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Un contesto elegante, tra vigneti ordinati e una masseria storica, capace di restituire immediatamente il legame tra impresa, territorio e cultura del vino. È qui, in uno dei vigneti della Famiglia Varvaglione, che si è svolta nella giornata di ieri la Grape Exhibition – Wine Edition, tappa del format promosso da Fruit Communication, Doctor Farmer e Fruit Lab per portare il confronto tecnico direttamente nelle aziende.
Circa 25 ettari coltivati con uve destinate alle etichette a marchio Varvaglione, tra Fiano, Falanghina, Lambrusco, Primitivo e Negroamaro, hanno fatto da cornice a un pomeriggio dedicato alle scelte che determinano la qualità vitivinicola. Ad aprire i lavori Mirko Sgaramella di Fruit Communication, che ha richiamato il senso delle Exhibition: costruire occasioni di confronto che non rimangano astratte, ma partano dai territori, dalle aziende e dalle esigenze concrete di chi opera nella filiera. Da qui, nonostante il sole cocente, ha preso il via un percorso articolato, nel quale esperienza imprenditoriale, viticoltura rigenerativa, difesa biologica, tecnologie per gli impianti e strategie nutrizionali sono state lette come componenti dello stesso sistema produttivo.
Varvaglione, tra continuità familiare e innovazione
A raccontare il percorso dell’azienda è stato Angelo Varvaglione, Sustainability Manager di Varvaglione 1921, che ha subito sottolineato l’importanza di occasioni capaci di favorire il confronto tra imprese, tecnici e ricerca. “È un piacere ospitare eventi di questo tipo, perché la condivisione delle informazioni legate alla ricerca e allo sviluppo è sempre fondamentale”, ha osservato. Un’impostazione che l’azienda ha tradotto negli anni in numerose attività di sperimentazione. “Già nel 2018 siamo stati tra i primi a utilizzare sistemi DSS e modelli previsionali, ma è fondamentale avere persone capaci di leggere e interpretare i dati. Lo stesso vale per i droni, che possono contribuire concretamente a ottenere un prodotto di qualità”. Stazioni meteorologiche, sensoristica e rilievi multispettrali sono così diventati strumenti di supporto alla gestione del vigneto, utili per valutare il rischio fitopatologico, individuare squilibri nutrizionali e calibrare gli interventi con maggiore precisione.
Tra le esperienze raccontate al pubblico della Grape Exhibition – Wine Edition anche Cà, il primo Metodo Classico di Varvaglione 1921, ottenuto da uve Fiano coltivate nel cru di Masseria Pizzariello, a Leporano, in una parcella conosciuta come “campo freddo”. “La Salina Grande di Taranto si trova al di sotto del livello del mare e convoglia aria fresca, creando un’escursione termica vicina a quella delle aree più vocate alla produzione spumantistica”, ha spiegato Varvaglione. Una condizione che consente di preservare acidità e aromaticità delle uve anche nel contesto climatico pugliese. A completare il quadro, la recente collaborazione con uno spin-off dell’Università di Bari per lo studio del suolo attraverso una tecnologia innovativa applicata anche in ambito spaziale, ulteriore sviluppo di un percorso nel quale dati, ricerca e conoscenza agronomica concorrono a orientare le decisioni in vigneto.
Difesa biologica: cambiare il sistema, non il prodotto
A seguire, il rapporto tra vigneto e cantina è stato al centro dell’intervento di Angelo Bagorda, enologo di vigna. “L’idea è costruire un legame autentico tra cantina e vigneto”, ha spiegato Bagorda. “Possiamo utilizzare la metafora dell’atleta: un maratoneta abbina l’allenamento a una nutrizione specifica. Allo stesso modo, se vogliamo ottenere freschezza, equilibrio e genuinità, dobbiamo aiutare la vite mettendola nelle condizioni di trovare gli elementi di cui ha bisogno”. L’attenzione parte dal suolo e dalla sua capacità di sostenere la pianta senza forzarne lo sviluppo. “Il risultato migliore è l’equilibrio. Una vite entra in difficoltà quando cerca un elemento e non lo trova. Per questo sono importanti il sovescio e la presenza di vegetazione spontanea. Avere un ‘vigneto sporco’ significa introdurre competizione naturale, biodiversità e un ambiente meno semplificato”. Fare biologico, secondo l’esperto, significa dunque spostare il paradigma: non limitarsi a intervenire contro un’avversità, ma creare le condizioni affinché la pianta e il grappolo risultino meno vulnerabili. “Quando viene praticato davvero, il biologico porta avanti una viticoltura che unisce economia circolare, microbiologia e qualità del vino”.
Viticoltura rigenerativa, oltre le formule precostituite
A soffermarsi sulla viticoltura rigenerativa è stato Rocco Perniola del CREA-VE di Turi, che ha invitato anzitutto a non ridurre questo approccio a una singola pratica. “Quello dell’agricoltura rigenerativa è un concetto ambizioso, perché parte da un presupposto: la specie umana sta consumando più risorse naturali di quelle disponibili”, ha spiegato. La crescita della popolazione e dei consumi accresce infatti la pressione sulle risorse, mentre l’innovazione tecnologica consente di utilizzarle in modo più efficiente. Da qui l’obiettivo della rigenerazione: non limitarsi a conservarle, ma contribuire a ricostituirne la funzionalità.
Il primo principio, richiamato dal ricercatore, è comprendere il contesto. “Spesso si parla di agricoltura come se esistessero ricette valide per ogni situazione”, ha osservato. Al contrario, ogni scelta deve partire dalle caratteristiche specifiche del vigneto e del territorio. In questa prospettiva rientrano l’aumento della biodiversità, l’introduzione di tecnologie applicate sia alla pianta sia al suolo e la necessità di salvaguardare contemporaneamente produttività e salute del terreno.
Centrale è anche la riduzione delle lavorazioni, accompagnata dalla tutela dell’attività radicale. “Bisogna mantenere una radice viva nel terreno”, ha ricordato Perniola, richiamando il ruolo della pacciamatura, utile anche a migliorare la disponibilità idrica. Tra i principi indicati anche l’integrazione della componente zootecnica, laddove possibile, al fine di favorire il riciclo della sostanza organica e rendere più circolare il sistema aziendale. Ne è emersa una lettura della viticoltura rigenerativa fondata non su una singola tecnica, ma sulla capacità di adattare più strumenti alle caratteristiche specifiche del vigneto.

Le aziende partner della Grape Exhibition-Wine Edition
A completare il programma sono stati gli interventi delle aziende partner. Simona Alfonso di Trafil-A ha illustrato le principali soluzioni destinate agli impianti a spalliera, soffermandosi sulle caratteristiche dei fili zincati e in lega zinco-alluminio, sui pali e sugli accessori necessari a costruire strutture funzionali, resistenti e coerenti con le esigenze di gestione della chioma.
Pietro Caporusso di ICL ha invece presentato la strategia biologica fondata su Polysulphate e BEOZ, approfondendo il ruolo della nutrizione minerale e della sostanza organica nella costruzione della fertilità. Due contributi differenti, ma complementari: da una parte la struttura che sostiene e organizza la vegetazione, dall’altra gli strumenti con cui accompagnare la fisiologia della vite e la disponibilità degli elementi nutritivi.
Il vigneto come sistema
La Grape Exhibition – Wine Edition ha restituito un’immagine precisa della viticoltura contemporanea: un’attività nella quale non esiste una singola soluzione capace di rispondere alla complessità climatica, fitosanitaria e produttiva. Dalla visione imprenditoriale alle strategie di difesa biologica, dalla gestione rigenerativa del suolo fino alle tecnologie per gli impianti e alla nutrizione, tutti gli interventi hanno ricondotto il confronto a una parola chiave: equilibrio. Quello della pianta, innanzitutto, ma anche quello tra innovazione ed esperienza, produttività e tutela delle risorse, capacità di osservare e tempestività delle decisioni.
A rendere ancora più significativo il confronto è stato il luogo che lo ha ospitato. Nei vigneti della Famiglia Varvaglione, in un contesto elegante e profondamente legato all’identità vitivinicola del territorio, i temi affrontati hanno trovato una traduzione concreta, visibile tra i filari. Ne è nata una giornata intensa, capace di unire contenuti tecnici, ospitalità e condivisione, confermando il valore delle Exhibition: portare il dibattito fuori dalle sale convegni e dentro le aziende, là dove ricerca, competenze e scelte agronomiche diventano ogni giorno qualità del vino.
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Ilaria De Marinis
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