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Tra le patologie che possono colpire gli agrumeti, il marciume radicale rappresenta una minaccia tanto diffusa quanto insidiosa. Responsabile della malattia è Phytophthora nicotianae, un fungo capace di attaccare l’apparato radicale e la zona del colletto delle piante, compromettendo la loro capacità di assorbire acqua e nutrienti fino a condurle, nei casi più gravi, alla morte.
Ma la sola presenza del patogeno nel suolo non basta a spiegare l’insorgenza della malattia. Spesso, sono proprio le condizioni create dalle errate pratiche agronomiche – irrigazioni eccessive, ristagni idrici, scelta non corretta del portinnesto o gestione approssimativa del suolo – a determinare il terreno fertile per la diffusione di P. nicotianae. Prevenire, dunque, non significa soltanto evitare la comparsa della malattia, ma anche ridurre il rischio di infezione e limitare la sopravvivenza del patogeno nell’ambiente di coltivazione. Conoscere le condizioni predisponenti alla diffusione di questo patogeno e quali strategie consentono di contenerlo è dunque il primo passo per proteggere le colture dal marciume radicale.
Agente causale e condizioni favorevoli per il marciume radicale
Phytophthora nicotianae, agente del marciume radicale degli agrumi, appartiene al gruppo degli Oomiceti. Si tratta di un patogeno tellurico altamente adattabile, capace di sopravvivere nel terreno per lunghi periodi grazie alla formazione di clamidospore, strutture di resistenza che gli permettono di superare condizioni ambientali sfavorevoli anche in assenza della pianta ospite.
Quando le condizioni ambientali diventano favorevoli – in particolare con elevata umidità del suolo – le clamidospore germinano producendo sporangi, da cui si liberano zoospore mobili, che si spostano nella soluzione liquida del suolo e raggiungono le radici o il colletto, infettandoli attraverso ferite o tessuti giovani non ancora suberificati. È quindi proprio la presenza di acqua libera – in seguito a piogge intense o irrigazioni eccessive – a creare le condizioni ideali per la diffusione del patogeno. Il fattore ambientale, dunque, non rappresenta un fattore secondario, ma un elemento determinante del ciclo di vita del fungo. L’acqua, oltre a favorire la germinazione delle spore, ne permette la diffusione, mentre le temperature comprese tra 25 e 30 °C accelerano la moltiplicazione del patogeno. Nei suoli compatti o scarsamente drenanti, inoltre, la carenza di ossigeno indebolisce l’apparato radicale, rendendo le piante più vulnerabili all’attacco.
L’interazione tra questi elementi – presenza del patogeno, suscettibilità della pianta e condizioni ambientali favorevoli – definisce la reale espressione della malattia in campo. In un terreno ben aerato e gestito correttamente, il fungo può rimanere a lungo inattivo; in un ambiente umido e asfittico, invece, il suo sviluppo diventa rapido e aggressivo. Comprendere questa relazione di interdipendenza è essenziale per interpretare correttamente la malattia e impostare strategie di prevenzione e difesa realmente efficaci.

Sintomi e danni sulla pianta
I sintomi iniziali della malattia si manifestano in modo subdolo e possono essere confusi con quelli di uno stress idrico o nutrizionale, poiché si originano principalmente dalle radici o dal colletto, tuttavia si estendono abbastanza rapidamente all’intera pianta.
Le piante infette mostrano un progressivo ingiallimento della chioma, che inizia dalle foglie più basse e si accompagna a una riduzione del vigore vegetativo. I germogli risultano più corti, le foglie più piccole e opache, e l’intera pianta assume un aspetto sofferente e poco produttivo. In condizioni di forte infezione, è possibile osservare anche una caduta anticipata delle foglie e una riduzione della pezzatura dei frutti, che tendono a maturare in modo irregolare.
Il sintomo caratteristico si manifesta tuttavia nella zona del colletto e dell’apparato radicale, dove il patogeno provoca necrosi diffuse e un progressivo imbrunimento dei tessuti. La corteccia, inizialmente umida e di colore scuro, tende successivamente a distaccarsi, lasciando esposte le aree infette, spesso accompagnate da essudati gommosi. Le radici fini, una volta compromesse, si disgregano facilmente, perdendo turgore e funzionalità: ciò determina una drastica riduzione dell’assorbimento di acqua e nutrienti.
Nei casi più gravi, soprattutto quando il colletto è coinvolto, la malattia può evolvere rapidamente fino a provocare la morte della pianta. Il marciume radicale, infatti, interrompe la continuità tra le radici e la parte aerea, compromettendo la circolazione linfatica e determinando il disseccamento progressivo dei rami. In appezzamenti soggetti a ristagni o irrigazioni mal gestite, si possono osservare intere porzioni di impianto colpite, con piante che deperiscono gradualmente nel corso della stagione.
Strategie di prevenzione e difesa
La gestione del marciume radicale degli agrumi non può prescindere da un approccio preventivo. Una volta che Phytophthora nicotianae si è insediata nel terreno, il suo completo controllo diventa estremamente difficile. Per questo motivo, le strategie più efficaci sono quelle che mirano a evitare la presenza del patogeno in campo e le condizioni favorevoli al suo sviluppo.
Il primo elemento da considerare è l’acqua. Un corretto regime irriguo rappresenta la base della prevenzione: irrigazioni troppo frequenti o prolungate favoriscono la formazione di ristagni, riducono l’ossigenazione del suolo e creano l’ambiente ideale per la germinazione delle zoospore. È quindi fondamentale modulare i volumi e i tempi d’irrigazione in funzione delle reali esigenze della pianta e della capacità di drenaggio del terreno, privilegiando sistemi localizzati e dotati di sensori di umidità. Anche la struttura del suolo gioca un ruolo decisivo. I terreni pesanti o compattati, poveri di ossigeno, devono essere migliorati attraverso lavorazioni superficiali, apporto di sostanza organica e utilizzo di ammendanti che favoriscano la porosità e l’attività microbica. In fase di impianto, inoltre, è opportuno predisporre un efficiente sistema di drenaggio e scegliere con attenzione il materiale vivaistico sano, proveniente da vivai certificati e scegliendo portinnesti dotati di buona tolleranza al patogeno.
Sul piano del controllo diretto, l’impiego di fungicidi specifici può rappresentare un valido supporto, ma deve essere sempre inserito in una strategia integrata. Negli ultimi anni, infatti, crescente attenzione è stata riservata alle soluzioni di biocontrollo, basate sull’impiego di microrganismi antagonisti come Trichoderma spp., Bacillus subtilis o Pseudomonas fluorescens.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la prevenzione delle reinfezioni. Eliminare le piante gravemente compromesse, disinfettare gli attrezzi e controllare il movimento del terreno tra appezzamenti sono pratiche essenziali per ridurre la diffusione del patogeno tra le piante o tra diversi appezzamenti.
In definitiva, la difesa dal marciume radicale degli agrumi si basa su una gestione agronomica attenta e razionale. Evitare ristagni idrici, migliorare la struttura del terreno, scegliere portinnesti adeguati e mantenere elevati standard di igiene aziendale sono fattori che, integrati a un uso mirato dei mezzi chimici e biologici, consentono di contenere efficacemente un’avversità tanto subdola quanto pericolosa per il comparto agrumicolo.
Donato Liberto
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