Indice
Terzo Paese produttore al mondo, con oltre 25 mila ettari di superficie coltivata, l’Italia è uno dei principali protagonisti europei per la coltivazione di kiwi. Da oltre un decennio, tuttavia, il comparto deve fare i conti con la Kiwifruit Vine Decline Syndrome (KVDS), nota come moria del kiwi, una fisiopatia multifattoriale che sta provocando importanti perdite produttive, mettendo a rischio la competitività dell’intero comparto. Per affrontare questa emergenza è nato SOS-KIWI (From SOil to Soil: origin and remediation to KIWIfruit Vine Decline Syndrome), il primo progetto di ricerca nazionale dedicato allo studio integrato delle cause della sindrome e allo sviluppo di soluzioni sostenibili per contenerne la diffusione.
Finanziato da AGER – Agroalimentare e Ricerca e coordinato dall’Università di Udine, il progetto riunisce per la prima volta competenze scientifiche e territori chiave della produzione italiana di kiwi. Al partenariato partecipano l’Università di Torino, l’Università di Napoli Federico II, l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e la Fondazione Agrion. La collaborazione tra istituzioni del Nord-Est, del Nord-Ovest e del Sud Italia consente di studiare la sindrome in diversi contesti pedoclimatici, offrendo una visione più ampia e approfondita del fenomeno.
- Leggi anche: Moria del kiwi: tra difficoltà e rinascita
Diagnosi precoce e nuove tecnologie per la difesa delle piante
Tra gli obiettivi del progetto figurano importanti innovazioni tecnologiche per il settore frutticolo. I ricercatori stanno lavorando allo sviluppo di strumenti molecolari per la diagnosi rapida della sindrome, alla selezione di portinnesti più tolleranti o resistenti e alla definizione delle tecniche di innesto più efficaci. Parallelamente vengono sperimentati protocolli specifici di biofumigazione e consorzi microbici in grado di svolgere una doppia funzione: controllo biologico dei patogeni e promozione della crescita delle piante.
E i primi risultati, del resto, sono già arrivati. Giunto a metà del suo percorso, SOS-KIWI ha infatti fornito indicazioni scientifiche di grande rilievo. Le analisi hanno identificato alcuni microrganismi patogeni costantemente associati agli impianti colpiti dalla moria. Tra questi spicca Phytopythium vexans, rilevato in diverse regioni italiane, e un secondo oomicete simile a Phytophthora sojae, particolarmente diffuso nel Nord-Est. Queste evidenze confermano che la moria del kiwi è di natura multifattoriale e deriva dall’interazione tra elementi biotici, agronomici e pedologici. Ma c’è di più. Uno dei progressi più significativi riguarda lo sviluppo di un nuovo test molecolare capace di rilevare P. vexans anche prima che la pianta manifesti sintomi visibili. È inoltre in fase di realizzazione un secondo test dedicato all’identificazione del patogeno simile a P. sojae.
Un metodo standardizzato per lo studio dei suoli
A rendere questi dati ancora più solidi è il metodo con cui sono stati ottenuti. Per la prima volta, tutti i partner hanno adottato un protocollo standardizzato per il campionamento e l’estrazione del DNA da suolo, rizosfera e radici. Questa procedura condivisa permette di confrontare in modo preciso i risultati ottenuti in aree geografiche diverse, superando uno dei principali limiti degli studi precedenti sulla moria del kiwi.
Le analisi pedologiche hanno infatti evidenziato un dato chiaro: la moria del kiwi è strettamente legata alla struttura fisica del terreno. I suoli più compatti e poco aerati risultano maggiormente associati alla comparsa della sindrome, mentre i terreni più porosi e ben drenati mostrano una minore incidenza della malattia. Un risultato che conferma quanto la corretta gestione del drenaggio e della struttura del suolo come strategia preventiva nella coltivazione dell’actinidia.
Strategie sostenibili: microrganismi benefici e biofumigazione
Parallelamente alla diagnosi, il progetto sta sviluppando strategie di contenimento ecocompatibili. La selezione di microrganismi benefici ha già mostrato risultati promettenti in condizioni controllate, dimostrando la capacità sia di contrastare i patogeni sia di migliorare la crescita delle piante. Tra le tecniche sperimentate figura anche la biofumigazione con estratti o sovescio di rucola, che ha dimostrato di ridurre la presenza dei patogeni nel suolo e favorire la salute dell’apparato radicale.
Particolarmente interessante è inoltre l’utilizzo di un consorzio microbico innovativo composto da batteri promotori della crescita e dal fungo micorrizico Funneliformis mosseae, che in serra ha mostrato la capacità di stimolare uno sviluppo radicale più vigoroso.

Piante di kiwi in sperimentazione all’Università di Napoli Federico II, sottoposte a sommersione controllata per indurre la comparsa dei sintomi della moria del kiwi e inoculate con un consorzio microbico selezionato costituito da batteri promotori della crescita vegetale e funghi micorrizici, al fine di valutarne il ruolo nella mitigazione dello stress e l’impatto sulla comunità microbica del suolo. Fonte: Ida Romano, ricercatrice e referente comunicazione dell’Università degli studi di Napoli Federico II (partner del progetto SOS-KIWI)
Un campo sperimentale per testare le soluzioni in condizioni reali
Per verificare l’efficacia delle strategie individuate, è in fase di realizzazione un campo sperimentale con 150 piante di kiwi. L’impianto sarà allestito in parte su terreni vergini e in parte su suoli di reimpianto, così da valutare il comportamento delle diverse soluzioni in condizioni operative reali. Questa fase rappresenta un passaggio chiave per trasferire i risultati della ricerca alle aziende agricole. Il progetto SOS-KIWI punta dunque a generare ricadute concrete su più livelli. Dal punto di vista tecnologico, mira a mettere a disposizione del settore strumenti innovativi di diagnosi precoce e protocolli di gestione sostenibile che potrebbero essere applicati anche ad altre colture arboree. Sul piano socioeconomico, l’obiettivo è ridurre le perdite produttive causate dalla moria e rafforzare la competitività delle aziende frutticole italiane. Non meno importante l’impatto ambientale: l’adozione di strategie biologiche e di gestione del suolo potrebbe contribuire a ridurre l’uso di agrofarmaci e a migliorare la biodiversità microbica dei terreni.
Insomma, comprendere le complesse interazioni tra pianta, microbioma e ambiente è la nuova frontiera della ricerca. E in questa frontiera, il progetto SOS-KIWI sta tracciando il sentiero per aprire nuove prospettive di crescita per l’intera frutticoltura italiana.
Federica Del Vecchio
© fruitjournal.com