Guerra in Iran: quali possibili rischi per l’agricoltura?

In questi giorni le notizie in arrivo dal Medio Oriente riaccendono timori e tensioni. E così, al di là della geopolitica, la domanda comincia a spostarsi sui settori reali, primo fra tutti quello agricolo

da Ilaria De Marinis
guerra in iran

Da giorni, come noto, la guerra in Iran occupa il centro del racconto internazionale. Le notizie si susseguono, i toni si alzano, i mercati reagiscono, e intanto cresce una tensione che non resta confinata alla politica estera. Il punto, però, è che crisi di questo tipo non si fermano nei palazzi della diplomazia. E così, al di là della geopolitica, la domanda comincia a spostarsi sui settori reali: quali ripercussioni può avere un’escalation di questo tipo? E, più nello specifico, cosa rischia l’agricoltura?

La prima reazione dei mercati si è già vista. Reuters, agenzia di stampa internazionale specializzata in economia e mercati, segnala che il petrolio è avviato alla settimana di rialzo più forte dal 2020, con il Brent arrivato attorno a 89 dollari al barile, mentre il blocco dello Stretto di Hormuz ha fermato una quota rilevante dei flussi energetici globali. È un passaggio decisivo: da Hormuz transita circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio. Quando quel corridoio entra in crisi, il problema non resta confinato all’energia. Si trasmette rapidamente ai costi industriali e logistici di tutta la filiera agroalimentare

Il primo fronte: gasolio, energia, trasporti

Il caso più immediato è quello del carburante. È anche il più visibile, perché arriva subito alla pompa e si riflette in tempi rapidi sulla percezione pubblica. In Italia il Ministero delle Imprese e del Made in Italy mostra, all’aggiornamento di oggi (venerdì 6 marzo –ndr), un rialzo dei prezzi medi regionali dei carburanti, mentre diverse rilevazioni di mercato parlano di diesel ormai vicino ai 2 euro al litro in molte situazioni di vendita servita. Per l’agricoltura questo significa una pressione diretta sulle lavorazioni meccaniche, sulla raccolta, sui trasporti e, in alcune filiere, anche  sulla refrigerazione e sulla conservazione. 

Ma il nodo non si esaurisce al distributore. Se il petrolio sale e il gas resta sotto pressione, il rincaro si estende ben oltre i mezzi agricoli e si trasferisce anche sui costi energetici di impianti, serre, celle frigo, trasformazione e logistica. 

Fertilizzanti e materie prime

Il secondo fronte, spesso più pesante del primo, è quello dei fertilizzanti. Il legame, in questo caso, è diretto: la produzione dei concimi azotati resta fortemente esposta al costo del gas naturale; di conseguenza, ogni tensione che investe il sistema energetico tende a trasmettersi rapidamente anche al mercato dei fertilizzanti. Non a caso la Banca Mondiale, già nel Commodity Markets Outlook dell’ottobre 2025, indicava tra i principali fattori di rischio per l’urea proprio i prezzi del gas, le restrizioni commerciali e le tensioni geopolitiche.

Ora quel rischio è diventato molto più concreto. Sempre secondo Reuters, il conflitto sta già comprimendo i flussi di fertilizzanti dal Golfo e spingendo al rialzo i prezzi dell’urea proprio mentre, in molte aree del mondo, si entra nella fase degli acquisti per la semina primaverile. In Brasile, uno dei grandi attori agricoli globali, le preoccupazioni riguardano sia la disponibilità di fertilizzanti, sia l’impatto sulle esportazioni cerealicole. In Australia, una società del settore ha già segnalato ritardi nell’arrivo delle materie prime. Questo è un punto centrale: il problema non è solo che i fertilizzanti possano costare di più, ma che non arrivino in tempo, con maggiore volatilità e minore prevedibilità. 

Rotte marittime e costi nascosti lungo la filiera

C’è poi un terzo livello, meno immediato ma potenzialmente decisivo, su cui la guerra in Iran può riverberare i suoi effetti: quello logistico. A rendere il Medio Oriente un quadrante così sensibile, infatti, non è soltanto la sua centralità energetica, ma la sovrapposizione, nello stesso spazio geografico, tra produzione, transito e controllo di alcune delle rotte più strategiche del commercio globale. L’UNCTAD – l’agenzia delle Nazioni Unite che analizza commercio e trasporti marittimi – ricorda che le tensioni nel Mar Rosso hanno già inciso in modo marcato sui flussi attraverso il Canale di Suez: a inizio maggio 2025 il tonnellaggio transitato risultava ancora inferiore di circa il 70% rispetto alla media del 2023. Lo stesso rapporto richiama inoltre l’attenzione su un altro snodo critico cruciale, lo Stretto di Hormuz, da cui transita da solo circa l’11% del commercio marittimo mondiale e oltre un terzo delle esportazioni globali di petrolio via mare.

Per l’agricoltura la questione non si esaurisce in un semplice aumento dei costi di trasporto marittimo. A entrare in gioco sono tempi di percorrenza più lunghi, premi assicurativi più elevati, una maggiore esposizione ai ritardi e, più in generale, una filiera che tende a irrigidirsi sia in entrata sia in uscita. Gli input possono diventare più costosi e meno prevedibili nelle consegne; i prodotti, a loro volta, possono trovare sbocchi più onerosi o logisticamente più complessi. guerra in iran agricoltura

Le variabili da seguire e gli scenari possibili

A questo punto la domanda vera è una sola: che cosa aspettarsi? La risposta, per ora, non può essere categorica. Ma alcune variabili sono già chiare.

La prima è la durata del conflitto. Una fiammata di pochi giorni può generare forti rialzi speculativi e poi rientrare almeno in parte. Un’escalation lunga, invece, cambia la struttura dei costi e riduce la capacità delle imprese di pianificare. La seconda è la tenuta dei flussi energetici. Su questo fronte, il ministro dell’Energia del Qatar ha richiamato un rischio preciso: che, in caso di prosecuzione del conflitto, le esportazioni energetiche dal Golfo possano interrompersi nel giro di poche settimane. Se una simile ipotesi prendesse corpo, l’agricoltura subirebbe un nuovo shock su carburanti, fertilizzanti e logistica

La terza variabile è il momento della stagione agricola in cui arriva il rincaro. Se l’aumento dei costi coincide con semine, concimazioni o fasi cruciali della gestione colturale, l’effetto è più pesante. La quarta è la forza contrattuale della filiera: le imprese inserite in sistemi organizzati, con accordi solidi o maggiore capacità di trasferire a valle una parte dei rincari, sono meno vulnerabili. Al contrario, le produzioni più frammentate, o quelle che operano su mercati più esposti alla concorrenza di prezzo, rischiano invece di assorbire lo shock quasi per intero. 

Esiste anche uno scenario meno pesante, ed è giusto dirlo. Prima dell’attuale escalation, l’IEA, l’Agenzia internazionale per l’energia, prevedeva per il 2026 una crescita dell’offerta globale di petrolio di 2,4 milioni di barili al giorno. La stessa Reuters, rilanciando il rapporto, parlava di un mercato ancora orientato a un surplus di offerta. In altre parole, i fondamentali di medio periodo non descrivevano un sistema già corto di per sé. Questo conta, perché suggerisce che una de-escalation relativamente rapida potrebbe attenuare almeno parte della tensione. Ma resta una possibilità.

Almeno per ora, all’orizzonte non c’è un collasso del comparto, ma il rischio concreto di un nuovo shock dei costi. Energia, gasolio, fertilizzanti e trasporti restano i fronti più esposti, anche se la vera questione riguarda la tenuta della filiera. Più che chiedersi se i prezzi saliranno con l’evolversi della guerra in Iran, occorre capire dove il sistema sia più vulnerabile: nella dipendenza dagli input, nella fragilità contrattuale, nella difficoltà di programmare acquisti e coperture. È lì che si deciderà se questa fase resterà una tensione assorbibile o finirà per lasciare segni strutturali anche sull’agricoltura.

 

Ilaria De Marinis
© fruitjournal.com

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