Moria delle piantine da Pythium: cos’è e come riconoscerla

Con l’aumento delle temperature e l’instabilità climatica, questa malattia fungina trova condizioni ideali per colpire le colture sin dalle prime fasi di sviluppo. Come proteggerle? 

da Federica Del Vecchio
moria delle piantine da pythium

Con l’arrivo della bella stagione, le campagne si animano: è tempo di semine e trapianti, fasi delicate e strategiche per molte colture, tra cui le orticole. È proprio durante questo periodo che le giovani piantine iniziano a mettere radici, per cui è fondamentale proteggerle da alcune insidie. Tra queste, la moria delle piantine da Pythium, conosciuta anche come “moria dei semenzai” o “marciume del colletto”, una malattia fungina che colpisce proprio nelle prime fasi di sviluppo, quando le piante sono più vulnerabili. A causarla sono gli Oomiceti, organismi appartenenti alla famiglia delle Pythiaceae. Le specie più frequentemente coinvolte sono P. aphanidermatum, P. ultimum e P. irregulare

Una problematica questa che non esula l’agricoltura del nostro Paese, dove lo sviluppo e la diffusione del fungo sono favoriti dalle condizioni climatiche: l’infezione, infatti, si manifesta soprattutto tra la primavera e l’estate, quando l’andamento del clima si fa più altalenante. 

Ma come si riconosce la presenza del Phythium?

Moria delle piantine da Pythium: i segnali da non sottovalutare

Quando il Pythium infetta la pianta, le prime avvisaglie possono sembrare poco preoccupanti, con rallentamento della crescita e clorosi. Ma si tratta solo dell’inizio. Il fungo agisce rapidamente, colpendo le piantine soprattutto nelle primissime fasi vegetative, quando sono più vulnerabili.

L’infezione parte dai punti di contatto tra la pianta e il terreno, dove iniziano a manifestarsi i primi sintomi evidenti con i tessuti colpiti che si imbruniscono, dando il via a processi di marcescenza. Quando l’ipocotile – il tratto di fusto appena sopra le radici – viene compromesso, la piantina avvizzisce fino a morire. E il Pythium non risparmia nemmeno piante più sviluppate. Anche quelle allo stadio di 4-5 foglie possono essere compromesse: in questi casi si osservano ingiallimenti fogliari e un generale arresto della crescita. Ma cosa rende questo fungo così aggressivo? 

moria delle piantine da pythium

Piantine di spinacino con evidenti sintomi su radice di Pythium

Il ciclo di vita del Pythium: come agisce il fungo nel terreno

Il Pythium è in grado di sopravvivere nel terreno grazie a diverse forme resistenti e infettive che ne garantiscono la longevità e la capacità di attaccare le colture al momento opportuno. L’oospora rappresenta la forma più duratura del patogeno: può restare in uno stato quiescente nel terreno anche oltre un anno, in attesa delle condizioni favorevoli per germinare e dare origine a nuovo micelio capace di infettare le piante ospiti.

Accanto alle oospore, il Pythium può produrre anche sporangi, strutture simili a ife ingrossate con funzione di disseminazione, che – sebbene meno resistenti delle oospore – possono germinare e sviluppare nuovo micelio. Alcuni di questi sporangi, in condizioni ambientali umide, si trasformano in zoosporangi, che a loro volta producono le zoospore, cellule mobili dotate di flagelli. Ed è proprio la mobilità delle zoospore uno degli aspetti più insidiosi. Una volta rilasciate sfruttano il velo d’acqua presente nel suolo per spostarsi attivamente fino a raggiungere le radici delle piante. Qui, guidate dai segnali chimici emessi dagli essudati radicali, individuano l’ospite e danno inizio al processo infettivo.

Questo sofisticato ciclo biologico rende il Pythium un patogeno particolarmente difficile da contrastare, ma fortunatamente ci sono delle strategie che possono essere messe in campo. Quali?

Contrastare la moria delle piantine da Pythium: le buone pratiche agronomiche

Per limitare l’incidenza della moria delle piantine da Pythium, è fondamentale adottare alcune accortezze agronomiche lungo tutto il ciclo colturale, specialmente nelle fasi iniziali. In primo luogo, è importante evitare irrigazioni abbondanti, poiché l’eccesso d’acqua favorisce il ristagno e crea l’ambiente umido ideale per lo sviluppo del patogeno. Allo stesso modo, è consigliabile non abbondare con le concimazioni a base di azoto nelle fasi di germinazione, poiché questo elemento può rendere le piante più suscettibili all’attacco da parte del fungo.

Laddove possibile, può risultare utile l’impiego di cultivar o portinnesti tolleranti. In ambiente protetto, come in serra, è bene mantenere sotto controllo la temperatura, evitando valori troppo elevati durante la germinazione. Nei sistemi idroponici o in coltivazioni a circuito chiuso, le soluzioni nutritive dovrebbero essere sempre disinfettate prima del riutilizzo.

In pieno campo, un buon sistema di drenaggio rappresenta un alleato prezioso: aiuta a prevenire l’accumulo di umidità nel terreno, condizione che favorisce la diffusione del patogeno. Le rotazioni colturali, sebbene utili in molte situazioni, non sempre si dimostrano efficaci contro il Pythium, poiché ogni specie di questo fungo può sopravvivere su un’ampia gamma di piante ospiti, appartenenti anche a famiglie botaniche molto diverse tra loro.

In agricoltura convenzionale è possibile ricorrere a fungicidi e prodotti di sintesi, mentre nel biologico si prediligono soluzioni naturali come i formulati a base di Trichoderma o il fungicida biologico derivato da Streptomyces griseoviridis. Entrambi i prodotti devono essere impiegati in via preventiva e, per garantirne l’efficacia, è preferibile eseguire due o più applicazioni.

Buone pratiche agronomiche, unite a un attento monitoraggio delle condizioni ambientali, si confermano quindi le strategie più efficaci per assicurare alle colture un avvio sano e vigoroso, ponendo le basi per una stagione produttiva di successo, lontana dalla moria.

 

 

Federica Del Vecchio
© fruitjournal.com

 

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