità di sensibilizzare gli agricoltori a un uso più attento della risorsa, basato sui reali fabbisogni irrigui delle colture e su strumenti di consiglio irriguo capaci di indicare il momento corretto dell’intervento e il volume di adacquata. È un passaggio importante perché mostra come la crisi idrica non sia più solo una questione infrastrutturale, ma anche agronomica.
Il quadro nazionale: meno acqua effettivamente disponibile
Il problema, però, non riguarda solo il Nord. I dati ISPRA confermano che la disponibilità idrica nazionale sta seguendo una traiettoria negativa. Nel 2025 le precipitazioni totali in Italia sono state pari a 963,4 millimetri, circa 291 miliardi di metri cubi d’acqua. Il valore è stato leggermente superiore alla media 1991-2020, ma in calo rispetto al 2024. Il dato più rilevante riguarda però la risorsa idrica rinnovabile, cioè l’acqua che resta effettivamente disponibile al netto dell’evapotraspirazione: nel 2025 è stata stimata in circa 128 miliardi di metri cubi, oltre il 7% in meno rispetto alla media di lungo periodo e circa il 19% in meno rispetto al 2024.
Questo significa che non basta guardare alla pioggia caduta. Conta quanta acqua resta nei suoli, nelle falde, negli invasi e nei corsi d’acqua nel momento in cui le colture ne hanno bisogno. Temperature più alte, fusione anticipata della neve, eventi piovosi intensi, ma poco utili alla ricarica e aumento dell’evapotraspirazione rendono il bilancio idrico sempre più instabile.
Il bollettino di maggio 2026 di CNR-IBE Drought Central conferma inoltre un contesto climatico sfavorevole: maggio è stato il secondo più caldo a livello globale dal 1979 e parte dell’Italia ha registrato condizioni più secche della norma, mentre le previsioni stagionali per luglio-settembre indicano una maggiore probabilità di temperature superiori alla media su gran parte dell’Europa, con un segnale marcato sul Mediterraneo centrale.
Le conseguenze per l’agricoltura
Per le aziende agricole, la crisi idrica si traduce in almeno quattro conseguenze.
La prima è produttiva. Meno acqua disponibile nei momenti chiave significa rese più instabili, pezzature inferiori, minore uniformità del prodotto e maggior rischio di stress nelle fasi più delicate.
La seconda è economica. L’acqua diventa un costo crescente: energia per il sollevamento, turni irrigui più rigidi, manutenzione degli impianti, eventuale ricorso a pozzi o fonti alternative, investimenti in sensoristica, automazione e sistemi di irrigazione più efficienti.
La terza è territoriale. Nei periodi di scarsità, la competizione tra usi potabili, agricoli, turistici, industriali ed energetici diventa più evidente. La normativa assegna priorità al consumo umano e poi all’uso agricolo, ma nei territori la gestione concreta richiede coordinamento, controlli sui prelievi e decisioni rapide.
La quarta è qualitativa. Il caso del Delta del Po dimostra che l’acqua può diventare inutilizzabile non solo perché manca, ma perché peggiora dal punto di vista chimico. La salinizzazione è una minaccia diretta per colture e suoli, soprattutto in aree dove l’agricoltura dipende da equilibri idraulici molto delicati.
Dall’emergenza alla programmazione
Il ritorno della cabina di regia nazionale può essere letto come una risposta necessaria, ma arriva quando molte criticità sono già manifeste. Il punto ora è capire se la gestione dell’acqua resterà legata all’emergenza o se diventerà finalmente una politica strutturale.
La crisi del Po, l’emergenza dichiarata in Veneto e il calo della risorsa idrica rinnovabile nazionale indicano una stessa direzione: l’Italia agricola non può più considerare l’acqua una disponibilità garantita. Deve trattarla come un fattore produttivo strategico, da programmare prima che l’emergenza arrivi.
Ilaria De Marinis
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