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Il pomodoro europeo sta attraversando la sua stagione più complessa: rese in calo, ondate di calore sempre più frequenti, costi di produzione in salita. Eppure, in questo scenario fragile, l’Italia non arretra. Anzi, consolida la propria centralità, diventando il baricentro di un comparto che nel resto d’Europa perde terreno. A fotografare questa tendenza è uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Papers Series – Management, Economic Engineering in Agriculture and Rural Development. Secondo l’analisi, tra il 2015 e il 2023 la produzione di pomodoro dell’UE-27 è diminuita del 9,2%, scendendo da 17,6 a 16 milioni di tonnellate. Una flessione che non deriva dalla contrazione delle superfici coltivate – rimaste sostanzialmente stabili – ma dall’impatto sempre più evidente degli stress climatici: siccità, ondate di calore, eventi estremi.
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In questo scenario, però, l’Italia si muove controcorrente. Nel 2015 contribuiva al 36% del pomodoro prodotto nell’UE; nel 2023 arriva al 38%, ampliando una leadership già consolidata. Un risultato che pesa ancora di più se si considera che molte altre nazioni chiave, come Spagna (-17,9%), Grecia (-30,5%) e Paesi Bassi (-18,4%), hanno registrato cali netti nello stesso periodo.
L’Italia non solo produce di più, ma incide sempre di più sulla bilancia complessiva del pomodoro europeo: una resilienza che suggerisce capacità di adattamento, investimenti crescenti in tecnologia di processo e una struttura produttiva che, nonostante costi e volatilità, continua a reagire.

Dinamiche della produzione di pomodoro nei principali Paesi dell’UE, 2015-2022 (Migliaia di tonnellate)
Il pomodoro europeo tra clima e rese che cambiano
Secondo i ricercatori, l’elemento climatico è oggi il principale fattore che condiziona la produzione europea. Le ondate di calore registrate nel 2022 in Italia, Francia e Spagna, ad esempio, hanno avuto ripercussioni dirette sulla fisiologia della pianta e sulla qualità dei frutti. Temperatura elevata, ridotta vitalità del polline, allegagione compromessa, stress idrico prolungato hanno inciso sulla resa in campo.
Eppure l’Italia, pur attraversando le stesse condizioni meteorologiche, è riuscita a contenere le perdite. A permetterlo, come riporta lo studio, diversi fattori:
- un sistema produttivo più diversificato tra pomodoro da mensa e da industria;
- pratiche colturali consolidate, soprattutto nel Nord e nel Sud dove la conoscenza agronomica è stratificata;
- investimenti in irrigazione di precisione e gestione dello stress idrico;
- una maggiore stabilità territoriale rispetto ai competitor mediterranei, dove gli shock climatici hanno avuto impatto più drastico.
Non si tratta, quindi, solo di un fatto climatico, ma di resilienza strutturale.
Prezzi in salita e costi fuori controllo
Parallelamente al clima, è il fronte economico a giocare la partita più insidiosa. Stando all’indagine, tra il 2015 e il 2022, il prezzo del pomodoro UE è aumentato del 44,28%, quello dei fertilizzanti NPK ha toccato il picco (+94,05%). In aumento anche quello delle sementi – cresciuto del 34,38% – e dei carburanti agricoli con un +66,13%.
Per l’Italia, che rappresenta una delle filiere più strutturate d’Europa, questo significa operare in un contesto dove la marginalità è sempre più compressa. Le aziende più efficienti riescono ad assorbire gli shock; quelle più piccole, invece, faticano a reggere la pressione dei costi variabili. Eppure, nonostante la tempesta dei prezzi, la produzione italiana resta solida.
La geografia della produzione cambia
Accanto a questo, lo studio rivela un altro elemento interessante: la quota complessiva dei sette principali paesi produttori dell’UE passa dal 92% al 93%. Dunque, meno pomodoro in Europa, ma una concentrazione ancora maggiore nei paesi storici, con un’Italia sempre più dominante.
Questo potrebbe tradursi in tre possibili scenari:
- redistribuzione del rischio – se alcuni paesi entrano in crisi climatica, l’Italia potrebbe diventare ancora più determinante per l’approvvigionamento europeo;
- rafforzamento del ruolo industriale – la capacità di trasformazione italiana potrebbe aumentare il proprio peso nei mercati globali, soprattutto nei derivati del pomodoro;
- dipendenza crescente dell’UE da poche aree produttive – se il trend climatico prosegue, l’UE potrebbe diventare più vulnerabile agli shock idrici e termici che colpiscono il Mediterraneo.
Ma la domanda sorge spontanea: fino a quando l’Italia potrà reggere?

Il contributo dei principali Stati membri produttori alla produzione di pomodoro dell’UE nel 2023 rispetto al 2015 (%)
L’Italia guida, ma il modello è da ripensare
Come conferma l’analisi, la produzione europea di pomodoro è in una fase di transizione profonda. Il cambiamento climatico modifica le rese, la volatilità dei prezzi erode i margini, e il peso produttivo si sposta sempre più verso Sud. In questo quadro, l’Italia si distingue come paese che riesce a resistere agli shock e, in parte, a rafforzarsi. Ma la sua leadership non deve essere data per scontata: la sostenibilità futura dipenderà infatti dalla capacità di innovare, adottare tecnologie resilienti e ottimizzare l’uso delle risorse. Il tutto senza cedere all’illusione che la forza attuale basti a garantire quella di domani.
Ilaria De Marinis
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