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Per anni le Tecniche di evoluzione assistita (TEA) sono rimaste ferme in un cortocircuito europeo: tecnologie pensate per accelerare il miglioramento genetico, ma regolate come se fossero Ogm tradizionali. Una scelta nata da una sentenza del 2018, che ha di fatto congelato qualsiasi prospettiva di utilizzo in campo. Ora quella fase sta per chiudersi. Il via libera finale di Bruxelles al regolamento sulle Tea è atteso per aprile e promette di separare, finalmente, l’editing genomico dalla lunga stagione dei divieti automatici.
La nota positiva arriva proprio dall’Italia che, nel frattempo, non è rimasta immobile. La sperimentazione su colture più resistenti a patogeni e stress climatici, infatti, è già in stato avanzato; l’autorizzazione alle prove in campo è stata rinnovata fino al 2026 e il trasferimento della ricerca verso il mercato delle sementi non è più un’ipotesi astratta.
Ora, però, in questo scarto tra tempi politici e maturità scientifica, urge capire se il nuovo quadro normativo aprirà opportunità concrete per la filiera o se si limiterà a spostare più avanti, senza risolverli, i nodi del controllo e dell’accesso all’innovazione.
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Tecniche di evoluzione assistita: la cornice che cambia
Il regolamento europeo nasce per sciogliere un cortocircuito ormai evidente. Finché non sarà applicabile una disciplina autonoma, le Tea continueranno a ricadere nel perimetro Ogm per effetto della sentenza del 2018: stesso impianto autorizzativo, stessa esposizione al veto politico, stessa paralisi operativa.
La recente pronuncia della Corte di giustizia lo ha ricordato con chiarezza. Il 5 febbraio 2026 la Corte ha confermato la legittimità del divieto italiano di coltivazione del mais Ogm MON810, richiamando il meccanismo di opt-out: l’autorizzazione europea non si traduce automaticamente in un diritto a seminare in tutto il territorio dell’Unione. In concreto, quando il titolare dell’autorizzazione non si oppone alla restrizione territoriale, gli Stati possono vietare la coltivazione senza dover fornire una motivazione “rafforzata”.
Il punto è qui finché una tecnologia resta classificata come Ogm, la possibilità di blocco nazionale non è un’eccezione politica, ma una componente strutturale del sistema. In questo quadro, l’editing genomico rischierebbe di muoversi in uno spazio formalmente consentito ma sostanzialmente impraticabile.
È qui che interviene la distinzione tra Ngt-1 e Ngt-2. La prima categoria comprende le piante ottenute con modifiche limitate e riconducibili ai criteri di equivalenza – tra cui il limite massimo di venti modifiche genetiche – assimilate alle varietà convenzionali, con obblighi di trasparenza concentrati sulle sementi. Nella seconda rientrano gli interventi che non soddisfano tali criteri e restano soggetti a un regime più stringente.
Non è una soluzione che chiude il dibattito, ma è un tentativo di governarlo: riconoscere che non tutte le tecniche di intervento sul genoma sono equivalenti, né sul piano scientifico né su quello regolatorio.

Il vantaggio competitivo possibile
Quali opportunità può creare questa nuova cornice? La prima riguarda il tempo, che in agricoltura è sempre un fattore strategico. I metodi convenzionali di incrocio e selezione hanno già prodotto varietà capaci di rispondere alle esigenze di produttori e mercati. Le Tea non sostituiscono quel percorso, ma lo accelerano, intervenendo in modo mirato su caratteri già identificati. In un contesto segnato da crisi climatica, nuove pressioni patogene e restrizioni sugli input chimici, ridurre il tempo tra laboratorio e disponibilità commerciale significa allineare l’innovazione al ritmo dei problemi.
Per l’ortofrutta italiana, che compete su qualità, adattamento territoriale e stabilità produttiva, questo può tradursi in un vantaggio concreto: varietà più resilienti, meno idroesigenti, più capaci di reggere shock ambientali senza compromettere standard qualitativi. Il fatto che in Italia la ricerca pubblica – con il Crea e il progetto Tea4It – sia già posizionata su colture strategiche, dalla vite agli agrumi, dal kiwi al melo fino alle orticole, rende la finestra temporale particolarmente significativa. Il regolamento non crea la ricerca; la rende trasferibile.
Il nodo del potere
Resta però la seconda questione, la più delicata: si avrà davvero un argine alle multinazionali? Il compromesso sui brevetti prova a bilanciare due esigenze opposte: garantire un ritorno agli investimenti e impedire che la proprietà intellettuale si traduca in una barriera strutturale all’accesso. Ma un equilibrio normativo non coincide automaticamente con un equilibrio industriale.
Se le condizioni di licenza saranno praticabili e se la ricerca pubblica saprà mantenere un ruolo attivo nel trasferimento delle innovazioni, le Tea potranno diffondersi lungo la filiera senza accentuare la concentrazione. Se invece la dinamica proprietaria prevarrà, il rischio è che la nuova stagione non sia segnata dal divieto, ma dalla dipendenza.
Aprile, dunque, non rappresenta la fine di un conflitto, bensì il suo spostamento di livello. Dalla contrapposizione ideologica alla gestione concreta dell’accesso. Le Tea possono diventare uno strumento di autonomia varietale europea oppure un terreno su cui si ridefiniscono i rapporti di forza industriali. La differenza non sarà tecnica, ma politica ed economica.
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Ilaria De Marinis
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