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Ormai protagonista dell’agricoltura italiana, il mango sta conquistando un ruolo sempre più rilevante tra produttori e consumatori. A sostenerne la diffusione contribuiscono soprattutto le eccellenti qualità organolettiche del frutto e condizioni climatiche sempre più favorevoli, che rendono alcune regioni meridionali particolarmente adatte alla sua coltivazione. Tra queste, la Sicilia si è distinta negli ultimi anni come un territorio altamente vocato, grazie a un microclima ideale lungo la costa settentrionale dell’isola. Qui il frutto si è affermato come coltura di punta, giocando un ruolo importante sia nell’esportazione sia nel consumo locale. Ma la qualità del mango non è scontata. Il risultato finale, infatti, dipende da numerosi fattori, tra cui il corretto stadio di maturazione, le modalità di raccolta, il confezionamento e il trasporto. A rendere il percorso ancora più complesso è la suscettibilità del frutto alle malattie fungine dopo la raccolta e durante la conservazione, fasi in cui i naturali cambiamenti fisiologici favoriscono lo sviluppo di agenti patogeni.
Tra i principali responsabili figurano i funghi del genere Colletotrichum e, soprattutto, le specie appartenenti alla famiglia delle Botryosphaeriaceae. Queste ultime sono particolarmente attenzionate dai produttori perché provocano sintomi come cancri legnosi, marciume dei germogli e disseccamento, fino ad arrivare al marciume apicale dei frutti. Negli ultimi due anni, in Sicilia, il fenomeno è aumentato sensibilmente, spingendo i ricercatori a concentrarsi su un problema ancora poco studiato: come fermare questi funghi senza ricorrere ai fungicidi?
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Lo studio siciliano sul marciume del mango
In risposta, il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università di Catania ha avviato uno studio mirato proprio nella provincia di Catania, considerata l’area a maggiore vocazione per la coltivazione del mango. La ricerca si è posta tre obiettivi principali: individuare le specie della famiglia Botryosphaeriaceae responsabili del marciume nelle principali cultivar coltivate in Sicilia orientale, valutare direttamente sui frutti la virulenza di diversi isolati di Neofusicoccum parvum e verificare l’efficacia di prodotti biologici e lieviti antagonisti nel controllo del marciume in fase post-raccolta.
Lo studio, condotto nel corso del 2020, ha coinvolto quattro frutteti della provincia e ha preso in esame sei accessioni di mango — Glenn, Kent, Irwin, Palmer, Brokaw 2 e Gomera 3 — tutte interessate da marciumi di diversa intensità. Dai campioni raccolti sono stati isolati complessivamente 220 ceppi fungini, dei quali 41 sono stati selezionati come rappresentativi per le analisi più approfondite in laboratorio. Per comprendere la reale portata del problema e confrontare le diverse strategie di intervento, i ricercatori hanno effettuato una serie di test mirati, utili a verificare la significatività delle differenze osservate e a misurare l’efficacia dei trattamenti in post-raccolta. In totale sono state valutate nove diverse soluzioni di controllo: sei formulati biologici commerciali, due ceppi di lieviti antagonisti (Wickerhamomyces anomalus WA2 e Pichia kluyveri PK3) e un fungicida, il fludioxonil (Geoxe™), utilizzato come termine di confronto.

Marciume del frutto causato da Neofusicoccum parvum sulle accessioni del frutto di mango; ( a ) cv Glenn; ( b , c ) cv Irwin; ( d ) CV Gomera 3; ( e ) cv Kent; ( f ) picnidi sui frutti.
Risultati dello studio
Il verdetto è netto: nel 97,5% dei casi il principale responsabile del marciume del mango è risultato essere Neofusicoccum parvum, mentre Botryosphaeria dothidea è stata individuata in un solo isolato. È N. parvum, dunque, il vero responsabile, rivelandosi particolarmente aggressivo. Nei test condotti su frutti maturi, infatti, le lesioni causate dal fungo hanno raggiunto in media 1,2 centimetri di diametro in appena tre giorni, un valore che evidenzia la rapidità con cui l’infezione può compromettere la qualità del frutto in fase post-raccolta. Un aspetto fondamentale emerso dallo studio riguarda però la forte variabilità all’interno della stessa specie. Non tutti gli isolati di N. parvum si comportano allo stesso modo. Alcuni mostrano una capacità limitata di colonizzare i tessuti del frutto, mentre altri si dimostrano estremamente invasivi. Tra questi spicca il ceppo MO1, capace di espandersi rapidamente nella polpa del mango, a differenza di isolati come MF36, che hanno evidenziato una virulenza decisamente più contenuta. Questa differenza di comportamento, tutt’altro che marginale, ha implicazioni dirette sulle strategie di difesa da adottare.
Ed è proprio qui che lo studio entra nel vivo. I dati confermano che il controllo chimico rimane altamente efficace, riuscendo a contenere quasi completamente il marciume. Ma sono i dati sui biofungicidi ad accendere i riflettori, mostrando un quadro meno uniforme. L’efficacia dei prodotti biologici, infatti, non è assoluta, ma varia in funzione dell’aggressività del ceppo fungino presente. Quando la pressione infettiva è bassa, come nel caso dell’isolato MF36, tutti i trattamenti biologici testati hanno ridotto in modo significativo lo sviluppo delle lesioni. La situazione cambia radicalmente in presenza di ceppi altamente aggressivi come MO1. In questo scenario, solo tre trattamenti si sono dimostrati realmente efficaci: il formulato a base di Bacillus amyloliquefaciens QST713 (Serenade) e i due lieviti antagonisti Wickerhamomyces anomalus e Pichia kluyveri. Tutti e tre hanno garantito una riduzione del marciume vicina al 70%, un risultato di grande rilievo che apre prospettive concrete per l’applicazione del controllo biologico nella gestione post-raccolta del mango.

Effetti post-raccolta di prodotti biologici e lieviti selvatici sul frutto di mango cv Gomera 3 contro l’isolato più virulento di Neofusicoccum parvum MO1 (a sinistra ) e l’isolato meno virulento MF36 (a destra ).
Verso una frutticoltura tropicale sostenibile
Lo studio rappresenta il primo approfondimento sistematico sul controllo biologico del marciume del mango in Italia e arriva in un momento particolarmente strategico per il settore. Come anticipato, infatti, i dati più recenti evidenziano che la superficie coltivata a mango in Sicilia è in costante aumento, sostenuta da un mercato interno sempre più orientato verso il prodotto a chilometro zero e da un export in crescita verso l’Europa continentale. Ma è proprio questo che rende sempre più urgente la necessità di tutelare la qualità e la salubrità dei frutti lungo tutta la filiera.
In questo contesto, l’individuazione di antagonisti microbici autoctoni e l’efficacia dimostrata da alcuni bioformulati segnano un passaggio chiave verso modelli di difesa più rispettosi dell’ambiente. I risultati ottenuti sono incoraggianti e indicano che un controllo biologico efficace non è più solo una prospettiva teorica, ma una possibilità concreta. Saranno necessari ulteriori studi in condizioni di campo e su scala commerciale per confermare questi dati, ma la direzione intrapresa appare ormai chiara. Una strada che parte dai laboratori dell’Università di Catania e si estende fino ai frutteti tropicali dello Stivale, dove il mango ha ormai superato il ruolo di coltura emergente per affermarsi come uno dei nuovi protagonisti dell’agricoltura italiana.
Federica Del Vecchio
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