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- La coltivazione del noce, se riconsiderata e modernizzata, potrebbe rappresentare una valida alternativa per il Belpaese.
- Negli ultimi anni la nocicoltura si è sviluppata in diverse regioni italiane, con impianti specializzati e intensivi, realizzati su terreni fertili, profondi, irrigui e ben drenati, con densità di impianto medie di 240-350 alberi/ha con distanza di 7-8 m tra le file e 4,5-6 m sulla fila.Â
La frutticoltura sta affrontando una fase di crisi senza precedenti, con una serie di sfide che minacciano la sostenibilità economica e ambientale del comparto. Queste tensioni, accentuate nel corso degli anni, hanno assunto una natura strutturale piuttosto che essere considerate eventi congiunturali. Emergenze fitosanitarie, crisi commerciali, scarsa competitività e invecchiamento della forza lavoro sono solo alcune delle cause principali che hanno contribuito al declino del comparto frutticolo. Negli ultimi anni si è alla ricerca di specie che possano rilanciare il comparto, ma spesso i risultati attesi non sono soddisfacenti nei diversi contesti agricoli che caratterizzano il territorio italiano. Riconsiderare e modernizzare l’approccio alla coltivazione del noce, una specie arborea che è ormai parte integrante e distintiva del nostro paesaggio agricolo, ma che forse è stata trascurata nel corso degli anni, potrebbe essere rappresentare una strategia funzionale.Â
La coltivazione del noce, se riconsiderata e modernizzata, potrebbe rappresentare una valida alternativa per il Belpaese.
Il noce comune (Juglans regia L.) è una specie utilizzata fin dall’antichità sia per la produzione di legno pregiato, sia di frutti. È una coltura al confine tra le specie forestali e quelle frutticole caratterizzata da duplice attitudine. Aspetto – questo – che ha rallentato il percorso di specializzazione verso la produzione di frutti. La produzione mondiale di noci in guscio è di circa 4.000.000 tonnellate, con una superficie investita di circa 1.300.000 ettari, incrementata negli ultimi 5 anni di circa il 24% (FAO 2022). Il commercio di noci sgusciate è in crescita costante, con un trend ascendente guidato dall’aumento dei consumatori a livello mondiale e dall’apprezzamento delle proprietà salutari delle noci e della frutta secca in generale.
La coltivazione del noce da frutto in Italia vanta storia e tradizione antichissime, tuttavia dagli anni ‘70 si è registrata una continua e inesorabile flessione produttiva, in virtù dello spopolamento delle aree rurali e della concorrenza del prodotto estero. Si è così passati dalle oltre 71.000 tonnellate prodotte nel 1961 alle 15.000 tonnellate del 2023, con una contrazione prossima al 79%. Parallelamente, le superfici investite sono calate da 33.000 (1961) a circa 7.000 ettari. L’Italia, che fino agli anni ’80 rientrava tra i primi tre produttori mondiali, si ritrova oggi a essere uno dei principali Paesi importatori di noci in guscio e sgusciate; infatti la produzione italiana riesce a soddisfare appena il 30% del fabbisogno nazionale. Il ridimensionamento delle superfici può essere attribuito a diversi fattori quali: mancata specializzazione e vetustà degli impianti (talvolta promiscui), mancato rinnovo varietale, impiego di tecniche agronomiche empiriche, disomogeneità e talvolta scadente qualità del prodotto, filiera post-raccolta poco organizzata, assenza di programmi di valorizzazione e promozione del prodotto tra i consumatori e crisi del settore del legno.
Un insieme di fattori che ha comportato la retrocessione del Belpaese nella classifica dei Paesi produttori, passando dal terzo al quindicesimo posto, con un valore annuale delle noci importate, sia in guscio che sgusciate, di circa 200 milioni di euro. La carenza di prodotto evidenzia l’opportunità di poter incrementare la produzione di noci di provenienza italiana, suscitando un maggiore interesse da parte delle aziende di trasformazione e degli agricoltori nazionali nei confronti di questa specie. Tuttavia, per poter realizzare tale obiettivo, è necessario rivedere il sistema produttivo e la gestione agronomica degli impianti.

Impianto di noci della varietà Chandler
Negli ultimi anni la nocicoltura si è sviluppata in diverse regioni italiane, con impianti specializzati e intensivi, realizzati su terreni fertili, profondi, irrigui e ben drenati, con densità di impianto medie di 240-350 alberi/ha con distanza di 7-8 m tra le file e 4,5-6 m sulla fila.Â
La scelta del materiale vivaistico è una delle fasi più importanti nella realizzazione dei nuovi impianti: piante non sufficientemente performanti rendono la gestione del noceto più complessa. Il comparto vivaistico nazionale è in grado di fornire materiali di propagazione certificati, con garanzie sanitarie e di corrispondenza varietale, essendo il noce specie normata e per cui è possibile produrre piante nell’ambito del Servizio di certificazione volontaria del MASAF. Grande attenzione va posta alle piante importate e che molte volte sono innestate su J. nigra, risultando così suscettibili alla black line, malattia causata dal virus dell’accartocciamento fogliare del ciliegio (CLRV).

Piante di noce innestate in vivaio
Generalmente, la tipologia di pianta maggiormente impiegata nei noceti di nuova costituzione è caratterizzata da un astone alto circa 150-250 cm, innestato su J. regia da seme, ottenuto con un ciclo vivaistico di 23-35 mesi; non sono diffusi come in altri areali produttivi del mondo gli ibridi Paradox o Vlach (J. hindsii x J. regia). Negli ultimi anni sono stati realizzati anche impianti con piante micropropagate: grazie alla micropropagazione, infatti, è possibile ridurre i tempi di ottenimento del materiale d’impianto, con costi di mercato competitivi rispetto al materiale innestato. Le piante micropropagate, a radice nuda o in vaso, possono essere prodotte con cicli di vivaio di 6-25 mesi rispondendo a diverse esigenze aziendali e sistemi d’impianto. Inoltre, essendo piante clonali, consentono di ottenere piante più omogenee, aspetto non secondario per la meccanizzazione, e più vigorose rispetto alle piante innestate. Allo stesso tempo, le piante micropropagate presentano un ritardo di alcune fasi fenologiche, come il germogliamento e la fioritura, che determina un aumento della proterandria.
La forma di allevamento maggiormente diffusa è quella dell’asse strutturato, che si adatta bene alla meccanizzazione completa del noceto, dalla potatura fino alla raccolta, una volta raggiunta la fase produttiva. Durante la fase di formazione, l’asse strutturato richiede una crescita intensa, soprattutto nei primi due anni, con lo sviluppo di un asse lungo (almeno 2 m), ben lignificato e ricco di gemme nel primo anno; e lo sviluppo di un robusto palco basale di 3-5 branche, con angoli di inserzione aperti, e un vigoroso prolungamento dell’asse centrale nel secondo. Nella nocicoltura moderna la gestione della chioma è integralmente meccanizzabile con interventi di potatura (in fase di produzione) a intervalli di 2-4 anni tramite l’ausilio di barre rotanti verticali per il taglio in parete (hedging) e orizzontali per il contenimento dell’altezza (topping).
A fronte di una crescente richiesta di piante dal mondo produttivo, l’offerta vivaistica tradizionale stenta a offrire materiali d’impianto di buona qualità a costi competitivi. Ciò dipende sia dall’intrinseca difficoltà di questa specie alla propagazione vegetativa (innesto e talea), con scarse percentuali di attecchimento degli innesti e/o bassi tassi di radicazione delle talee, sia dal lungo periodo (2-3 anni) necessario per produrre piante innestate di qualità .
In conclusione, il rilancio della filiera della coltivazione del noce in Italia richiede un approccio integrato che combini il miglioramento delle tecniche vivaistiche e agronomiche con efficaci strategie di marketing. Ottenere un prodotto di qualità e promuoverne i benefici può non solo rivitalizzare il comparto frutticolo, ma anche contribuire alla sostenibilità economica e ambientale dell’agricoltura italiana. Con tali interventi, la coltivazione del noce potrebbe diventare una risorsa preziosa per il futuro della frutticoltura nel Belpaese.
A CURA DI: Elvira Ferrara¹, Lorenzo Laghezza², Pietro Rega¹, Milena Petriccione¹, Luigi Catalano³
¹CREA- Centro di ricerca per Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura – sede di Caserta
²Dipartimento di Scienze e Tecnologiee Ambientali Biologiche e Farmaceutiche, Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, Caserta
³Agrimeca Grape and Fruit Consulting srl – Turi (Bari)